Che la Cura di Battiato protegga la Sicilia

E’ ufficiale. Franco Battiato ha accettato di essere l’assessore alla cultura nella giunta regionale che sta componendo il nuovo presidente, Rosario Crocetta. È immediato (e forse banale) il richiamo a quella che è la canzone (d’amore) più bella di Battiato, La Cura, e una delle più profonde e delicate della storia della canzone italiana. Ed è altrettanto immediato sperare che quel sostegno e quella delicatezza che il brano esprime  (“Perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te. Io sì, che avrò cura di te”) sia il motto e il monito di Battiato nel suo nuovo ruolo di amministratore. Non solo e non tanto – paradossalmente – per quello che proporrà in termini di offerta culturale, sulla cui profondità, raffinatezza, apertura al Mediterraneo non c’è dubbio. Quanto, piuttosto, perché crei una necessaria discontinuità rispetto al prima.

E la discontinuità significa curare la Sicilia come se fosse, più che un gioiello, una pianta. Una pianta che vive e produce e cresce con selvaggia bellezza anche senza che gli uomini la potino e la innaffino. E però, cosa diventerebbe la Sicilia se quella forza innata, quel fascino particolare, quel richiamo continuo alla storia, alle radici che scavano nei secoli e nei millenni, fosse curata a tal punto da divenire fonte di sviluppo e allo stesso tempo una teca intoccabile? Cosa diventerebbe, la Sicilia, se la sua bellezza non fosse prostituita, mercanteggiata e oltraggiata con un ritmo quotidiano?

La neofita che è in me è entusiasta, per la scelta su Battiato e di Battiato. La ‘vecchia’ storica teme che la Sicilia della politica d’antan (basta chiamarlo gattopardismo, rischia di essere un bel velo per coprire le responsabilità del Novecento e dell’oggi…) riesca a ingoiare e digerire tutto, anche la discontinuità. La meridionale che è in me (perché tale solo per dna) è convinta che, invece, queste settimane e questi mesi rappresentino una reale discontinuità carsica, di cui vedremo traiettorie e risultati solo tra un po’ di tempo.

E, infine, la mediterranea che è in me sa che Franco Battiato ama questo mare che tutto contiene con tutto se stesso. Che non ci sono mediterranei di serie A e di serie B.

Come diceva Jalaluddin Rumi, il più grande poeta sufi, «Vieni, vieni, chiunque tu sia vieni. /Sei un miscredente, un idolatra, un ateo? Vieni/
Il nostro non è un luogo di disperazione, e anche se hai violato cento volte una promessa… vieni».

La Cura, live, 1997.

Potpourri. Ma un occhio alla #Sicilia!

Inutile dire che tutti gli occhi – i miei compresi – sono sulle elezioni in #Sicilia. Ho votato, per la prima volta, da residente, e dunque faccio parte a pieno titolo di quell’ampia minoranza che ieri ha deciso di andare alle urne e non si è astenuta. Ciò non vuol dire che io non capisca non solo l’insofferenza, ma anche lo scatto di dignità di molti degli elettori che hanno deciso di non votare: solo che io, provenendo da posti dove la richiesta di poter avere elezioni democratiche ha fatto sacrificare la vita a molti giovani, ritengo che in ogni caso votare sia ancora un diritto/dovere. Per molti, nel mondo, è ancora un lusso.

Da oggi in poi, invece, vedremo in azione la politica. E soprattutto, sarà interessante osservare se la politica avrà compreso quanto la frattura tra un’azione autoreferenziale e la realtà quotidiana (locale, prima di tutto) si stia approfondendo. Con molta più rapidità di quanto si pensi. Occorre fantasia, per la politica, più che nuove facce, o giovani perennemente in ascesa, come succede sul piano nazionale. Occorre fantasia, e una proposta che divenga azione politica. A partire dalla dimensione locale, che continuo a pensare sia il primo laboratorio di un cambiamento che deve essere veloce, anche costoso, e serissimo.

Detto questo, è chiaro che occuparsi di Medio Oriente, oggi, è quasi impossibile. Un po’ di consigli per la lettura, comunque, potrebbero sempre risultare utili.

– E allora comincio, appunto, con due libri usciti in italiano, e appena arrivati sulla mia scrivania. Per le recensioni, datemi un po’ di tempo. Il primo volume è quello di Jolanda Guardi e Anna Vanzan, Che genere di islam. Omosessuali, queer e transessuali tra shari’a e nuove interpretazioni (Ediesse 2012). Titolo e sottotitolo dicono già molto, di un volume di cui c’era bisogno. Mabrouk Jolanda e Anna!!

Il libro postumo di Anthony Shadid, Premio Pulitzer e corrispondente dal Medio Oriente del New York Times, è uscito in italiano per i tipi Add. Si intitola La casa di pietra. Un modo per scoprire ancor di più lo sguardo lucido ed empatico di Shadid, morto in Siria all’età di 43 anni. Morto sul lavoro.

– Sul web, invece, è possibile leggersi la denuncia di Human Rights Watch contro la decisione del  ministro della giustizia tunisino di far dimettere 75 giudici. Un colpo all’indipendenza della magistratura, accusa HRW, e un pericoloso precedente che mette in guardia sull’ampia possibilità di manovra del potere esecutivo. La denuncia arriva proprio quando, oggi, si è aperto il dibattito all’Assemblea costituente tunisina sul preambolo della nuova costituzione.

– Non ha fatto molto scalpore sulla stampa italiana, e invece mi sarei aspettata che lo facesse, il risultato del sondaggio in Israele sull’identità, il razzismo, il rapporto con i palestinesi. Lo ha pubblicato Haaretz, lo ha commentato Gideon Levy. E ora Richard Silverstein lo spiega ancor più nei dettagli su Tikun Olam. Il 58% del campione del sondaggio conviene che, sì, c’è l’apartheid in Israele da parte dello Stato verso i palestinesi…

– In Egitto, c’è attesa per il cosiddetto Documento delle Donne  che Al Azhar renderà pubblico, si dice, all’inizio di novembre. Sarà la base per quello che poi si deciderà nel dibattito costituzionale in tema di diritti delle donne. Vedremo… stay tuned.

– In tempi di hajj, di pellegrinaggio nei luoghi santi dell’islam, è più facile che si parli di Arabia Saudita. E di Mecca e Medina, appunto. Stanno aumentando le critiche contro la decisione delle autorità saudite di costruire una moschea che, sic!, potrà ospitare un milione e seicentomila persone (avete letto bene…) a Medina, a spese di alcune delle moschee più antiche del mondo. Ambisce a essere il più grande edificio del mondo, ma consentirà ai bulldozer di spazzar via un pezzo di storia. Sull’Independent.

– E infine, per chi si vuole sollazzare con le proprietà della famiglia Mubarak, componente per componente, e appartamento per appartamento, The National  ha una lista dettagliata qui.

 

Buona lettura, magari da accompagnare con buona musica. Per esempio, Filomena Campus Quartet e Paolo Fresu. Il concerto, raccomandato da TimeOut,, è a Londra il 31 ottobre. Il video, qui, è del concerto dello scorso anno. Mabrouk, stavolta a Filomena e Paolo!

Piccola storia edificante

A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar”.

C’era una volta, all’ombra di un castello di arenaria, un paese colpito da un incantesimo: gli abitanti avevano perso la memoria del “senso di sé”, la memoria della propria piccola storia. Ma  un giorno il fantasma dell’Emiro decise che non si poteva andare avanti così. E cominciò a lavorare, nei vecchi Vicoli, perché la vita tornasse a soffiare….

Non riuscirò mai a scrivere favole. Troppo difficile, tramutare la realtà in cibo che possa essere digerito dai bambini (e dagli adulti) senza che faccia male. Ma il “c’era una volta…”, in questo caso, ci stava proprio bene. Perché la piccola storia edificante che vi voglio raccontare oggi – seppure non riguardi direttamente il mondo arabo di oggi – affonda le sue radici in una storia araba dimenticata e allo stesso tempo ancora presente.

Il ‘teatro’ della nostra storia è un paesone della campagna siciliana. Campagna per nulla brulla, secca e difficile. Campagna pettinata (si dovrebbe dire toscana?), fertile, curatissima. Le tracce di fasti antichi sono ancora lì, tutti, a raccontare – per esempio – della sapienza del costruire, della ricchezza di sale e volte, della durezza dello scontro tra nobili e contadini. Palazzi del notabilato, il corso ampio e ricco, il teatro voluto a fine Ottocento da un pugno di intellettuali. Sambuca di Sicilia è un luogo nascosto, appena dentro la costa tra Sciacca e Selinunte. Dimenticato, a favore di altri paesi che hanno saputo sfruttare altre potenzialità. Il ciclo dell’uva, il vino di qualità, che segna ormai da anni le stesse fattezze della campagna tra Menfi e la fondovalle per Palermo.

Eppure, quel luogo non era nascosto oltre mille anni fa, verso l’800 dC, quando venne fondata la rocca. A guardare il territorio attorno a Sambuca (l’antica, araba Zabut, dal nome dell’Emiro forse berbero – “lo Splendido” – che la fondò, nel farsi della conquista della Sicilia), se ne capisce tutta la sua importanza. Il porto di Sciacca, uno dei più importanti per il commercio verso Palermo, è a meno di trenta chilometri. La rocca di Sambuca non è altro che una collina – la prima – che controlla l’ingresso della vecchia strada che portava a Palermo. Il commercio dal mare verso la capitale della “Seconda Andalusia” andava controllato. Con fermezza.

Terremoto

Ora, di quel castello imponente, rimangono le fondamenta e le mura, attorno alla parte più alta del paese. Su quella fortezza, distrutta dall’ira popolare aizzata dai gesuiti, venne costruita una chiesa, la Matrice, malandata e imponente. Un gioiello di arenaria alla cui rinascita dovrebbe, semmai, contribuire l’Unesco. Le tracce arabe, però,  non si limitano al simbolo di una potenza guerriera. Sono tutte intorno alla fortezza e alla Matrice, nei vicoli dell’impianto urbanistico islamico che ancora esiste, nonostante le picconate del terremoto, dell’anodizzato, del piccolo abusivismo. I Vicoli Saraceni ci sono ancora, in tutto sette, e si intersecano l’uno all’altro sino ad arrivare a una chiesetta di fine Cinquecento, la Chiesa del Rosario, diventata nei secoli uno dei centri della vita del paese.

Su questa piccola storia locale, intrecciata con la vita (povera) di contadini e artigiani, con una presenza incredibilmente importante del PCI durata decenni, con l’occupazione delle terre e il riscatto dei contadini, piomba il terremoto. Il terribile terremoto del Belice del 15 gennaio 1968. Sambuca non ne risente come Gibellina, Salaparuta, Santa Margherita, Poggioreale. Ma i Vicoli vengono lo stesso abbandonati. Alle casette piccole dei Vicoli vengono preferite (lo avremmo fatto tutti…) le case nuove della piccola new town costruita a poca distanza. Case con un bagno, e finalmente con un bagno dignitoso. Con cucina e soggiorno. I Vicoli diventano una specie di cassetta di sicurezza. Una casetta da cedere, per averne una più grande, con gli aiuti messi in campo dopo il terremoto.

Storia ormai lontana, ma non del tutto finita. Fatto sta che i Vicoli si sono spopolati, le case sono rimaste da sole, e come si vede nei film, gli scuri delle casette talvolta sbattono col vento forte che soffia sulla rocca, mentre le erbacce crescono nelle rovine. Qualcuno, però, continua a viverci, nei vicoli. Qualcuno si è perfino avventurato a ricostruire. Qualcuno, da fuori, è persino arrivato a comprare, nei Vicoli. E il circolo virtuoso è partito: perché  i circoli virtuosi, nonostante la prostrazione dell’Italia di oggi, possono ancora ripartire. Tra le rovine dei vicoli, si comincia a vedere il bianco latte di nuovi prospetti. Curati, recuperati, ingentiliti. E con un doppio nome, siciliano e arabo, perché la Storia non si dimentichi. La Chiesa del Rosario – intanto – è stata riaperta, grazie a un nuovo parroco e alla buona volontà (parole antiche…) degli abitanti del quartiere saraceno e del paese.

Ramazze e candeggina

Chiesa rimasta chiusa per anni. Per venti anni, all’incirca. E poi, un giorno di gennaio del 2011, le donne dei Vicoli Saraceni, si affrettano attorno al Rosario. Era stata riaperta dal nuovo parroco, don Lillo, e ripulita alla bell’e meglio da un signore rumeno e da sua madre degli escrementi e degli scheletri di piccioni che per anni erano stati gli unici a entrare, dalle finestre rotte dall’usura del tempo e dai ladri che hanno portato via tele e arredi. Le donne, di tutte le età, hanno portato scope, candeggina, stracci. Tutto ciò che serve a pulire la chiesa costruita tra Cinque e Seicento, e tre navate. Eccetto che per il campanile, aggiunto nel secondo dopoguerra, la chiesa conserva intatto tutto il suo fascino di fine Cinquecento. Così come affascinante resta il sagrato, dove ancora resiste il mosaico di acciottolato bianco e nero voluto nel Settecento dai domenicani, che al centro hanno messo il loro stemma, un cane che porta tra le fauci una torcia. Per i sambucesi, la chiesetta del Rosario rappresenta i ricordi cari delle vite singole. I matrimoni, le comunioni, i riti che segnano l’esistenza di molti. E i tanti anni in cui la chiesa è rimasta serrata hanno rappresentato, per buona parte della popolazione, una ferita. Sanata, in un giorno di gennaio, da quella pattuglia di donne che scende a pulire il pavimento di marmo, a tirare giù i lampadari di Murano per lavarli, a portare fuori le vecchie panche.

Da allora, è tutto in discesa. L’estate porta caldo e idee. Il sagrato diventa un piccolo teatro. Sembra fatto apposta per ospitare, e allo stesso tempo per far uscire di casa gli abitanti dei Vicoli. Sagrato-pifferaio. Una sera, un pugno di ragazzi colloca (tante) sedie di plastica sull’acciottolato, sistema il proiettore, prova l’amplificazione, attacca un lenzuolo su un muro, oscura i faretti dell’illuminazione notturna. Parte la proiezione di un film, di quelli impegnati, difficili. Un pubblico impensabile, cento persone, si affolla a seguire una pellicola vecchia, sì, ma un piccolo capolavoro, che parla di Afghanistan, donne e povertà. Il risultato è impensabile.

L’incantesimo che aveva racchiuso come in un bozzolo i Vicoli si è rotto. Con la benedizione del fantasma dell’Emiro al Zabut. Da quel momento, è tutto in discesa. Proiezioni di film (per nulla di cassetta, anzi…), una piccola festa devozionale con pasta e macco di fave, le lasagne con la salsa preparate alla vecchia maniera, Falcone e la lotta alla mafia raccontate a un pubblico di oltre duecento persone, in una notte ventosa di fine agosto. A rompere un incantesimo non ci vuole molto. Buona volontà, allegria, e tante sedie di plastica bianca, comode, a trasformare un’estate, e a renderla  irripetibile.

Welcome to Zabut-estate 2011. Non ha fatto notizia, ma è stata bella. E i Vicoli, gli antichi Vicoli Saraceni, hanno riconquistato il loro posto nel paese. Dai Vicoli tutto era nato.