A revealed old truth


So, president Donald Trump revealed to the world the truth we (the Jerusalemite inhabitants) knew since years. The old fashioned diplomatic ipochrisy left room to the rude untold truth.
The Two-State-solution as envisioned by the Oslo process’ architects is not anymore a comatose patient: it is already dead and buried under the Israeli Colonies’ enterprise Avalanche. Continua a leggere

Un Muro, un binario, e una città in bilico

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Uscita di scena. Così, tutto d’un tratto, come d’un tratto Gerusalemme era stata messa sul palcoscenico del conflitto israelo-palestinese. Nel giro di pochissimi giorni, di Gerusalemme non si parla più, perché l’asse del confronto è stato di nuovo dirottato verso Gaza. La nuova operazione militare israeliana sulla Striscia – con l’altissimo prezzo che la popolazione palestinese sta pagando in termini di vittime, feriti, distruzioni di abitazioni civili – ha concentrato ancora una volta il conflitto in uno scontro a due. Israele vs Hamas, e viceversa.

Una scelta, questa, presa in primis dal premier Benjamin Netanyahu e dal suo governo, quando Hamas è stato indicato dalle autorità israeliane come il responsabile e il mandante del rapimento e uccisione dei tre ragazzi israeliani a Gush Etzion, in un’area della Cisgiordania ad altissima concentrazione di colonie. Lo scontro a due – Israele contro Hamas – ha dunque spostato l’asse del conflitto armato, ha l’innescato l’ennesima tragedia, ma non ha per nulla risolto una questione nodale – Gerusalemme – che è stata sul punto di esplodere.

Quello che è successo a Gerusalemme dopo il ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi israeliani, rimarrà come una cesura nella storia recente della città. Le corpose manifestazioni anti-arabe e razziste che hanno scosso il centro e dato voce a settori consistenti della società israeliana gerosolimitana; il rapimento e la barbara uccisione di un ragazzo palestinese di 16 anni, Mohammed Abu Khdeir, da parte di estremisti israeliani; l’esplosione di una rabbia covata da tempo da parte della popolazione palestinese che vive a Shu’afat, area tra le più pressate dai piani di politica urbanistica della municipalità, e gli scontri pesanti con la polizia di frontiera. La semplice cronologia degli eventi che hanno scosso la città all’inizio del luglio 2014 dice molto dal punto di vista dell’analisi politica: dice, soprattutto, che la ‘questione di Gerusalemme’ non può più essere riposta in un cassetto dalla diplomazia internazionale.

Sino ad oggi, la ‘questione di Gerusalemme’ non è stata mai affrontata in termini concreti. Forse solo nel 2000, nel summit di Camp David, la mappa della città venne stesa sul tavolo di quel disastroso negoziato per poggiarvi sopra le rispettive bandierine su quartieri, strade, edifici sacri. Con i risultati – fallimentari e dagli esiti tragici – che sono ormai sui libri della storia contemporanea del Medio Oriente. Meglio allontanare, insomma, il calice amaro di Gerusalemme, per evitare di toccare il cuore anche simbolico del conflitto: questa è stata, nei fatti, la posizione della diplomazia e della politica internazionale. In attesa, probabilmente, che i fatti sul terreno decidessero per tutti i contendenti.

Ciò che è successo all’inizio di luglio ha mostrato, invece, quanto fosse e sia miope il rinvio del dossier Gerusalemme. La città, sotto amministrazione israeliana, non è né normalizzata né pacificata. I ‘fatti sul terreno’, e cioè l’espansione urbanistica degli insediamenti israeliani dentro Gerusalemme est, non ha solo esasperato i palestinesi. Ha portato sulla scena gerosolimitana nuovi protagonisti della società israeliana, come l’ala più radicale del settore delle colonie, a metà tra convinzioni religiose più integraliste e posizioni politiche molto più dure verso i palestinesi. Con il risultato che il punto di non ritorno, in uno scontro sociale e identitario, è considerato ormai molto vicino.

Le avvisaglie si sono avute proprio all’inizio di luglio. Mai – dicono molti gerosolimitani, essi stessi sorpresi dalla violenza urbana dell’inizio di luglio – la tensione tra gli individui e i gruppi sociali era stata così capillare, diffusa e radicale. E per nulla sopita, anche se scomparsa dalle pagine dei nostri giornali. L’atmosfera di sospetto e violenza si mostra, certo, in forme diverse dalla tensione che aveva percorso la lunga e tragica stagione degli attentati suicidi in cui, ancora una volta nella storia di Gerusalemme, la città era stata il cuore del conflitto. La tensione di queste settimane – e in nuce in questi mesi e anni – trasporta a Gerusalemme anche tratti delle tensioni sociali tipiche dei grandi centri urbani europei. Porta la violenza degli ultras del Beitar Yerushalaim, espressione della destra sefardita israeliana e del razzismo anti-arabo. Porta la rabbia dei quartieri palestinesi costretti in un isolamento deciso dai piani regolatori, che non ha solo sapore identitario, ma anche sociale: come nelle banlieu di mezza Europa. È però, ancora una volta, l’elemento politico il nodo della questione di Gerusalemme.

Dal 2000, dal summit di Camp David, in città è successo molto. Tutto quello che i rapporti annuali dei consoli europei hanno evidenziato, paventando tensioni, scontri, violazioni crescenti degli accordi internazionali, e l’impossibilità di creare sul terreno ciò che il processo di Oslo prevedeva. Gerusalemme capitale di due Stati. Non è più possibile, e a dirlo in modo fisico sono due elementi ‘architettonici’: il Muro che chiude la città verso nord e sud, verso Ramallah e Betlemme, e il tram che unisce tutta Gerusalemme, rendendola ciò che è. Una città, una città che non si può dividere, e che però non può essere nella disponibilità di una sola delle parti in conflitto, cioè le autorità israeliane che la amministrano e ne gestiscono i destini quotidiani e politici.

Un elemento di chiusura in cemento armato e un elemento di unificazione su rotaie sono la rappresentazione della ‘questione di Gerusalemme’. Non è un caso che Shu’afat, l’unico campo profughi palestinese dentro la città nei suoi attuali confini, si trovi accanto a entrambi questi elementi, e che gli scontri tra ragazzi palestinesi e poliziotti di frontiera israeliani si siano concentrati sui binari del tram. Ma la reazione politica di tutti i protagonisti (israeliani, palestinesi, cancellerie internazionali) non è stata all’altezza di quanto è successo. Nessuno, tra loro, ha raccolto il guanto di sfida lanciato dal protagonista invisibile, la società di Gerusalemme, variegata, divisa, fatta di estranei e nemici ma pur sempre corpo unico. La politica ha spostato di nuovo l’asse dello scontro, su Gaza, su una sola fazione (Hamas). Rinviando ancora una volta ciò che, forse tra poco tempo, non sarà più rinviabile.

 

Il commento è stato pubblicato dall’ISPI.

I bambini di Jaba

E’ una di quelle giornate, oggi, magistralmente disegnate da Joe Sacco nel suo Palestine, la graphic novel dedicata alla prima intifada. Fredda, piovosa, e con un vento sferzante. Triste. D’altro canto è febbraio, il mese pazzo nella antica tradizione palestinese. Un proverbio dice che a febbraio può nevicare anche sette volte. E oggi grandina. E’ una di quelle giornate che ricorderanno, in Palestina, per l’incidente dei bambini. L’incidente di Jaba.

Nove bambini morti, bruciati nel pullman che li stava portando in gita in un parco dalle parti di Ramallah. Venivano da Gerusalemme, dal campo profughi di Shu’afat, bambini molto piccoli, accompagnati dai loro insegnanti. L’incidente è avvenuto a Jaba, verso quella che da queste parti si chiama Hizma junction. È quell’area tra Gerusalemme e Ramallah in cui si dipana la vita quotidiana dei palestinesi, tra checkpoint, muro, la barriera di Qalandya, le bypass road, le colonie…

A urtarsi (ma la dinamica è ancora confusa) un camion israeliano e il pullman. Il pullman ha sbandato, è andato a finire contro le rocce a lato della strada, ha preso fuoco. Nove i bambini morti, assieme a un loro insegnante. Decine i feriti, portati nell’ospedale di Ramallah (quattro in un ospedale israeliano di Gerusalemme, con tanto di polemiche via twitter tra alcuni giornalisti e attivisti, e la portavoce delle forze armate israeliane: chi vuole approfondire l’argomento, cerchi i tweeps di @ibnezra). Scene strazianti, documentate attraverso le foto che rimbalzano tra twitter e facebook.

Il presidente dell’ANP ha proclamato tre giorni di lutto, e tra i palestinesi non si parla d’altro. Ognuno si sente la madre o il padre di quei bambini che stavano sicuramente ridendo sul pullman, prima di morire. Si parla anche di quella pagina FB del sito Walla, in cui alcuni israeliani hanno commentato l’incidente “ringraziando il cielo” perché i bambini erano palestinesi. Ce ne sono stati altri, di commenti di israeliani che stigmatizzavano il razzismo dei commenti precedenti. Non solo: nel primissimo pomeriggio, su twitter, sono uscite le prime dichiarazioni del ministero della salute palestinese di Ramallah, che accusa le forze armate israeliane di essere intervenute in ritardo, aumentando in questo modo il numero delle vittime. E i soldati israeliani era in zona, perché si tratta di un’area molto sensibile, tra checkpoint e colonie.

Tanto per dire che qui anche un incidente può trasformarsi in un fatto politico. D’altro canto, a proposito di Joe Sacco e di Prima Intifada, nel 1987 la rivolta delle pietre iniziò proprio dopo un incidente nella Striscia di Gaza in cui rimasero uccisi alcuni lavoratori palestinesi. In una zona in cui la tensione tra i palestinesi e i coloni israeliani era all’ordine del giorno…

C’è tensione ora, in Palestina? C’è tensione, in Cisgiordania? C’è tensione, a Gerusalemme est? Sì, ce n’è, e anche tanta. E non per il terribile incidente di stamattina. È che non passa giorno in cui non ci sia uno stillicidio di piccole notizie. Demolito due giorni fa – per esempio – il parco per bambini (l’unico parco per bambini) di Silwan, l’area delicatissima di Gerusalemme est appena al di fuori delle Mura di Solimano, dove opera una delle associazioni di coloni israeliani più radicali. Solo uno dei – per così dire – episodi degli ultimi giorni nella storia infinita delle demolizioni nel cuore di Gerusalemme est. E poi le notizie continue di violenze dentro la Cisgiordania a opera dei coloni, dalle macchine bruciate agli scontri nelle zone attorno a Nablus e a Hebron.

La notizia che, però, riempie le conversazioni dei palestinesi è quella che riguarda Khader Adnan, un panettiere di 33 anni al suo 61 giorno di sciopero della fame. Militante della Jihad Islamica, è stato arrestato dagli israeliani senza accuse precise, in quella che – da queste parti – si chiama detenzione amministrativa. Sottoposto a detenzione amministrativa per quattro mesi, Adnan ha cominciato a metà dicembre lo sciopero della fame. E ora rischia di morire. Nel disinteresse generale, a quanto sembra, se le notizie continuano in massima parte ad arrivare dai social network. Eppure, il caso di Khader Adnan porta in superficie un’altra delle notizie e delle questioni nascoste, in questo posto. La detenzione preventiva, che colpisce migliaia di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Cosa lega l’incidente di Jaba alla demolizione del parco per bambini a Silwan, e allo sciopero della fame di Khader Adnan e, ora, di molti altri prigionieri? che queste sono le notizie al tempo di twitter. Scansate dalla stampa mainstream, diffuse attraverso il web. Che parla, più della stampa mainstream, della ordinaria quotidianità di questo posto.

Non c’è un brano appropriato, oggi. Ma la Passione secondo Matteo di Bach può fare da colonna sonora.

Abu Mazen premier. Accordo raggiunto

Definirla una svolta potrebbe essere eccessivo, ma – certo – l’annuncio fatto stamattina in Qatar dell’accordo raggiunto da Mahmoud Abbas e Khaled Meshaal è di quelli che segnano una tappa, in questa storia farraginosa e travagliata della riconciliazione palestinese. La notizia: Mahmoud Abbas guiderà il governo di transizione che deve superare l’impasse di questi ultimi cinque anni. E che deve le elezioni presidenziali e politiche, previste – almeno sulla carta – per il prossimo maggio.

È questa la soluzione trovata dopo tre ore di faccia a faccia sponsorizzato dall’emiro del Qatar, sheykh Hamad Khalifa al Thani. Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas, e Khaled Meshaal, il capo dell’ufficio politico di Hamas si era trovati ieri a Doha, ospiti dell’emiro del Qatar che – dicono le notizie d’agenzia – avrebbe fornito la soluzione politica ai due leader palestinesi. Perché Abbas dovrebbe essere primo ministro, e non altri? Perché un accordo su altri nomi non si è trovato, né negli scorsi cinque anni, né nell’ultimo anno, dopo la firma dell’accordo di riconciliazione nel maggio del 2011, al Cairo.

È vero che Abu Mazen concentrerà sulla sua persona un gran numero di ruoli: non solo quello di presidente dell’ANP, carica scaduta da anni. Ma anche quella di leader eletto di Fatah e di capo dell’OLP. Il suo nome, però, è l’unico possibile per superare due resistenze. Quella di Salam Fayyad, sempre smentita negli scorsi anni, ma resa evidente da una serie consistente di dimissioni annunciate e mai messe in pratica. E anche quella di Ismail Haniyeh, premier del governo di Hamas a Gaza, che sta assumendo un profilo sempre più importante negli equilibri interni del movimento islamista.

Non si può escludere, però, che lo stesso Haniyeh fosse a conoscenza della proposta dell’emiro del Qatar, visto che con sheykh Hamad Khalifa al Thani aveva avuto un incontro il giorno prima del summit tra Abbas e Meshaal. Per la seconda volta nel giro di soli due mesi, Haniyeh è infatti impegnato in un tour regionale che lo ha già portato – appunto – a Doha, in Bahrein, per approdare poi a Teheran.

L’accordo tra Abbas e Meshaal, raggiunto in lunghe ore di negoziato a Doha, ha un altro attore politico: la Giordania. Sia Abbas sia Meshaal provenivano, infatti, da Amman. Un dettaglio importante, perché nelle ultime settimane la Giordania è stata al centro di molti dei colloqui dietro le quinte. Il re Abdallah II ha cercato infatti di far ripartire i negoziati di pace tra israeliani e palestinesi, che sono però – com’era prevedibile – subito falliti. E nel frattempo ha ricevuto Meshaal e l’intero vertice dell’ufficio politico di Hamas, ricucendo ufficialmente i rapporti tra la Giordania e il  movimento islamista. Abbas, invece, è passato da Amman nel suo viaggio verso il Qatar, mostrando – con evidenza – che il lavorio diplomatico compiuto in questi mesi dalla Giordania e da alcuni paesi della penisola arabica (Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita) sta cominciando ad avere i suoi frutti.

La riconciliazione palestinese è da inquadrare nella tensione sempre più alta nella regione, per i tamburi di guerra tra Israele e Iran che hanno iniziato a rullare sempre più forte? Può darsi. Spostare Hamas dall’alleanza (tattica) con l’Iran verso il Golfo non è ininfluente. E Hamas – o almeno la sua leadership all’estero – sembra aver recepito il messaggio. Da movimento pragmatico qual è, Hamas sembra cercare velocemente una nuova collocazione che faccia superare al movimento un’altra delle sue fasi di debolezza, dopo l’uscita da Damasco.

Stay tuned

Per la playlist, Nina Simone canta – da par suo – Just Like a Woman.

“La mela l’avevamo già mangiata”

Per amore della storia di questo conflitto, vorrei condividere con i lettori queste poche righe di una conversazione tra Saeb Erekat e George Mitchell (che qualche mese fa ha gettato la spugna, e ha lasciato la Casa Bianca e il suo ruolo di inviato speciale per il Medio Oriente, mentre – come anche scrive Nahum Barnea oggi su Yediot Ahronot – Dennis Ross è tornato tra coloro che contano attorno al presidente USA). E’ una conversazione dell’ottobre 2009, poco meno di due anni fa. Saeb Erekat descrive quello che, in sostanza, l’Autorità Nazionale Palestinese era stata già disposta ad accettare. Praticamente tutto…

SE: I want to point out I am answering in my personal capacity on these questions. 19 years after the start of the process, it is time for decisions. Negotiations have been exhausted. We have thousands of pages of minutes on each issue. The Palestinians know they will be a country with limitations. They won’t be like Egypt or Jordan. They won’t have an army, air force or navy, and will have a third party to monitor … Palestinian will need to know that 5 million refugees will not go back. The number will be agreed as one of the options. Also the number returning to their own state will depend on annual absorption capacity. There will be an international mechanism for resettling in other countries or in host states, and international mechanism for compensation. All these issues I’ve negotiated. They need decisions. The same applies to the percentage. A decision on what percentage. We offered 2%. They said no. So what’s the percentage. You can go back to the document we gave president Obama in May.

GM: You’re saying no direct negotiations at all?

SE: Once you’ve established parameters of the end game, with a timeframe with incremental steps, every single thing will have to be negotiated for implementation. So either you put me in a position to eat the apple from the start – and BN tells me we have a new era and takes me on a ride – or the other way I just described – I already ate the apple. Once you have one or two pages, once you accomplish this, you will be in a position of peacemaking, not a peace process. This will be your hallmark. It has been 19 years and I’ve been in all the meetings.

Il documento è stato pubblicato lo scorso gennaio all’interno dei Palestine Papers, da Al Jazeera. Lo trovate qui.

Hamas e il Secondo Risveglio Arabo

Il 15 marzo del 2011 non è un “giorno della rabbia”, come lo è stato in altri paesi della regione, nei mesi del Secondo Risveglio Arabo. La giornata di manifestazioni indetta, anche in questo caso, attraverso il tam tam via internet, ha per i palestinesi un’altra caratura. Unità, fine delle divisioni, riconciliazione. In un concetto: ricostruzione della casa palestinese. La giornata è stata organizzata dai ragazzi palestinesi, né più né meno come le giornate del Cairo, di Tunisi, di Manama. Sono loro – i giovani tra i venti e i trentacinque anni – ad aver stilato documenti su documenti, concentrati non solo sulla richiesta di porre fine alle divisioni (come quella tra Fatah e Hamas), ma soprattutto sul concetto di identità palestinese, per nulla limitata ai confini di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est.

Non sono molti, i ragazzi che partecipano alla manifestazione del 15 marzo, a Ramallah e a Gaza. A piazza al Manara, a Ramallah, riempiono comunque il cuore della città cisgiordana. Attorno a loro, però, ci sono troppe bandiere nuove, portate dai giovani di Fatah, perché all’inizio sia il partito che fu di Yasser Arafat sia l’Autorità Nazionale Palestinese tentano di cavalcare la protesta giovanile per evitare di ricevere troppe pressioni. Anche Hamas, a Gaza, vive lo stesso imbarazzo: la manifestazione molto più consistente, dal punto di vista numerico – a cui partecipa peraltro Vittorio Arrigoni – segnala che i ragazzi della Striscia appartengono in tutto e per tutto a quelle generazioni arabe che hanno acceso la miccia delle rivoluzioni. Usano, peraltro, lo slogan mutuato da quelli usati in tutte le altre piazze: al sha’b yurid, il popolo chiede. Non, però, la “caduta del regime”, bensì “la fine della divisione”. Il popolo chiede, e dunque pretende di tornare a essere la fonte della legittimità del potere: una richiesta, questa, che le fazioni palestinesi sono costrette ad ascoltare.

La reazione, da parte del movimento islamista palestinese, è immediata. Il primo ministro del governo de facto, Ismail Haniyeh, invita lo stesso giorno in diretta televisiva Mahmoud Abbas a Gaza. “Invito il presidente, il fratello Abu Mazen, e Fatah a incontrarci subito qui a Gaza o in qualsiasi altro posto, per dare il via al dialogo nazionale per raggiungere la riconciliazione”, dice Haniyeh, con un ballon d’essai che fa comprendere quanto l’uscita allo scoperto dei ragazzi palestinesi abbia avuto un ruolo importante nell’accordo che Fatah, Hamas e tutte le altre fazioni hanno firmato solennemente il 4 maggio del 2011 al Cairo.

Sia Hamas sia Fatah hanno temuto, il 15 marzo, di essere travolti da un’ondata di rivolta dentro Cisgiordania e Gaza, anche se i numeri sarebbero stati sicuramente diversi, rispetto a quelli delle rivoluzioni in Tunisia o in Egitto. Entrambe le organizzazioni politiche palestinesi, infatti, erano e sono pienamente coscienti del deficit di consenso di cui soffrono, a partire dal colpo di mano di Hamas a Gaza del giugno 2007, che ha portato alle estreme conseguenze il loro scontro, e cristallizzato la divisione tra due entità politico-istituzionali. La riconciliazione, dunque, è il frutto del Secondo Risveglio Arabo, ed è soprattutto Hamas ad aver allo stesso tempo subito le rivoluzioni e, attraverso il pragmatismo che ha sempre contraddistinto la sua storia, compreso la necessità di un aggiustamento importante nella sua linea politica.

Nata e cresciuta all’interno della società palestinese, Hamas è sempre stata incredibilmente sensibile alle reazioni che la “strada” ha avuto rispetto alle sue strategie politiche. È quindi molto probabile che anche durante i primi mesi delle rivoluzioni arabe il movimento islamista abbia registrato e rielaborato dal punto di vista politico, attraverso le  sue molte antenne, le reazioni sia dentro Gaza e la Cisgiordania, sia nel mondo dei rifugiati, sia anche nei paesi coinvolti nel conflitto israelo-palestinese. Dentro la società palestinese, la stanchezza, la frustrazione  e la disaffezione verso le fazioni era evidente già da tempo. Il Secondo Risveglio arabo ha solo dato la spinta necessaria a una richiesta che, se non esaudita, sarebbe potuta esplodere in altro modo, in una nuova intifada contro gli israeliani piuttosto che in una sollevazione contro le èlite al potere in Cisgiordania e a  Gaza.

Il dato più interessante della pressione esercitata dai ragazzi palestinesi riguarda proprio il territorio controllato (seppure solo parzialmente, vista la stretta dell’occupazione israeliana) dall’Autorità Nazionale Palestinese. Le richieste del “15 marzo”, infatti, non si limitavano solo alla riconciliazione in senso stretto, ma prendevano in esame la stessa identità palestinese, che ritorna a essere una identità complessiva, senza confini. Un’identità che comprende i palestinesi di Israele, i palestinesi dei campi profughi fuori da Cisgiordania e Gaza, i palestinesi della diaspora, tanto da chiedere (un punto peraltro accettato nell’accordo di riconciliazione del 4 maggio) anche nuove elezioni del Consiglio Nazionale Palestinese, il parlamento dell’OLP. Nel momento in cui Hamas accetta nella sostanza una Palestina sui confini del 1967,  i ragazzi del 15 marzo chiedono allo stesso tempo che si rifletta di nuovo sulla rappresentazione politica dei palestinesi fuori dai confini incerti dell’ANP, di Cisgiordania e Gaza. Una richiesta per nulla semplice.

Accanto alla dimensione interna, poi, bisogna considerare con eguale attenzione anche il ruolo degli sconvolgimenti regionali, che hanno ‘costretto’ Hamas a rivedere sia la propria tattica verso il conflitto israelo-palestinese, sia il proprio assetto interno. Non sono stati solo i palestinesi, infatti, a indire una “giornata” di manifestazioni, il 15 marzo. Anche in Siria è stato scelto lo stesso giorno, per dare inizio a una rivolta ben più pesante e complessa. E l’instabilità siriana non poteva non scuotere anche la leadership di Hamas, ospitata a Damasco da oltre un decennio. Fedele a una scelta strategica che ha avuto il suo inizio addirittura prima che il movimento fosse formalmente fondato, Hamas non ha mai voluto ingerirsi negli affari interni degli Stati con i quali ha avuto rapporti. Al contrario della linea seguita da Fatah e dalle altre fazioni, che nella guerra civile libanese e nella cacciata dell’OLP da Beirut a opera dell’esercito israeliano ha avuto la sua epifania. Persino la lunga stagione del terrorismo firmato da Hamas non ha mai travalicato i confini israeliani. Anche nel caso della rivolta siriana, dunque, Hamas ha avuto una posizione inizialmente neutrale, nonostante il movimento nazionale dei Fratelli Musulmani sia illegale a Damasco e abbia subito una durissima repressione. La Siria, d’altro canto, ha fatto parte a pieno titolo del processo di riconciliazione che ha prodotto l’accordo del  4 maggio.

Allo stesso tempo, però, l’imbarazzo di Hamas nei confronti del regime di Bashar el Assad comincia a essere sempre più evidente, come dimostrano le voci sempre più frequenti riguardanti un possibile spostamento del quartier generale del bureau politico in altri paesi. Tra le ipotesi più accreditate, c’è quella di una divisione in tre tronconi della leadership all’estero, che si dovrebbe dividere tra Cairo, Doha e Ankara. A prescindere dal possibile spostamento dell’ufficio politico, è comunque la posizione di Hamas rispetto alle rivoluzioni il dato più interessante. Nonostante la gestione del territorio a Gaza dal parte del governo di Ismail Haniyeh, le cui forze di sicurezza hanno più volte impedito le manifestazioni dell’opposizione e delle voci contrarie in genere, Hamas ha subito riconosciuto la potenza delle rivoluzioni arabe. Lo ha fatto Moussa Abu Marzouq, per esempio, considerando sia il movimento dei giovani palestinesi del 15 marzo sia la rivoluzione egiziana come alcune delle cause della riconciliazione palestinese. Lo stesso numero due dell’ufficio politico dello Harakat al Muqawwama al Islamiyya è andato ancora oltre, in un commento pubblicato sul Guardian del 24 maggio, indicando nell’islam politico una delle componenti delle rivoluzioni arabe. “I venti dello storico, pacifico cambiamento che stanno scuotendo il Medio Oriente raggiungeranno, prima o poi, le spiagge dell’Occidente – ha scritto Abu Marzouq -. E i suoi governi non potranno più marginalizzare, screditare o ignorare i movimenti islamisti, popolari e democratici, della regione. Incluso Hamas”.  Khaled Meshaal stesso è andato a incontrare i diversi organismi che, dopo i 18 giorni della rivoluzione di Piazza Tahrir, si sono formati per rappresentare la “gioventù rivoluzionaria” egiziana. Riconoscendo, dunque, ai ragazzi il ruolo di nuovi attori del panorama politico regionale.

Hamas, dunque, sembra aver ben compreso il peso della tempesta rivoluzionaria in corso in tutto il Medio Oriente. Lo stesso accordo di riconciliazione, mediato soprattutto dal gruppo delle personalità indipendenti palestinesi che per anni hanno compiuto una nascosta quanto fondamentale spola tra i contendenti di Fatah e Hamas, è un riconoscimento chiaro dei cambiamenti in atto. E, nell’immediato, di una diversa debolezza  di Hamas. Il movimento radicale è,  da un lato, premuto a Gaza dalle richieste sempre più forti dei giovani. È, in sostanza, esso stesso regime, perché detiene il potere e controlla un territorio, seppur sottoposto a embargo. Hamas, dall’altro lato, è anche imbrigliato tra  Damasco e il Cairo dagli stravolgimenti subiti dai regimi siriano ed egiziano. Se l’instabilità di Damasco ha messo a rischio lo stesso rapporto di patronato tra il regime di Bashar el Assad e Hamas, la caduta di Hosni Mubarak ha cambiato di 180 gradi il ruolo dell’Egitto nel conflitto israelo-palestinese. Il Cairo guarda diversamente a Gaza, che pure continua a rappresentare un problema importante sul confine del Sinai. E guarda diversamente anche ai palestinesi, come dimostra il ruolo tutto sommato neutrale assunto dal ministro degli esteri Nabil el Arabi, molto diverso dalla posizione schiacciata su Fatah, sull’ANP, da un lato, e molto vicina ai desiderata israeliani, avuta dal vecchio capo dei servizi di sicurezza del regime Mubarak, Omar Suleiman, per anni il deus ex machina della fallita riconciliazione interpalestinese.

Nella foto, i due negoziatori della riconciliazione, gli unici due che hanno trattato per anni:  Moussa Abu Marzouq, numero due di Hamas e stratega del movimennto islamista, e Azzam el Ahmed per Fatah.

15 marzo. Tocca ai palestinesi

Non è un “giorno della rabbia”, come lo è stato in altri paesi arabi. Il giorno delle manifestazioni, per i palestinesi, ha un’altra caratura. Unità, fine delle divisioni. E, programmaticamente, la  “giornata dell’unità” è stata programmata dai ragazzi. Sono loro a essersi riuniti, nelle scorse settimane. Sono loro ad aver stilato documenti su documenti. Sono loro ad aver deciso di fare lo sciopero della fame (la foto, scattata a piazza al Manara, a Ramallah, dai manifestanti, ritrae coloro che stanno facendo lo sciopero della fame e che sono rimasti a dormire per strada). Sono loro ad aver organizzato sit-in e manifestazioni, partite ieri sera da Gaza.

BREVE AGGIORNAMENTO: Sono appena tornata da Ramallah. Piazza al Manara era veramente piena. Molte bandiere troppo nuove, molti ragazzi di Fatah. Ma il messaggio è stato lanciato, anche stavolta usando uno slogan mediato dalle rivoluzioni arabe. Al Sha’b yurid, il popolo chiede. Ma in questo caso non chiede la “caduta del regime”, bensì la “fine della divisione”. Molti, molti ragazzi.  E  se anche Fatah e un pezzo dell’ANP hanno cercato di cavalcare la protesta (come peraltro potrebbe essere successo anche a Gaza, con parti invertite) il messaggio lanciato dai ragazzi non perde di significato.

A Ramallah c’era un’atmosfera di festa. Ragazzi e ragazze tra la piazza e le strade commerciali. Nei caffè a mangiare ottime focacce (10 e lode a Zeit u Zatar, una rosticceria di qualità, ottimo servizio, amata soprattutto dalle donne). Mentre su molte macchine (comprese quelle della polizia…) c’erano le bandierine palestinesi su di un supporto bianco di plastica, lo stesso usato in Israele quando c’è la festa della bandiera. Un cocktail di messaggi politici, da tener presente per capire cosa succederà tra i palestinesi.

Ci riusciranno, a premere sulle èlite politiche palestinesi che non sono riuscite – tutte quante, nessuna esclusa, Hamas e Fatah – a uscire dal pantano dell’esclusione, e a condividere finalmente il potere nel periodo post-Arafat? Riusciranno a far terminare l’impasse politica in cui sono stretti i palestinesi, e a indicare altre linee possibili? Questa nuova generazione di palestinesi, usciti dalle ‘ceneri’ della seconda intifada, ha già dato un’indicazione: all’occupazione israeliana si risponde con la nonviolenza, e con pratiche di pressione, come il boicottaggio, usate soprattutto in Occidente. Sono i ragazzi delle manifestazioni settimanali nei paesi minacciati dall’espansione delle colonie e del Muro di separazione, per esempio. Salmiya, anche tra i palestinesi. Nonviolenza.

A proposito di violenza. Sulla strage di Itamar, in cui sono stati uccisi cinque dei componenti della famiglia Fogel, compresi due bambini e un neonato, ho scritto la cronaca per i giornali locali del gruppo Espresso-Repubblica (omaggiata, anche questa volta, dal solito attacco senza senso…). Non ci sono ancora sospetti, ma in compenso ci sono decine di palestinesi arrestati e un nuovo avamposto dei coloni israeliani costruito in un battibaleno sulle terre del villaggio palestinese di Awarta. Non ci sono novità nelle indagini, perché la polizia ha ordinato il segreto sull’inchiesta in corso. In questi due giorni, però, ci sono state due notizie che occorre riportare. Per la prima volta, ed è un unicum nella storia delle fazioni armate palestinesi, Jihad Islamica, Hamas e il braccio armato di Fatah hanno detto che con il massacro di Itamar non c’entrano niente. Non lo hanno rivendicato e ne hanno anzi preso le distanze. Il portavoce del governo di Hamas a Gaza è andato oltre, dicendo che non capisce come mai non si battono altre piste, e si esclude che la mano non sia stata palestinese. Ieri, poi, Ma’an News ha riportato la notizia che i lavoratori thailandesi impiegati nella colonia di Itamar, una delle più radicali in Cisgiordania, sono stati tutti interrogati dalla polizia. Sui siti palestinesi si riporta la testimonianza di una famiglia, che dice che il nome dell’autore è noto, e sarebbe quello di un lavoratore asiatico, fuggito poi dalla colonia. Questo spiegherebbe come mai Itamar, una delle colonie più protette, con rete di rencinzione e allarme elettronico, avrebbe subito uno smacco così importante nelle misure di difesa. Le indagini, dunque, sono ancora in corso. Prima di accusare, penso che occorrerà attendere la conclusione dell’inchiesta.

C’è poi il lato politico della questione. Consiglio la lettura di molti  commenti  apparsi negli ultimi due giorni su Haaretz (un esempio su tutti, il commento di Nehemia Shtrasler) e su 972mag. Tutti di opinionisti israeliani.