A revealed old truth


So, president Donald Trump revealed to the world the truth we (the Jerusalemite inhabitants) knew since years. The old fashioned diplomatic ipochrisy left room to the rude untold truth.
The Two-State-solution as envisioned by the Oslo process’ architects is not anymore a comatose patient: it is already dead and buried under the Israeli Colonies’ enterprise Avalanche. Continua a leggere

Discontinuità oppure business ad usual?

 

 

Quella che segue è l’analisi per il dossier dell’Ispi per il 2013 dal titolo Il Rischio Babele. Parla di Gaza, di Hamas, di Israele, dello Stato di Palestina. Cosa ci si deve aspettare per il prossimo anno? La continuazione di un conflitto a bassa intensità, oppure qualcosa di diverso? Buona lettura…

 

Discontinuità oppure business as usual? La domanda è ancora una volta questa, quando si pensa a cosa riserverà l’anno che verrà a israeliani e palestinesi. Uno scontro a bassa intensità con alcune fiammate, ormai considerate ineludibili? Oppure un nuovo capitolo, seppur ancora confuso, tale da cambiare i parametri del conflitto più irrisolvibile del Medio Oriente?
Stavolta, seppure disseminato delle solite pietanze che il menù mediorientale di fine anno ci riserva, è l’elemento della discontinuità a prevalere. Più nella cucina palestinese che in quella israeliana, a dir la verità. Il primo piatto israeliano, infatti, è ben conosciuto: elezioni parlamentari, ancora una volta anticipate, il cui esito – dicono gli analisti più accreditati – dovrebbe confermare una tendenza in atto da anni. E cioè lo spostamento a destra di un corpo elettorale su cui inciderà poco, se non nulla, l’ultimo scandalo politico-giudiziario che ha costretto il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman alle dimissioni, ma non all’uscita di scena politica. È ancora lui l’alleato indispensabile per il premier uscente Bibi Netanyahu, che non intende indietreggiare da nessuna delle sue prese di posizione, soprattutto quella riguardante l’aumento esponenziale degli insediamenti israeliani dentro Gerusalemme est. D’altro canto, l’opposizione di centro e centro-sinistra si differenzia ben poco dalla destra, quando si parla di palestinesi, di processo di pace, e in particolare del nodo cruciale, di sostegno alle colonie, su cui nessuna delle due avversarie – né Shelli Yachimovic né tanto meno Tzipi Livni – intende recedere. Le colonie, insomma, non si toccano: sono ormai un dato acquisito della politica di Israele, che sembra – a questo punto – non essere intaccata dagli sconvolgimenti regionali degli ultimi due anni. A meno che non emerga una sinistra oltre il Labour Party che rimetta in gioco il fronte pacifista…
Qualsiasi cosa succeda intorno, però, i vecchi parametri non si toccano, in Israele. Eppure, la discontinuità è sotto gli occhi di tutti. Solo formale, nel caso del riconoscimento dello Stato di Palestina all’Onu come osservatore non permanente. Ma le parole modificano il vocabolario, e dunque la stessa percezione del conflitto. I palestinesi non sono più relegati in un “territorio” o in una confusa “entità”. Fanno parte di uno Stato, seppur inesistente, fluido, spaccato, frammentato, che si chiama Palestina.
Tutto è cambiato. Il nome dell’ANP, diventato Palestina. Ed è cambiato anche – pesantemente – l’equilibrio politico regionale che rende Hamas sempre meno isolata e sempre più determinante nel futuro prossimo. Le dichiarazioni radicali di Khaled Meshaal nella sua storica visita a Gaza dopo 45 anni di esilio lasceranno il tempo che trovano, e a risalire in superficie sarà il tentativo da parte di Hamas di farsi sdoganare da un attacco islamista a tre punte – e Egitto, Turchia e Qatar – che ha ora i suoi problemi, ma purtuttavia è ancora forte. D’altro canto, a far uscire definitivamente Hamas dall’isolamento è stato il governo israeliano presieduto da Netanyahu, piuttosto che la presidenza islamista egiziana. È stato il governo israeliano ad accettare non solo una trattativa indiretta con Hamas, ma a concordare – stavolta, sia pur a distanza – su un documento unico con il movimento islamista per porre fine all’ultima, breve e sanguinosa Guerra di Gaza.
Cosa significa, questo, se non discontinuità rispetto agli ultimi vent’anni in cui Hamas era stata espunta dal quadro politico, sia dagli israeliani sia dall’elite arafattiana? La vera discontinuità, però, sta soprattutto nella inarrestabile perdita di valore e di senso della Soluzione dei 2 Stati. Una perdita di valore e di senso che sempre paradossale, all’indomani della conquista del seggio numero 194 da parte della Palestina al Palazzo di Vetro. Eppure, proprio il riconoscimento di una Palestina solo formalmente racchiusa nei confini del 1967 (la presenza delle colonie israeliane rende quel limes puro esercizio intellettuale) rimette in discussione tutto. A cominciare dalla lettura storica, dalla narrazione, dalla narrative, come la chiamerebbero gli studiosi anglosassoni del conflitto israelo-palestinese. Si ricomincia dal 1948, insomma, e non più dal 1967, proprio quando la Linea Verde viene finalmente accolta con uno scrosciante applauso dall’Assemblea Generale dell’Onu.
Si ricomincia dal 1948 perché la questione nodale dei rifugiati rientra nel negoziato, ora che esiste – solo sulla carta – uno Stato di Palestina. E perché la guerra civile siriana e l’instabilità giordana hanno rotto uno status quo su cui si basavano i vecchi parametri del conflitto arabo-israeliano. La fuga dei palestinesi dal grande campo profughi di Yarmouk, a Damasco, non potrà far altro che far emergere una questione che tutti hanno voluto lasciare sopita, rimettendola pesantemente sul tavolo delle trattative, e facendo ritrovare all’OLP un ruolo che aveva perso a vantaggio dell’ANP.
Di fronte alla discontinuità, c’è il rischio che l’inadeguatezza dimostrata negli anni più recenti dalla comunità internazionale – anche di fronte al Secondo Risveglio Arabo – si trasformi in un’altra questione aperta sul tavolo delle trattative. A cominciare dalla linea che il presidente Barack Obama vorrà dare al suo secondo mandato. Una prima indicazione riguarda il successore di Hillary Clinton alla segreteria di Stato. Il nome del senatore John Kerry è stato solo formalmente accolto con un benvenuto dalla audience dell’Israele che conta. A una prima lettura, Kerry viene considerato una scelta più favorevole a Israele di quanto sarebbe stato l’investimento di Susan Rice. Ma Kerry è colui che nel febbraio 2009 si recò nella Gaza devastata dall’Operazione Piombo Fuso non solo per rendersi conto dei danni, ma anche per mandare un messaggio -nei fatti- di quanto l’amministrazione Obama avesse subito quella guerra. Portò, allora, una lettera di Hamas al consolato americano a Gerusalemme, pur senza incontrare nessuno del movimento islamista palestinese. Quel viaggio potrebbe non significare nulla, ma nel mondo dei gesti e dei segnali che è la diplomazia, anche quella visita potrebbe contare.

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Corsa contro il tempo

Il tempo per una soluzione pacifica della controversia sul nucleare iraniano “si sta esaurendo rapidamente”.  Chiaro, chiarissimo il messaggio consegnato ieri sera dal premier israeliano Benjamin Netanyahu a Leon Panetta, a conclusione della difficile visita del segretario alla difesa americano in Israele. La quarta visita di un alto esponente dell’amministrazione Obama in Israele in poche settimane, a conferma della fase delicatissima che vive la regione e del probabile tira e molla tra Washington e Tel Aviv su necessità, tempi, modalità di un possibile intervento armato.

Netanyahu e, sempre ieri, il ministro della difesa Ehud Barak, hanno aumentato la pressione sull’amministrazione Obama per un più chiaro impegno sull’opzione militare contro Teheran. Le sanzioni e la diplomazia non hanno avuto ancora nessun impatto sul programma nucleare iraniano, ha affermato Netanyahu. E Barak non poteva essere più esplicito, nella conferenza stampa tenuta assieme a Panetta a margine della visita all’Iron Dome. La scelta del luogo, peraltro, non poteva essere più densa di significati: Iron Dome, l’imponente sistema di intercettazione antimissile e antirazzo, è la rappresentazione di quanto l’amministrazione Obama (e non solo quella precedente di George W. VBush) si sia impegnata a sostenere la difesa di Israele con aiuti economici molto, molto consistenti. E continui ad aiutare il governo di Tel Aviv, soprattutto nelle ultime settimane, proprio nello stesso periodo in cui Israele diviene uno dei luoghi più importanti per le presidenziali del prossimo novembre.

Leon Panetta è arrivato in Israele dopo Hillary Clinton, e subito dopo la visita del candidato repubblicano alla presidenza americana, Mitt Romney, che al governo Netanyahu ha promesso veramente tanto, dal sostegno all’opzione militare contro l’Iran sino al dichiarato supporto per definire Gerusalemme capitale di Israele. E non invece Gerusalemme capitale di due Stati, Israele e Palestina. Panetta, dunque, ha avuto il suo bel daffare per cercare di essere il più convincente possibile. “Noi non permetteremo all’Iran di avere l’arma nucleare. Punto”, ha reiterato Panetta, per il quale tutte le opzioni sono sul tavolo, anche quella militare. Il segretario alla difesa ha spiegato, secondo gli analisti, la strategia dell’amministrazione Obama. Prima applicare sanzioni più dure verso il regime di Teheran, poi pensare a un possibile intervento armato. E in ogni caso, non prima delle elezioni presidenziali americane di novembre.

I tamburi di guerra suonano, insomma. E la domanda di molti degli analisti israeliani riguarda ancora, come spesso è successo in questi ultimi mesi, i rapporti tra governo e forze armate, tra livello decisionale politico e militari. Perché è ancora e sempre più evidente che una buona parte di coloro che si occupano di sicurezza e strategia militare sono o contro l’intervento militare israeliane, o – nella versione minimalista – contro un intervento militare israeliano unilaterale e non concertato almeno con gli americani. Il punto interrogativo, insomma, riguarda ancora una volta Netanyahu e Barak, come scrive oggi Carlo Strenger su Haaretz. E intanto i tamburi di guerra suonano, in un crescendo in cui la vera domanda è: quando succederà? E quella successiva è: cosa ne sarà del futuro della regione, dei suoi nuovi equilibri? E infine: cosa ne sarà di noi, noi europei, noi mediterranei, noi italiani?

La playlist prevede oggi il vecchio Cat Stevens. Where do the children play? Appunto…

La foto del mercato del grano di Ourmiah, nell’allora Persia, scattata forse all’inizio del Novecento, è conservata presso la Library of Congress, a Washington.

Morti a Gaza. E l’escalation fa paura

Ayoub As-Saliya aveva 12 anni. I suoi funerali sono stati celebrati in tarda mattinata a Jabalya, nel nord della Striscia di Gaza (nella foto rintracciabile su twitter, la sorella di nove anni). È la 17esima vittima dei raid israeliani che da tre giorni colpiscono Gaza. Gli israeliani parlano di 16 terroristi e di un ragazzo uccisi. Come dire, il resto delle vittime non sono civili. Saranno fonti indipendenti – si spera – a verificare quante delle vittime di questa pericolosissima fiammata  di violenza tra Israele e Gaza fossero uomini in armi. Tra loro, dicono le fonti di informazione (quelle veramente attendibili), c’era anche un uomo di 60  anni, guardiano di campi coltivati. E tra i feriti c’è anche un bambino di sette anni, che spero – almeno questa volta – noi giornalisti non definiremo vittima collaterale.

Di certo, gli ultimi raid israeliani hanno avuto come bersaglio i Comitati di Resistenza Popolare e la Jihad islamica. Ucciso, in un omicidio mirato, il segretario dei PRC, Zuheir al Qaissi. I raid israeliani erano iniziati venerdì, dopo il lancio di due colpi di mortaio verso il Negev, precipitati in pieno deserto, per fortuna senza aver colpito persone o cose. Da quel momento, dopo i due colpi di mortaio, è partito l’attacco israeliano, che al terzo giorno non si è ancora concluso, e ha già causato 17 morti e almeno trenta feriti. Senza contare – perché questo non fa statistica – il  terrore vissuto sotto i bombardamenti da migliaia e migliaia di persone. Queste, sì, civili. La risposta palestinese ai raid è stata a colpi di razzi: oltre cento sparati sul sud di Israele. Sei feriti, di cui un uomo in condizioni serie.

E dopo questi elementi di cronaca, qualche considerazione.

Anzitutto, il primo bersaglio, Zuheir al Qaissi, vittima di un omicidio mirato perché accusato dagli israeliani di preparare un grande attentato terroristico. Era il comandante dei Comitati di Resistenza Popolare, molto importanti nelle dinamiche delle fazioni armate dentro Gaza. Dunque, omicidio  mirato e preventivo, contro un esponente di alto livello delle fazioni armate: Gideon Levy ha scritto un articolo perfetto, oggi. Al Qaissi è stato  ucciso assieme a un altro militante, suo genero, che si dice fosse tra quelli liberati nello scambio di prigionieri tra Israele e Hamas. Non è il primo, tra i palestinesi liberati nello scambio di prigionieri dello scorso ottobre, a essere stato colpito. Ce ne sono stati altri, arrestati di nuovo dagli israeliani, rompendo di fatto l’accordo concluso a ottobre con Hamas. E tra loro c’è anche Hana Shalabi, giovane donna palestinese, che è al 25esimo giorno di sciopero della fame, perché rifiuta il regime di carcere preventivo che le autorità israeliane usano di frequente nei confronti dei palestinesi.

Si tratta di una vera e propria escalation, da parte del governo presieduto da Benjamin Netanyahu, non solo nei confronti del PRC, ma delle fazioni armate che non sono sotto il diretto e formale controllo di Hamas. Non si tratta solo di omicidi mirati, quanto piuttosto della scelta di elevare il livello del conflitto. Perché? Lo si capirà meglio nei prossimi giorni, giorni in cui si dispiegherà la mediazione che l’Egitto ha iniziato oggi, per arrivare a una tregua.

Quello che si può già dire è che il bersaglio diretto di questi raid, a prescindere dall’omicidio mirato di Al Qaissi, è la Jihad Islamica. Eppure, la Jihad non aveva alzato il tiro, nelle scorse settimane e mesi. Anzi, se si è parlato della Jihad islamica palestinese, nelle scorse settimane, è stato perché ha usato strumenti diversi. Uno fra tutti, lo sciopero della fame, che ha costretto le autorità israeliane a trattare con i mediatori palestinesi la fine della detenzione amministrativa di Khader Adnan, protagonista di un digiuno durato più di quello di Bobby Sands. Subito dopo l’accordo, è stata Hana Shalabi a iniziare lo sciopero della fame, appena riarrestata dagli israeliani e detenuta, anche lei, in regime di carcere preventivo. La Jihad in Cisgiordania, dunque, ha usato uno strumento pacifico come il digiuno, uno strumento nei confronti del quale le autorità israeliane si sono mostrate sguarnite. Mentre – parallelamente – la Jihad a Gaza faceva sapere di non voler una escalation contro gli israeliani. Perché, dopo quello che era successo nella seconda intifada, le escalation armate si iniziano, ma poi si rischia di perderne il controllo.

E a conferma che in casa palestinese non si voglia una escalation armata (la si voglia o meno definire intifada, o attacco contro il sud di Israele con i razzi lanciati dalla Striscia) ci sono le conversazioni di oggi tra Mahmoud Abbas, il capo del bureau politico di Hamas Khaled Meshaal, e il capo della Jihad islamica Ramadan Shallah. Si deve evitare una escalation, hanno detto, per evitare di fornire agli israeliani un alibi per colpire Gaza. Le ferite dell’Operazione Piombo Fuso non si sono per nulla rimarginate, e poi la riconciliazione sembra veramente diventata un processo in corso. Dunque, una realtà, seppur ancora in fieri. Cadere con forza, determinazione e mezzi in un conflitto armato, per le fazioni palestinesi, vorrebbe dire ritornare indietro. Ritornare a square one. E questo non lo vuole nessuno, mentre continuano i negoziati per il governo di unità nazionale e le trattative per far arrivare di nuovo il carburante a Gaza, dall’Egitto.

Per ultimo, un addendum sul modo in cui i giornali israeliani, e la politica israeliana, parlano dei raid su Gaza. Tutti – e sottolineo tutti – si concentrano sulla performance dell’Iron Dome, il sistema di difesa missilistico con il quale Israele protegge le città del sud, a portata del tiro dei razzi. La performance è molto buona, sono stati moltissimi i razzi intercettati. Lo ha confermato lo stesso Bibi Netanyahu, per il quale il sistema ha provato le sue potenzialità. Cosa significa? Che l’attenzione di politici e militari israeliani è anche a quello che l’Iron Dome potrebbe fare dopo un possibile attacco israeliano ai siti nucleari iraniani?

Il blog non verrà aggiornato con costanza, nei prossimi giorni. E mi scuso con i miei lettori. Mi attende un tour negli Stati Uniti per presentare il mio libro su Hamas in versione americana. But, stay tuned… Il programma americano è in parte disponibile sul sito della Feltrinelli e su quello della Seven Stories Press. Altrimenti, google me, dicono gli americani.

Per la playlist, Genesis, The Cinema Show. Vecchi tempi…

Il processo di pace? A data da destinarsi

C’è una battuta che circola oggi tra gli israeliani, qui a Gerusalemme. e riguarda il successo di Benjamin Netanyahu alla conferenza dell’AIPAC, e il suo incontro con il presidente Barack Obama. Netanyahu è riuscito a ottenere un ottimo risultato, dice la battuta. Perché è riuscito a guadagnare l’appoggio di Obama sulla linea dura riguardo al nucleare iraniano? No, perché è riuscito a far mettere in un cassetto il conflitto israelo-palestinese.

La battuta non è solo un modo per non parlare dell’attacco all’Iran, che ormai apertamente preoccupa l’israeliano medio. La paura di una nuova guerra c’è, e lo si capisce dal fatto che tra gli amici se ne comincia a parlare, e a non nasconderla. Nonostante le elezioni iraniane, come ben spiega Anna Vanzan, facciano sperare in una riapertura del dialogo sul nucleare, perché Ahmadinejad ha perso e gli ayatollah – ultraconservatori, certo – hanno vinto e vogliono conservare il proprio potere, anche attraverso il negoziato. Sono più propensi al confronto, insomma, ma “con un segnale chiaro”, come spiega una delle nostre migliori esperte di Iran. “La Guida Suprema vuole avocare a sé la gestione di questo dialogo. Con l’idea di sacrificarsi per il bene comune, come ha fatto finora: minacce alternate a ritrattazioni, con una retorica pubblica inflessibile e un pragmatismo di fatto. La retorica ufficiale si manterrà uguale, ma per altre vie si punterà al dialogo”.

Tutta la scena dell’incontro tra Netanyahu e Obama è stata concentrata sull’Iran, dunque. Se c’è stato un argomento tralasciato, rinviato, è stata proprio la crisi israelo-palestinese. È evidente che (quasi) tutte le parti in causa giochino per il rinvio, perché ci sono ora altre priorità, rispetto questo conflitto a bassissima intensità. Come già succede da anni – ma solo ora la questione inizia a divenire stringente anche per l’opinione pubblica -, il nucleare iraniano è la priorità sia israeliana sia americana. Anche se per diverse ragioni.

Per gli israeliani, fermare l’Iran – ora – significa conservare un primato in Medio Oriente. Nonostante le rivoluzioni arabe del 2011, nonostante il ruolo sempre più importante della Turchia, nonostante (o forse proprio per) la prossima fine ingloriosa di Bashar el Assad, Israele vuole impedire una nuova balance of power con potenze regionali che rivendicano il proprio indiscutibile ruolo geopolitico nell’area.

Per gli americani, ridurre l’influenza iraniana vuol dire sperare che quel singolare equilibrio ‘squilibrato’ che regna in quell’area compresa tra l’Iraq e l’Afghanistan non venga rotto da una ricomposizione degli equilibri tra le potenze regionali.

Per gli egiziani, i sauditi, gli emirati del Golfo, la battaglia contro il nucleare iraniano vuol dire spostare l’attenzione dalle richieste ineludibili di democratizzazione verso gli equilibri tra i governi dell’area, e dunque rinviare l’inevitabile scontro interno tra i regimi e i propri cittadini.

Persino per i palestinesi, impegnati in un lento e farraginoso processo di riunificazione politica, il fatto che il cosiddetto ‘processo di pace’ sia stato messo in un cassetto consente alle èlite politiche di concentrarsi proprio sugli equilibri interni, e sulla ricomposizione del potere. Oggi dice Ahmed Youssef da Gaza (è ancora uno degli esponenti dell’ala pragmatica di Hamas ma senza più avere un ruolo nel ministero degli esteri della Striscia) che il nuovo governo di unità nazionale si dovrebbe fare entro due settimane. Chissà. Per ora il processo di riunificazione tra Hamas e Fatah, tra Cisgiordania e Gaza è un processo, appunto. E non una realtà. Ma l’aver accantonato il processo di pace non sembra turbare molto l’animo dei negoziatori palestinesi. Sembra paradossale, se si pensa che nulla è cambiato – se non in peggio – in Cisgiordania e a Gerusalemme est nel confronto tra palestinesi e coloni israeliani. Eppure, nella sfera politica, questa è l’aria che si respira. Con buona pace del vento che dal dicembre del 2010 è spirato per tutta la regione.

Storia di una capitolazione

Abu Ala, il vecchio Ahmed Qurei, l’ha detto chiaro, nel meeting trilaterale con americani e israeliani, il 15 giugno 2008. Presente, Condoleezza Rice. “Abbiamo proposto che Israele si annetta tutte le colonie a Gerusalemme eccetto Jabal Abu Ghneim (Har Homa). Questa è la prima volta nella storia che facciamo una proposta di questo tipo; ci siamo rifiutati di farla a Camp David”. Saeb Erekat va oltre, e indica tutte le colonie che, a Gerusalemme est, i palestinesi sono disposti a cedere a Israele (che dice più volte, in differenti documenti, di voler partire dai facts on the ground, dai fatti sul terreno, e non dalle linee indicate dalla legalità internazionale): “there are Zakhron Ya’cov, the French Hill, Ramat Eshkol, Ramot Alon, Ramat Shlomo, Gilo, Tal Piot, and the Jewish Quarter in the old city of Jerusalem”.

Quella che esce dai Palestine Papers, i documenti confidenziali che da ieri sera Al Jazeera e il Guardian hanno cominciato a rendere pubblici, è la storia di una capitolazione. Una resa senza (quasi) condizioni dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’OLP nei confronti degli israeliani, che però non è bastata al governo guidato da Ehud Olmert (e di cui era ministro degli esteri Tzipi Livni) per firmare una pace.

Niente di più, niente di meno. Una capitolazione che non ha sortito effetto. La resa senza (quasi) condizioni di una dirigenza palestinese resa fragilissima anche dalla divisione tra Cisgiordania e Gaza, tra Fatah e Hamas, e completamente scollegata da Gerusalemme est.

Il fatto più rilevante è, certo, l’offerta su Gerusalemme, sulle colonie a est della Linea Verde, che i dirigenti e i negoziatori israeliani continuano a disconoscere nei meeting resi noti dai Palestine Papers perché – dicono – nel 1967 non c’era nessuno Stato palestinese. “Gerusalemme è persa”, mi aveva detto una volta un intellettuale palestinese di vaglia, ben prima di conoscere i documenti segreti che ora stanno uscendo. Aveva ragione. Gerusalemme valeva bene una messa, per una dirigenza che sapeva benissimo di essere fragile. Abu Mazen – dice Saeb Erekat all’ambasciatore americano David Hale – “is not planning to run in elections. He is ready to resign – but he will not be thrown out of office. Our credibility on the ground has never been so low. Now it’s about survival”. La nostra credibilità è ai suoi minimi storici. Adesso stiamo parlando della nostra sopravvivenza…

E’ un ritratto amaro della politica palestinese degli ultimi anni, quando la finestra di opportunità aperta dalle elezioni presidenziali del 2005, ma soprattutto dalle politiche del 2006, venne chiusa dalla comunità internazionale, come unico modo per fermare Hamas. Fermare Hamas perché non aveva accettato le condizioni imposte dal Quartetto, oppure fermare Hamas e la transizione politica palestinese perché non avrebbe sottoposto a Israele proposte così convenienti al tavolo negoziale? I Palestine Papers, almeno quelli resi noti sinora, dicono questo. Dicono che la dirigenza palestinese era diventata (o era stata messa nelle condizioni di diventare) talmente debole, da non poter proporre altro che una capitolazione.

Eppure, nonostante questo, la pace non si è fatta. Non si è fatta neanche con il governo Olmert. E neanche con il governo Netanyahu che ha preso il suo posto.

Nella foto, la colonia di Har Homa, la vecchia collina di Jabal Abu Ghneim, su cui Ahmed Qurei tiene il punto con Tzipi Livni, nel meeting trilaterale del giugno 2008

Battaglie immobiliari. A Gerusalemme e dintorni

Appena uscita dalle feste di Hanukkah, Israele si sveglia dal torpore con lo schiaffo dei 50 rabbini che hanno reso pubblica martedì una lettera con la quale dichiaravano “proibita dalla Torah la vendiata di una casa o di un pezzo di terra a uno straniero”. Una delle prime reazioni è stata quella del premier Benjamin Netanyahu, nei giorni in cui il fallimento della mediazione statunitense sui negoziati con i palestinesi è apparsa evidente a tutti. “Questo tipo di discorsi dovrebbero essere banditi in uno stato ebraico e democratico”, ha detto Netanyahu. Ieri appena 150 persone hanno manifestato a Gerusalemme davanti alla Grande Sinagoga, contro l’editto dei 50 rabbini che rappresentano non solo alcune delle colonie più radicali, ma che rivestono ruoli importanti in città – ad esempio – come Ashdod.

E l’intellighentsjia israeliana? Anche scrittori e artisti, pian pianino, si stanno svegliando dal torpore. Haaretz riporta oggi la notizia di una lettera, firmata tra gli altri da Yoram Kaniuk, contro i 50 rabbini, chiedendone la loro espulsione dai ranghi del pubblico impiego, nel caso vi appartenessero. Dal ministero della giustizia, così come dalla procura generale, nessuna risposta, finora.

A reagire subito, e non c’erano dubbi, sono invece stati i sopravvissuti alla Shoah. Il presidente della loro associazione è stato durissimo contro i 50 rabbin, ricordando che i nazisti proibirono di vendere case e terreni agli ebrei, illo tempore.

“I remember how they wrote on benches that no Jews were allowed, and of course it was prohibited to sell or rent to Jews. We thought that in our country this wouldn’t happen. This is especially difficult for someone who went through the Holocaust.”

La lettera dei 50 rabbini, comunque, è la cartina di tornasole di quanto le questioni immobiliari stiano diventando, soprattutto in alcune aree delicate come Gerusalemme, il cuore del conflitto. Lo conferma una notiziola, di quelle che solo noi Jerusalem-news-addicted possiamo notare (thanks, Didi). Parla del progetto di una colonia a sud di Gerusalemme est, verso Betlemme. Nof Zion. Se ne era parlato, qualche mese fa, perché è in progetto proprio accanto a un quartiere palestinese famoso, Jabal al Mukabber, uno dei luoghi anche più conosciuti durante la Prima Intifada. Ebbene, stamattina esce la strana notiziola di un offerta per l’acquisto delle azioni della società impegnata nel progetto, la Digal, che si trova in brutte acque finanziarie. Una offerta da 10 milioni di dollari circa, presentata da Dov Weisglass, colui che fu per anni l’eminenza grigia dell’ultimo premierato di Ariel Sharon. Weisglass fu colui che presentò in pubblico il disimpegno da Gaza e l’idea di un parziale disimpegno dalla Cisgiordania. Ebbene, l’avvocato Weisglass ha presentato l’offerta – dice il sito israeliano di notizie economiche Globes – da parte di una società cipriota posseduta da un businessman palestinese-americano, con passaporto statunitense. Tradotto: i palestinesi si potrebbero riprendere la terra sulla quale si vuole costruire la colonia a Gerusalemme est. Peraltro a non molta distanza dal nuovo consolato americano, sempre a est, ma in una zona residenziale costruita per israeliani. A confermare che la storia è delicata, è la notizia – stavolta riportata da Arutz Sheva, l’agenzia di stampa vicina ai coloni – che negli ambienti del popolo degli insediamenti si sta cercando qualcuno con molto denaro disposto a contrastare l’offerta della società cipriota.

Una storia molto interessante, perché mostra la battaglia per la terra in corso a Gerusalemme. Una battaglia che oggi, rispetto a ieri, ha connotati diversi….

Il centro del mondo

In questo caso, parafraso una canzone dei miei amici Radiodervish, di qualche anno fa. Loro sono venuti a Gerusalemme a trarre ispirazione, e da quello – così come da altri viaggi, nel progetto delle residenze teatrali nei castelli federiciani in Puglia (Vendola regnante, ovviamente…) – è nato nel 2009 un cd, Beyond the Sea, che consiglio a tutti di sentire. Tanto è forte, il legame con questo posto, che il libro che ho citato nel post precedente, Tre Volte Dio, ha avuto proprio in Michele Lobaccaro (uno dei Radiodervish) la spinta propulsiva, il collante che ha messo insieme persone molto diverse e pensieri molto diversi su Gerusalemme.

Il centro del mondo di cui parlo oggi, però, non è legato a una canzone, bensì a un quartiere, Musrara, a Gerusalemme, di cui ho scritto per Limes, nel numero dedicato a La Battaglia per Gerusalemme, uscito nel luglio scorso. Oggi pomeriggio ci sarà una riunione a tre, qui, a poche centinaia di metri di distanza, tra Hillary Clinton, Benjamin Netanyahu e Mahmoud Abbas, e tra i core issues – come si dice tra gli addetti alle questioni politico-diplomatiche – c’è anche Gerusalemme. Musrara è un po’ come il simbolo, di tutto questo. A Musrara l’israeliano Moshe Dayan e il giordano Abdallah el Tal disegnarono sulla carta, alla fine di novembre del 1948, una linea che diventò armistizio e poi storia. La Linea Verde, che divide quello che fu uno dei primi quartieri borghesi della Gerusalemme nuova fuori dalle mura possenti di Solimano il Magnifico.

Ripropongo qui la fine di quell’articolo.

La realtà di questi giorni è solo l’orma impressa sul terreno di una storia che ha subito una cesura, un fossile impresso nella pietra, che segue lo stesso percorso storico delle due parti di Musrara: la parte israeliana, pienamente dentro i cambiamenti sociali del paese; la parte palestinese, sfilacciata e senza più l’anima di un tempo oppure una nuova identità che possa sostituire il retaggio antico. Gerusalemme araba è, insomma, sempre di più frammentata in piccole isole, compound, quartieri che hanno perso – come enclave – quel legame necessario alla vita cittadina. Le ragioni sono nel conflitto, certo. E soprattutto sono in quella ricerca di una Gerusalemme “una e sola” che ha già stravolto la città, diventata allo stesso tempo la città israeliana più popolata (mezzo milione di persone, di cui 200mila nella parte occupata), e la città palestinese con più abitanti (più di 200mila).

La battaglia per Gerusalemme non è, dunque, comprensibile se non si percorre l’intera geografia della città, la geografia storica che ha cambiato, con i decenni, la trama urbana. La battaglia sulle case, sulle tracce lasciate sul terreno dai testi sacri, la battaglia sulle strade, sulla toponomastica, persino sui percorsi del tram, non si comprende in tutta la sua importanza esplosiva se non si percorre la città e – a un tempo – non si rintracciano le memorie identitarie. I cambiamenti apportati dagli ultimi 62 anni di conflitti non hanno colpito solo i riti dell’urbanità, modificando profondamente lo stesso senso di città da parte di tutti i protagonisti dello scontro. Non è solo uno scontro tra identità sempre più competitive tra di loro, quello che si gioca a Gerusalemme. E’ sempre di più la battaglia per una identità esclusiva che, come sempre succede nella storia, è l’identità del vincitore o del più forte. Un’identità esclusiva che lascia all’Altro, pure anello fondamentale nell’identità multipla di una città come Gerusalemme, il ruolo dello sconfitto in una riserva indiana. Debole, e senza più una cultura cittadina viva.