La morte stra-annunciata del piccolo Ali

È solo l’ultimo di almeno 120 attacchi perpetrati dai coloni israeliani in Cisgiordania contro i palestinesi, dall’inizio dell’anno. Solo l’ultimo di 120 attacchi, secondo i dati delle Nazioni Unite che stilano con precisione burocratica rapporti, grafici, statistiche, bollettini su quello che succede nel Territorio palestinese occupato, in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est. Poco meno di un attacco al giorno, contro le persone, le case, le macchine, gli olivi, le campagne. Continua a leggere

Intifada della benzina, o altro?

Stamattina la protesta per le strade delle cittadine palestinesi era arrivata a Jenin, al campo profughi. È il tam tam su twitter a fornire le coordinate geografiche di una protesta che non è solo sociale, come tutte le proteste che si sono dispiegate negli ultimi due anni nel mondo arabo. I palestinesi (in gran parte giovani, ma non solo) protestano per il carovita, come in fondo era successo agli israeliani nelle manifestazioni e nei sit-in simboleggiati dal campo di viale Rotschild a Tel Aviv. I palestinesi protestano, però, contro il tipo di struttura economica nella quale sono costretti a vivere sin dai tempi degli accordi di Oslo. Un’economia sotto tutela, definita dai protocolli di Parigi. Un’economia – per questo motivo – bloccata dallo status quo, come spiega benissimo su Haaretz Amira Hass: il processo di pace di Oslo è considerato, da tutti i protagonisti, morto e sepolto, dal punto di vista politico, ma la struttura stessa dell’economia non è stata toccata. La produzione, gli approvvigionamenti, le materie prime sono soggetti all’occupazione israeliana, e Israele – in Cisgiordania – trova anche un mercato per i propri prodotti.

Un esempio tra tutti, proprio quello sul quale si concentrano – ma solo simbolicamente, a mio parere – le proteste in corso in questi giorni: ai palestinesi non è consentito cercare l’approvvigionamento energetico là dove lo possono trovare a un prezzo conveniente. Non possono, in sostanza, importare carburante dall’Egitto, dall’Iraq, da un paese arabo qualsiasi. È solo Israele l’esportatore. Le bollette dell’elettricità le pagano a Israele. La benzina costa(va) leggermente di meno, alla pompa, rispetto a quanto la pagano gli israeliani, motivo per il quale gli israeliani fanno benzina in Cisgiordania (i coloni) o sull’autostrada 443 che corre all’interno dei territori palestinesi occupati. Ma la benzina costa sempre tanto, tantissimo, per il salario medio palestinese, di molto inferiore a quello israeliano.

Normale, dunque, che a scendere in piazza siano stati tassisti e trasportatori, ieri. Il carovita, la crisi economica sempre più stringente sono solo i motivi scatenanti di una protesta che non può essere considerata slegata da quello che è successo e succede negli altri paesi arabi. Persino gli slogan sono gli stessi. Mi raccontavano i miei amici di Betlemme che ieri, in strada, a poca distanza dalla Natività, si udiva irhal, irhal, ya Abbas. ‘Vattene, vattene, Abbas’, usando lo stesso verbo usato nel febbraio del 2011 a piazza Tahrir, il giorno prima delle dimissioni di Hosni Mubarak. A Hebron, nella palestinese Khalil, lo slogan era al shab yurid iskat al nizam, ‘il popolo pretende che cada il regime’, mentre su un poster raffigurante il premier Salam Fayyad venivano lanciate le scarpe, segno di grande offesa.

La reazione dell’ANP è preoccupata, a quanto sembra dalle prime indicazioni. La conferenza stampa di Salam Fayyad, oggi, mirava più a calmare le acque che a risolvere i problemi. Il calo del prezzo dei carburanti non può essere considerata una ricetta economica. Può solo servire a liberare le strade da una protesta che, iconicamente, ricorda le intifada, le rivolte. Il fumo dei copertoni bruciati, i ragazzi (quasi tutti maschi) per le strade, jeans e maglietta… I malanni economici palestinesi, però, sono altri, e non si concentrano sulle pompe di benzina.

 

Lo ha detto, a suo modo, lo stratega di Hamas, Moussa Abu Marzouq, intervistato l’8 settembre da maannews. E le sue dichiarazioni sono di estremo interesse per gli analisti, perché mettono sul piatto sia il rapporto tra l’ANP e Israele in Cisgiordania, sia il futuro delle relazioni tra Hamas e Fatah, le due fazioni più importanti del quadro politico palestinese. Abu Marzouq parlava dal Cairo, dove le ultime indiscrezioni parlano dell’apertura di un ufficio di Hamas in Egitto, e parlava in un momento ben preciso nella storia del movimento islamista, dopo i cambiamenti nel governo di Ismail Haniyeh a Gaza, che indicano quanto il confronto interno alla dirigenza di Hamas sia tuttora in corso.

 

Speaking by telephone late Friday, the deputy chief of Hamas’ politburo said President Mahmoud Abbas “should take a courageous decision before it’s too late. The Palestinian Authority was meant to become an independent entity, but the opposite happened.”

Abu Marzouq expressed concern that “someone could target the president just as what happened with late Palestinian president Abu Ammar (Yasser Arafat) because Israel has recently described him as needless.”

 (…)

Trying to explain the deterioration in the West Bank, Abu Marzouq said when the Israelis addressed peace, they reduced it to “economic peace” while Salam Fayyad was talking about economic development.

“The Palestinian people’s main problem isn’t economic. They are under occupation deprived of sovereignty and freedom. They can’t freely make economic decisions, and neither Fayyad nor any other person can take decisions independently without the intervention of occupation. Thus, the remedy lies basically in how to get rid of occupation.”

“I wish President Abbas would face the problem as a whole. For 20 years, we have been addressing something here and something there, but without addressing the political path we have chosen and now we are reaping its results. The problem lies in Abu Mazen’s political path which needs to be reconsidered in light of Israel’s rejection to all proposals.

 

È – insomma – una protesta politica, questa, figlia di un disagio che dura da molti anni, rispetto alla transizione del post-Arafat. Disagio verso l’Autorità Nazionale Palestinese che non ha saputo fornire risposte adeguate alla necessità di nuove ricette politiche. La stessa frattura tra Cisgiordania e Gaza, tra Fatah e Hamas si riverbera sulle strade della Cisgiordania, con segnali diversi a seconda dei luoghi. A Hebron, roccaforte di Hamas in Cisgiordania, dove ieri si sono contati 80 feriti, molti testimoni parlano – per esempio – della presenza, tra le file dei dimostranti, di uomini dei servizi di sicurezza dell’ANP, provocatori che avrebbero cercato di trasformare la protesta pacifica in protesta violenta, così da scatenare e giustificare la reazione delle forze dell’ordine. Se così fosse, se qualcuno nella sicurezza dell’ANP avesse deciso di usare gli stessi mezzi usati contro i ragazzi di Piazza Tahrir, questo mostrerebbe la fragilità della stessa struttura istituzionale palestinese.

 

Wait and see, aspettiamo di vedere cosa succederà nei giorni prossimi. Se la protesta evolverà in una intifada contro Abbas e Fayyad, in una rivolta contro le costrizioni delle principali fazioni politiche palestinesi, oppure in una terza intifada contro l’occupazione israeliana. A giudicare dai discorsi che ho ascoltato negli ultimi anni e negli ultimi mesi, la rivolta è contro i propri leader perché non danno risposte chiare, nette e attuali contro la situazione interna, e dunque contro l’occupazione. Se Oslo è morta, nella società palestinese e in quella israeliana si sta già pensando ad altro. Le menti più brillanti si stanno già esercitando per trovare soluzioni al conflitto più interessanti di un processo di pace ormai inesistente da anni.

 

C’è una immagine che più di tutte quelle che ho visto immortala una situazione confusa e nuova. È una immagine di bandiere, ancora una vota. E chi ha letto il mio libro su Hamas, soprattutto nelle sue due versioni in inglese, sa che per me le bandiere sono simbolo dell’evoluzione politica palestinese. Ero a Gerusalemme, negli scorsi giorni, per dire arrivederci ai miei amici, alle persone care con cui ho condiviso oltre nove anni di vita quotidiana, prima di iniziare una nuova avventura. A Salaheddin street ho sentito lo strombazzare tipico dei cortei nuziali. Sono uscita dal negozio in cui mi trovavo, e ho visto passare una macchina piena di ragazzi che tenevano nelle mani delle bandiere: di Fatah e di Hamas. Assieme, nella stessa macchina. Anzi, nelle stesse macchine. A chiudere il piccolo corteo, un’altra automobile. Dai finestrini si sporgevano con tutto il loro corpo quattro ragazzi che tenevano saldamente nelle mani una enorme bandiera palestinese, lunga quanto tutto il veicolo. Una enorme bandiera palestinese nel cuore di Gerusalemme est, là dove è proibito issarla, persino in versione minuscola. Una sfida alle autorità israeliane, da un lato. E dall’altro l’affermazione che, almeno tra quei ragazzi, la frattura tra le fazioni è divenuta anacronistica. C’è ben altro in ballo, ora.

La prima foto è stata scattata a Nablus, la seconda a Hebron. Via Twitter.

Il brano della playlist, Riders on the Storm, classico dei Doors, è nella versione di Snoop Dogg. Meglio la versione originale, certo, ma questo mix è divertente.

L’UNESCO, la Palestina, e la Storia

Non è solo un atto simbolico, quello compiuto ieri dall’Assemblea generale dell’UNESCO. Lo sanno tutti i protagonisti, da Israele – che l’ha definita, in maniera ridondante, come una “tragedia” – agli Stati Uniti, che hanno già  sospeso, come minacciato, i fondi che Washington versa nelle casse dell’UNESCO. La Palestina membro dell’organizzazione che ha sede a Parigi, e che si occupa di scienza, educazione e cultura, significa cambiare – e molto – gli stessi parametri del conflitto. Cambiare anche il modo di raccontare il passato di questo posto così complesso e controverso, spesso letto attraverso una sola lente. Ora la Storia si fa di nuovo usando diverse narrative. E può essere solo un bene, perché la Storia è sempre complessa. Mai un senso unico.

Anzitutto, è lo stesso peso di una non ben precisata Palestina a cambiare, a livello internazionale. Israele e gli Stati Uniti appaiono sempre più isolati, nella posizione tetragona di vincolare il riconoscimento dello Stato di Palestina al processo negoziale tra i due contendenti. A guardare la lista dei 14 paesi che ieri hanno votato contro (rispetto ai 107 a favore e ai 52 astenuti, noi italiani compresi), il senso di isolamento è evidente. Assieme a Israele e Stati Uniti non hanno votato solo Australia, Canada, Olanda, Repubblica Ceca, Svezia, ma anche Vanuatu, Samoa, Isole Salomone, Panama, tra gli altri. Il resto del mondo – comprese potenze di rango come Cina, India, Brasile, Russia, Sudafrica – erano sul fronte opposto. E la minaccia dei soldi, ormai, non funziona più. Soprattutto in un momento come questo, in cui sono quegli altri paesi che forse ci risolveranno le nostre crisi molto occidentali.

A prescindere dal sostegno internazionale, è comunque lo stesso scenario – per così dire – interno, a cambiare. E in particolare cambia su due nodi fondamentali: Gerusalemme e le colonie. Non cambierà subito, certo. Prima la Palestina deve accettare tutto ciò che comporta essere parte dell’UNESCO. Già solo a pensare quello che potrebbe succedere, su alcuni terreni molto delicati, si comprende però che sul terreno la situazione sarà diversa da prima. Qualche esempio. Intanto, anche i siti palestinesi avranno un ‘peso nel mondo’. Sinora, considerarli parte del patrimonio dell’umanità non era stato possibile, proprio perché la Palestina non è uno Stato, e non faceva parte dell’UNESCO. E se i siti palestinesi avranno un ‘peso nel mondo’, sarà la stessa Palestina a non essere più qualcosa di indistinto, senza Storia, senza cultura, senza dignità.

Sono siti di tutto rispetto. Non solo la Chiesa della Natività di Betlemme, cuore della cristianità, che lo stesso UNESCO aveva dovuto rifiutare di inserire nella lista del patrimonio mondiale, lo scorso maggio, proprio perché la Palestina – formalmente – non esiste. C’è Gerico, con tutto ciò che Gerico contiene, non solo le tracce delle sue migliaia di anni di storia, ma l’epoca bizantina, il ruolo nella cristianità. E poi Nablus, la sua città vecchia, pari come valore artistico a quella di Gerusalemme. E poi – e qui entriamo nella carne viva del conflitto – Hebron. Al Khalil, per i palestinesi.

Chi ha visitato Hebron/Al Khalil sa e conosce la tristezza di quella città, la desolazione della sua città vecchia, i tornelli attraversi i quali bisogna passare per andare alla Tomba dei Patriarchi, alla Moschea Ibrahimi, in uno dei templi che dovrebbe essere condiviso, vista la presenza di Abramo. E che invece è il simbolo stesso del conflitto. Hebron/Al Khalil non è nella lista del patrimonio culturale dell’umanità, e se la sua candidatura fosse riconosciuta, lo stesso conflitto – nel cuore della Cigiordania – assumerebbe un altro aspetto. Soprattutto vista la presenza dei soldati e dei coloni israeliani nel cuore della città vecchia.

Coloni, colonie. L’ingresso della Palestina nell’UNESCO tocca anche il nodo delle colonie, e non solo a Hebron. Un altro esempio. Battir, un paesino palestinese che pochi mesi fa ha ricevuto un premio importante, il Melina Mercouri, per i meravigliosi terrazzamenti, con i muretti a secco. È tra Gerusalemme e Betlemme, ed è a rischio perché su Battir e sugli altri villaggi insistono colonie come Har Gilo, che spacca l’unità del territorio da Betlemme, verso Beit Jallah, il Cremisan, Walajeh. Quei terrazzamenti che parlano di una tradizione e di una cura della terra millenarie sono a rischio da anni, per l’espansione delle colonie e per il Muro di Separazione che si continua a costruire, ogni giorno. Che succederà se la Palestina presenterà la candidatura dei terrazzamenti di Battir, così come – per esempio – la linea ferroviaria che è derivazione della famosa Hejaz Railway che portava i pellegrini ottomani alla Mecca, e che percorre la parte nord della Cisgiordania? Una delle stazioni, sotto l’antica Sebastia, è il cuore della prima colonia, Elon Moreh, che il movimento di Gush Emunim impose al governo di Israele nel 1974, e ad approvarne la nascita fu Shimon Peres, allora ministro della difesa. Che succederebbe, se una linea ferroviaria importante, dal punto di vista storico-culturale, entrasse nel patrimonio dell’umanità?

E infine Gerusalemme. La Città Vecchia è inserita nel patrimonio dell’umanità perché la propose la Giordania, che esercita ancora il suo potere sui luoghi santi musulmani. Fuori dalle antiche Mura di Solimano, però, c’è molto, moltissimo altro, tra siti e monumenti, che potrebbe ambire a far parte della lista. Persino la Città di David, controverso sito nel cuore di Silwan, a est della Linea Verde, controllato da un’associazione di coloni radicali. E se la Palestina – per la quale Gerusalemme est è la sua capitale – ne chiedesse l’inserimento? E chiedesse la Tomba di Lazzaro, il Monte degli Ulivi e l’Ascensione, i monasteri bizantini che sono sparsi qua e là? Se, persino, chiedesse di inserire – com’è stata inserita la Città Bianca di Tel Aviv – quei quartieri arabi che erano stati il cuore della borghesia palestinese di fine impero Ottomano? Sono a ovest della Linea Verde, ma rappresentano un’eredità culturale palestinese, fondamentale per raccontare la storia contemporanea di Gerusalemme.

Morale: da queste parti, la cultura, l’archeologia, la Storia sono intrise di politica. Non solo da parte palestinese. Negli ultimi decenni, gli studi sull’uso dell’archeologia, a Gerusalemme e dintorni, si sono sommati gli uni agli altri. Sono letture interessanti, scritte da studiosi palestinesi, israeliani, ‘internazionali’. E dopo queste letture, lo sguardo su Gerusalemme, e su tutto il resto, si fa molto meno mistico…

(Nella foto, un esempio di terrazzamenti tradizionali palestinesi. Non sono i più belli. Anzi, non sono curati. Sono a Gerusalemme est)

Il brano della playlist esprime totale discontinuità E’ il periodo di Tom Waits, ma se lo merita. Hope I don’t fall in love with you.

Graffiti sulla moschea

Il bersaglio è stato il villaggio di Huwwara, zona di Nablus. Graffiti sulla moschea del villaggio,  con le stelle di David. Opera dei coloni radicali di Ytzhar, dicono i palestinesi, ma anche per le forze armate israeliane i responsabili vanno ricercati tra i settler.

Settlers from the nearby Yitzhar settlement ascended upon the village at 2am and sprayed graffiti, including a Star of David and racist slogans across the the Bilal Ben Rab Mosque in the Qoza area of the village, said Ghassan Doughlas, Palestinian Authority official in charge of the settlement portfolio in the northern West Bank.

Two cars were further set on fire in the village, belonging to Ziad Abdullah Theeb and Sameer Ibrahim Zahar respectively. The official added that settlers crashed into another vehicle belonging to Zaher’s brother.

Su Haaretz la posizione delle forze armate.

A military official told Army Radio that the army suspected settler violence against Palestinians, part of some settlers’ policy of imposing a ‘price tag’ on a government order to freeze Israeli construction in the West Bank. As part of the strategy, settlers from nearby Yitzhar have launched numerous attacks on Palestinians, including an arson attack on a mosque in December 2009.
La foto, dall’album delayed gratification, è presa da Flickr (Creative Commons).

Responding to news of the incident, Itamar Ben-Gvir, a spokesman for the right-wing Jewish National Front party, said: “We are talking about a hostile village that has been the source of a large number of violent attacks against the residents of Yitzhar.” He added: “The time has come for the Arabs to understand that Jews are not suckers and that Jewish blood will not be shed without consequence.”

La didascalia della foto, che riguarda un’altra delle zone più calde per la presenza dei coloni, a sud di Hebron:

Haj Jibrin discusses his ownership papers with Israeli soldiers while an Israeli settler woman argues with them. In the South Hebron Hills of the West Bank. Photo by unknown CPTer.