Il mondo (mediorientale) alla rovescia

Vivere in Medio Oriente significa assumere piccoli tratti di follia per riuscire (almeno in parte) a comprendere la realtà. E soprattutto tentare di non stupirsi o – a seconda dei casi – indignarsi. Se, dunque, un’amica (palestinese) ti racconta del suo complicatissimo viaggio andata e ritorno negli Stati Uniti, paese di cui ha il passaporto, l’unica reazione è quella di farsi una risata, e commentare con un tono sarcastico che mi è successo di usare solo in un’altra realtà complicata. I Balcani. Tralascio la complicazione del viaggio di andata, ma il ritorno a Gerusalemme è una perla: arriva ad Allenby, frontiera tra la Giordania e la Cisgiordania, controllata però dal lato palestinese dagli israeliani. Passa, con i suoi due figli (età delle elementari), ma non può arrivare a Gerusalemme con lo stesso mezzo i trasporto. Lei ha la carta d’identità della Palestina (Cisgiordania) con un permesso di residenza a Gerusalemme, loro sono residenti palestinesi a Gerusalemme. Dunque, li deve mettere su di un taxi con tutte le valigie, da soli, e lei deve andarsene con un bus palestinese via Gerico, Ramallah, Gerusalemme. Separati per raggiungere la stessa meta: casa. Sono poche decine di chilometri, inframmezzati da posti di blocco, muri e terminal nuovi di zecca. Poche decine di chilometri che complicano un po’ la vita. E siccome la vita è complicata, meglio riderci sopra. Per fortuna, sia io sia lei amiamo ridere, altrimenti sarebbe dura.

Il racconto di un viaggio complicato è un esempio delle piccole follie – chiamiamole così, per riderci sopra – di questo posto. Così, se si butta giù lo Shepherd , Hotel un edificio storico di Gerusalemme est, nel cuore di uno dei primi quartieri costruiti dal notabilato palestinese di Gerusalemme fuori dalla Città Vecchia in epoca ottomana, la reazione di qualcuno è che “hanno fatto bene, a buttarlo giù”. Uno degli esponenti di punta dei coloni israeliani a Gerusalemme, David Luria, che mi capitò di intervistare nel lontano 2004 ha detto che è stato come buttar giù una casa di Hitler, perché lo Shepherd Hotel era, fino al 1967, proprietà del gran mufti di Gerusalemme, Hajj Amin al Husseini, esponente di una delle più importanti famiglie della città. Personaggio controverso, antisionista quando il sionismo stava prendendo piede, a un certo punto sostenne Hitler.  Insomma, dovremmo buttar giù Palazzo Venezia o Villa Torlonia, perché vi abitò e vi governò Benito Mussolini. Dal 1967, l’hotel non era più proprietà degli Husseini, perché in Israele c’è una legge della proprietà degli assenti. Insomma, se il proprietario non era a Gerusalemme durante la guerra del 1948 (e nei mesi immediatamente precedenti) allora quella proprietà non è più sua. Anche se al proprietario viene impedito di raggiungere di nuovo casa sua. E’ successo allo Shepherd Hotel, così come a tutte le proprietà palestinesi (e sono moltissime) nei quartieri ricchi, residenziali, di Gerusalemme ovest, dove una villa araba, sui siti delle maggiori agenzie immobiliari israeliane, è quotata alle stelle.

Dunque, hanno fatto bene [sic] a buttar giù uno degli edifici storici di Gerusalemme est. E faranno bene [sic] a costruirci una colonia, nel cuore di un quartiere palestinese già frammentato dallo sfratto [sic] di famiglie di palestinesi profughi del 1948 buttati fuori di casa da ordini di tribunale, che hanno emesso sentenze a favore di proprietari che rivendicavano una casa posseduta prima del 1948.

Il problema è che l’esempio di Sheykh Jarrah e dell’Hotel Shepherd è solo uno dei più simbolici di una situazione sempre più tesa e folle, che i consoli dell’Unione Europea hanno già descritto (da anni, a dire il vero) anche nell’ultimo rapporto su Gerusalemme, durissimo e senza appello. Ma tant’è, quando una frana è in atto, è difficile fermarla…

Difficile, se non si vive a Gerusalemme da anni, è comprendere per esempio il lato umoristico della vicenda di Nof Zion, colonia israeliana dentro Gerusalemme est, stavolta verso sud, accanto al villaggio di Jabal al Mukabber dove arrivò il califfo Omar, e a poca distanza da Betlemme. Colonia israeliana a Gerusalemme est, dunque su terra palestinese, Nof Zion ha qualche problema. La società che la sta costruendo, la Digal, è in via di bancarotta. E l’ipoteca è tutta nelle mani della Banca Leumi, una delle più importanti d’Israele. Poco tempo fa, una società cipriota ha fatto un’offerta per comprarsi – in sostanza – tutto il pacchetto. A gestire l’operazione, il consigliere più fidato di Ariel Sharon, l’avvocato Dov Weissglas. La notizia, però, esce sui giornali [ne ho parlato in un articolo su La Stampa]. E il mondo dei coloni insorge. Perché dietro la società cipriota sembra ci sia un businessman con passaporto americano ma – udite udite – palestinese. E che palestinese: Bashar al Masri, esponente di una delle famiglie più ricche in Palestina (e anche con un discreto posto nella classifica degli arabi più ricchi), l’imprenditore che sta mettendo su la prima cittadina palestinese studiata ex novo a tavolino. Rawabi, sulle colline a nord di Ramallah, a poca distanza da Gerusalemme, lungo un’autostrada su territorio cisgiordano che i palestinesi possono usare solo per una ventina di chilometri.

No, Bashar al Masri non può comprare Nof Zion. E allora arriva subito una controfferta, per fermare il palestinese che vuole comprare la colonia israeliana costruita su terra palestinese. E’ quella di Rami Levi, tycoon israeliano della grande distribuzione (il suo supermercato a poca distanza da Nof Zion, nel quartiere di Talpiot, è uno dei più frequentati dai… palestinesi per i prezzi concorrenziali), vicino al sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, che ancora ieri confermava che Gerusalemme non sarà mai divisa. Con buona pace degli accordi di Oslo, della soluzione dei due Stati, etc etc. Se l’argomento vi stuzzica, Ami Kaufman su +972 magazine, racconta la storia con un umorismo che spiega come si cerca, qui, di convivere con le piccole grandi follie della Storia, e della cronaca.

Il sottotitolo dice molto:

The Arabs  can’t have our land. And they can’t have our young girls, either. And they certainly can’t have our settlements!

Ridiamoci su…

La foto della demolizione dell’Hotel Shepherd è tratta da +972magazine.

Battaglie immobiliari. A Gerusalemme e dintorni

Appena uscita dalle feste di Hanukkah, Israele si sveglia dal torpore con lo schiaffo dei 50 rabbini che hanno reso pubblica martedì una lettera con la quale dichiaravano “proibita dalla Torah la vendiata di una casa o di un pezzo di terra a uno straniero”. Una delle prime reazioni è stata quella del premier Benjamin Netanyahu, nei giorni in cui il fallimento della mediazione statunitense sui negoziati con i palestinesi è apparsa evidente a tutti. “Questo tipo di discorsi dovrebbero essere banditi in uno stato ebraico e democratico”, ha detto Netanyahu. Ieri appena 150 persone hanno manifestato a Gerusalemme davanti alla Grande Sinagoga, contro l’editto dei 50 rabbini che rappresentano non solo alcune delle colonie più radicali, ma che rivestono ruoli importanti in città – ad esempio – come Ashdod.

E l’intellighentsjia israeliana? Anche scrittori e artisti, pian pianino, si stanno svegliando dal torpore. Haaretz riporta oggi la notizia di una lettera, firmata tra gli altri da Yoram Kaniuk, contro i 50 rabbini, chiedendone la loro espulsione dai ranghi del pubblico impiego, nel caso vi appartenessero. Dal ministero della giustizia, così come dalla procura generale, nessuna risposta, finora.

A reagire subito, e non c’erano dubbi, sono invece stati i sopravvissuti alla Shoah. Il presidente della loro associazione è stato durissimo contro i 50 rabbin, ricordando che i nazisti proibirono di vendere case e terreni agli ebrei, illo tempore.

“I remember how they wrote on benches that no Jews were allowed, and of course it was prohibited to sell or rent to Jews. We thought that in our country this wouldn’t happen. This is especially difficult for someone who went through the Holocaust.”

La lettera dei 50 rabbini, comunque, è la cartina di tornasole di quanto le questioni immobiliari stiano diventando, soprattutto in alcune aree delicate come Gerusalemme, il cuore del conflitto. Lo conferma una notiziola, di quelle che solo noi Jerusalem-news-addicted possiamo notare (thanks, Didi). Parla del progetto di una colonia a sud di Gerusalemme est, verso Betlemme. Nof Zion. Se ne era parlato, qualche mese fa, perché è in progetto proprio accanto a un quartiere palestinese famoso, Jabal al Mukabber, uno dei luoghi anche più conosciuti durante la Prima Intifada. Ebbene, stamattina esce la strana notiziola di un offerta per l’acquisto delle azioni della società impegnata nel progetto, la Digal, che si trova in brutte acque finanziarie. Una offerta da 10 milioni di dollari circa, presentata da Dov Weisglass, colui che fu per anni l’eminenza grigia dell’ultimo premierato di Ariel Sharon. Weisglass fu colui che presentò in pubblico il disimpegno da Gaza e l’idea di un parziale disimpegno dalla Cisgiordania. Ebbene, l’avvocato Weisglass ha presentato l’offerta – dice il sito israeliano di notizie economiche Globes – da parte di una società cipriota posseduta da un businessman palestinese-americano, con passaporto statunitense. Tradotto: i palestinesi si potrebbero riprendere la terra sulla quale si vuole costruire la colonia a Gerusalemme est. Peraltro a non molta distanza dal nuovo consolato americano, sempre a est, ma in una zona residenziale costruita per israeliani. A confermare che la storia è delicata, è la notizia – stavolta riportata da Arutz Sheva, l’agenzia di stampa vicina ai coloni – che negli ambienti del popolo degli insediamenti si sta cercando qualcuno con molto denaro disposto a contrastare l’offerta della società cipriota.

Una storia molto interessante, perché mostra la battaglia per la terra in corso a Gerusalemme. Una battaglia che oggi, rispetto a ieri, ha connotati diversi….