Vento cairota a Ramallah

E’ crisi di governo, a Ramallah. Una crisi di governo pilotata, per consentire all’Autorità Nazionale Palestinese di gestire le elezioni presidenziali, politiche e municipali in programma la prossima estate. Il premier del governo palestinese di Ramallah,  Salam Fayyad ha rassegnato stamattina le dimissioni sue e del governo che ha guidato negli scorsi tre anni e mezzo, dopo il coup di Hamas a Gaza e la divisione sempre più profonda dei Territori Palestinesi Occupati . Il presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas, ha subito reincaricato lo stesso Fayyad di formare un nuovo esecutivo in tempi brevissimi,  entro sei settimane, per continuare il disegno di Fayyad, e cioè il programma per uno Stato palestinese indipendente che possa reggere dal punto istituzionale, e – parallelamente – per gestire la preparazione della campagna elettorale. E’ per questo motivo che il governo non dovrebbe essere formato solo da  tecnocrati, e dovrebbe invece vedere un aumento esponenziale di membri di Fatah tra i nuovi ministri. Come questo gioco possa riuscire, è difficile da capire, visto che le tensioni tra Fayyad e Fatah sono sempre state visibili, in questi tre anni e mezzo.

E’ certo, però, che Fatah ha bisogno di concentrarsi sulla base di consenso e sulla gestione del potere, in un momento estremamente critico come questo. I venti di Tunisi (che ospitò l’OLP in esilio, prima del 1994 e del rientro della leadership nei Territori Palestinesi occupati) e soprattutto del Cairo hanno suscitato molte preoccupazione, a Gaza ma soprattutto a Ramallah. E’ infatti Fatah a rischiare di più con la caduta di Hosni Mubarak e i cambiamenti epocali in corso in Egitto. Mubarak, patron di Fatah da decenni, era anche un sostegno determinante a Ramallah come cuore del potere dell’ANP, soprattutto sul dossier della riconciliazione. Dossier nel quale l’Egitto, attraverso il mediatore per eccellenza, Omar Suleiman, non è mai stato considerato un attore neutrale, bensì un mediatore che aveva da sempre sposato una delle parti in causa, e cioè Fatah.

Ciò che è successo al Cairo, la caduta di Mubarak, le picconate inferte al suo regime, non può dunque non avere i suoi contraccolpi nella politica palestinese. E i suoi effetti già si vedono. La crisi di governo a Ramallah è solo l’ultima, nelle serie di decisioni politiche importanti prese a Ramallah in appena tre giorni. Prima le dimissioni da capo dei negoziatori palestinesi di Saeb Erekat, travolto dallo scandalo dei Palestine Papers, i documenti riservati resi pubblici da Al Jazeera proprio in concomitanza con l’inizio della rivoluzione in Egitto, poco prima del 25 gennaio.. Poi la decisione, sempre sabato scorso, di indire elezioni presidenziali e parlamentari per il prossimo settembre, presa dal comitato esecutivo dell’OLP e resa nota dal segretario generale Yasser Abed Rabbo. Una decisione che Hamas, che controlla Gaza, ha subito rifiutato come illegittima, rendendo nella pratica impossibile lo svolgersi delle elezioni non solo in Cisgiordania e – con molti forse, stavolta per l’opposizione israeliana – a Gerusalemme est, ma anche nella Striscia di Gaza.

Dall’effetto domino scatenato non solo e non tanto da Tunisi, ma principalmente dal Cairo, la Palestina non può insomma essere esclusa, nonostante non vi siano, almeno al momento, i segnali di un movimento di giovani così importante come quello egiziano. Né, in particolare, può essere escluso Israele. La rivoluzione del 25 gennaio cambia tutto, in Medio Oriente. Non solo la stabilità delle autocrazie arabe, non solo il processo di pace, ma le stesso domande irrisolte dentro la società israeliana sul suo ruolo in Medio Oriente e sulla sua accettazione o meno, tutta culturale e interna, di far parte di questa regione e delle sue dinamiche. E’ la domanda che, ormai da settimane, viene fatta da molti intellettuali israeliani alla propria società. A prescindere dagli equilibri geopolitici.

La foto è stata scattata al Cairo, il 13 febbraio, durante la manifestazione dei lavoratori del comparto energetico, un settore che incide sui rapporti tra Egitto e Israele. E’ tratta dall’album Flickr di Hossam el Hamalawy, giornalista, blogger e attivista, specializzato sugli scioperi operai, sin dal 2006.

Divieto di ingresso a Fayyad

Ingresso vietato a Gerusalemme per Salam Fayyad. Lo ha firmato il ministro israeliano per la pubblica sicurezza, Yitzhak Aharonovitch, confermando il bando delle attività dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gerusalemme est, occupata dal 1967. Il premier palestinese Fayyad doveva inaugurare stamattina (ma ha poi cancellato la sua partecipazione) una scuola appena finita di ristrutturare con i soldi dell’ANP,  a Dahiyat as-Salam, in uno dei quartieri più poveri e dimenticati di Gerusalemme est, proprio a ridosso del Muro di Separazione. Uno dei 15 progetti che l’ANP  ha finanziato, assieme alla pavimentazione di alcune strade alle quali non aveva provveduto la municipalità israeliana di Gerusalemme, sotto la cui giurisdizione cade Dahiyat as-Salam. La reazione israeliana è più dura di quanto si possa immaginare, perché i finanziamenti dell’ANP evidenziano quello che la municipalità israeliana non ha fatto perché Gerusalemme est potesse vivere, respirare e svilupparsi come la parte ovest della città, in linea con la politica di Israele, che considera la città unificata. E il passo di Fayyad è anche considerato preoccupante dal punto di vista mediatico, se è vero che il sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, ha inaugurato proprio ieri in un altro quartiere palestinese di Gerusalemme est – Ras al Amud, teatro di frizioni costanti per la presenza di una colonia radicale proprio nel cuore del quartiere – una scuola femminile.

L’attivismo di Fayyad a Gerusalemme est segnala una novità importante, rispetto alla politica seguita dall’ANP negli ultimi anni, dopo la morte, poco meno di dieci anni fa, del leader più importante di Gerusalemme palestinese, Faysal al Husseini, e la successiva chiusura della Orient House, decisa dalle autorità israeliane. Da allora, la presenza dell’ANP a Gerusalemme è divenuta sempre meno importante, se non residuale, a causa anche della costruzione del Muro di Separazione e del progressivo distacco della Cisgiordania da Gerusalemme est. Ciò non vuol dire che la presenza plaestinese sia ridotta, con i 200mila abitanti che risiedono entro i confini della municipalità, né che l’ANP non sia a suo modo presente, per esempio con i testi scolastici che si usano in molte scuole palestinesi della città. Lo scollamento è tra una presenza fisica degli abitanti palestinesi e la presenza di una politica attiva palestinese, sempre più incapace di produrre una linea comune.

La storia insegna che questo è già successo molte volte, nei momenti importanti della vita contemporanea di Gerusalemme. Basta guardare alle divisioni della politica palestinese,  tra la fine dell’Impero Ottomano e il Mandato Britannico, cartina di tornasole della spaccatura tra le figure più di rilievo del notabilato. Oggi, anno domini 2010, lo scenario è ancora più deprimente, non solo per l’assenza di un leader carismatico come Faysal al Husseini, che ancora tutti rimpiangono. Ma soprattutto per l’assenza di una visione sul futuro della città. Per questo il passo di Salam Fayyad, di riportare Gerusalemme est alla ribalta, segnala una differenza rispetto al recente passato. Quanto questa sia foriera di una nuova visione, è tutto da verificare.

La foto è tratta dal sito di B’tselem, che nel 2008 si era occupato di una discarica illegale a Gerusalemme est, proprio nel quartiere negletto di Dahiyat as-Salam

Nessun progresso senza sovranità

Lo dice Nathan Brown, uno dei più rinomati e acuti esperti della politica palestinese, nell’ultima analisi a suo nome pubblicata dal Carnegie Endowment for International Peace. Di ritorno dalla Cisgiordania, Nathan Brown fa un bilancio delle istituzioni dell’Autorità Palestinese a Ramallah, a tre anni dal coup di Hamas a Gaza, dal fallimento del governo di unità nazionale tra Fatah e Hamas, e dalla frattura non solo politica tra Gaza e Cisgiordania.

Le critiche al cosiddetto fayyadismo e al sostanzioso sostegno (non solo in termini economici) al governo di Ramallah non sono poche.

La prima. Non si può pensare a un progresso dal punto istituzionale, per l’ANP, se non si lega il progresso alla sovranità. Concetto, a dire il vero, accantonato da chiunque, nella comunità internazionale. Salvo, forse, di questi tempi, dalla Turchia. Sovranità palestinese, ovvero araba fenice sin dai tempi di Oslo…

It is difficult to find many Palestinians who believe that continued institutional progress can be sustained without sovereignty. This is true even for those who participate in Fayyad’s program. Those who run the West Bank PA and staff its institutions— including Fayyad himself— do not see the effort as an indefinite substitute for real statehood. And Fayyad’s international backers increasingly acknowledge that the current “time out” in the Israeli– Palestinian conflict (as Thomas Friedman, one of Fayyad’s least restrained boosters, has called it unsustainable absent diplomatic progress.

Brown, però, è più interessato alle questioni interne. La conclusione è: nel fayyadismo la burocrazia, dunque l’amministrazione, sta vincendo sulla politica. A dispassionate analysis reveals that rather than building institutions, Fayyad’s cabinet is reviving some of them and attempting to inject elements of greater competence and efficiency in selected bureaucratic locations. This is then a program of improved public administration rather than a statebuilding effort.

Analisi che condivido al 100%. E la sconfitta della politica, aggiungo, non può far altro che consolidare lo status quo, e dunque la mancata soluzione del conflitto, laddove – per risolverlo – la sovranità è parte fondamentale. Conditio sine qua non.

La foto è di Francesca Nardi. E’ stata scattata nella città vecchia di Hebron, in quella che ormai è una parte spettrale della città, a due passi dalla moschea Ibrahimi/Tomba dei Patriarchi. E’ la parte in cui si trovano poche centinaia di coloni israeliani radicali, nel cuore della Cisgiordania.