Trump, o della narrazione tossica

E’ il primo video di Donald Trump che condivido su una qualsiasi piattaforma, su Facebook o sul mio blog. Mi sono sempre rifiutata di farlo perché non ho voluto fare, nel mio piccolo, da cassa di risonanza della sua narrazione d’odio. Una narrazione tossica che rimarrà per molto tempo all’interno della società americana. Questo video, però, lo condivido, e non tanto perché Trump rimarrà inquilino della Casa Bianca solo per prossimi 12 giorni ancora.

Ne faccio, da storica, un esercizio necessario di analisi delle fonti documentali.

Donald Trump non è diventato una colomba, nel Continua a leggere

Chi si ricorda del Giardino delle Rose?

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Venti anni e stavolta, davvero, sembra un secolo. Venti anni scoccano domani, e la foto di quella stretta di mano contratta e forzata porta su di sé tutti i segni di un tempo andato, e di una speranza su cui è stata costruita una vera e propria industria della pace. Yasser Arafat e Ytzhak Rabin, di fronte a un giovane e orgoglioso presidente Bill Clinton sanciscono la tappa pubblica e più importante del processo di pace. È la pace di Oslo, anche se quella stretta di mano viene immortalata lontano da Oslo, a Washington, nel Giardino delle Rose, nell’ala ovest della Casa Bianca.
13 settembre 1993. Sembrava a portata di mano, la pace, e ora a venti anni di distanza quella parola – “pace” – è così intrisa di retorica, di astrattezza, di alibi da perdere del tutto la sua bellezza. Persino il suo valore infinito, non misurabile. Non c’è pace, e non c’è speranza di una pace giusta, duratura, realista, a Gerusalemme. Non c’è pace, anche se il “processo di pace”, le “speranze di pace”, la “road map” verso la pace, la “città della pace”, gli “uomini di pace”, i “popoli che anelano alla pace” sono tutte locuzioni che hanno riempito il nostro immaginario (italiano? Europeo? Occidentale? Fate voi…) per i decenni trascorsi.
Chi si occupa da tempo e seriamente di conflitto israelo-palestinese sa che quel “processo di pace” iniziato in una stanza dell’American Colony a Gerusalemme est e proseguito in gran segreto a Oslo è morto. Non solo per consunzione, non solo perché non ne sono stati rispettati i criteri, non solo perché le ali estremiste sia in Israele sia in Palestina lo hanno boicottato. E non solo perché da Oslo in poi sono state costruite più colonie israeliane dentro i Territori Palestinesi di quante (ben poche) ne siano state costruite prima del 1993. Il processo di pace di Oslo è morto di gradualismo, di vaghezza, di rinvii, e soprattutto di “non detto”. Non detto e rinviato sine die il nodo dei confini, quello dei rifugiati, il nodo dello status di Gerusalemme. Non detto, rinviato sine die persino il nodo della Palestina come Stato.
Oslo, più che un processo, un iter, un work in progress, è stato un macigno. Paradossale, vero? È stato quanto di meno temporaneo si sia avuto in Medio Oriente. Tutto – negoziati infiniti, colonie, ‘fati sul terreno’, occupazione, attentati – è stato compiuto nel nome di Oslo oppure contro Oslo. E a rimetterci è stata una pace che fosse radicata su un’unica parola: riconoscimento. Di due popoli, di due Stati vivibili e sostenibili. Di Israele e Palestina.
Il simbolo di tutto questo è Gerusalemme. Il suo destino. Il suo futuro. La sua tristezza infinita. Nessuna capitale dei due Stati, nessuna unicità fondata sulla complessità e sulle diverse identità che la compongono e la posseggono.
E allora? E allora, se il pragmatismo ipocrita non ha avuto successo, in questi decenni, forse è il caso di rivolgersi all’Utopia. Domani, per chi vorrà, metterò sul blog qualche riga della conclusione del libro. Una conclusione che sorprenderà, magari, molti dei lettori di queste pagine.

La foto mi è stata mandata alcuni anni fa da una lettrice, Irma di Giacomo, che l’aveva scattata a Hebron e l’aveva intitolata Fantasmi. Grazie.

Diario americano – verso Harvard

Scusate l’assenza, ma il tempo è stato tiranno, in questi primi giorni di tour americano. Approfitto, dunque, di questa sosta a Harvard per un primo resumé, tra impressioni di viaggio e riflessioni sulle presentazioni della versione americana del mio libro su Hamas (edito da Seven Stories Press) che ho fatto, tutte concentrate a Washington.

Cominciamo con Washington, dunque, baciata da un sole e un caldo inusuali, per marzo. Anzitutto, non mi aspettavo un’accoglienza così favorevole. L’argomento del libro, ora e negli Stati Uniti, poteva essere foriero di attacchi che, almeno per il momento, non ci sono stati. Se non da parte di alcuni siti filopalestinesi. Questi attacchi sono la parte meno interessante del giro di presentazioni (la traduzione inglese, talks, spiega però meglio le modalità e il contenuto degli incontri), nello specifico al Palestine Center, al Prince Alwaleed Center for Christian-Muslim Understanding, e al Carnegie Endowment for International Peace, sponsorizzato dalla Foundation for Middle East Peace dell’ambasciatore Phyil Wilcox. Perché l’aspetto più interessante sono state le domande: all’80% specifiche, interessanti, dettagliate. Mi aspettavo molta più genericità, lo ammetto. E invece mi sono trovata di fronte un pubblico molto più preparato di quanto mi aspettassi.

Avere di fronte un pubblico qualificato, spesso di veri e propri addetti ai lavori, non vuol necessariamente dire che la discussione possa essere equilibrata. E invece, ancora una volta, sono stata sorpresa dalla ricchezza della discussione, e dalla curiosità  di chi mi ha posto le domande. D’altro canto, i miei ospiti  erano tutti grandi e raffinati esperti. Da Youssef Munayyer del Palestine Center a John L. Esposito, che col suo centro di Georgetown apre all’establishment di Washington forse la più importante finestra sull’islam politico arabo. Per finire con l’ambasciatore Wilcox, uomo che da decenni sa, di Gerusalemme, di palestinesi e israeliani, della macchina della politica estera statunitense. È stato un onore essere invitata da loro.

Domani affronterò la lecture a Harvard, ospite di una specialista della levatura di Sara Roy, che presiederà l’incontro assieme al professor Roger Owen. Una presenza che conferma l’interesse per temi di questo genere, che forse dovremmo mutuare anche in Italia, visto che le rivoluzioni arabe dovrebbero far rivedere anche alcune nostre priorità in politica estera…

 

E ora le impressioni sull’America che non vedevo da un quarto di secolo. Non la riconosco. Mi sembra un paese che scopro ex novo, di cui devo studiare i codici sociali e il linguaggio stesso. Mi sembra un paese molto più duro, veloce, senza sconti. Non era così – o almeno non mi sembrava così – verso la fine degli anni Ottanta. È un paese che vuole essere efficiente, a tutti i costi e ovunque, dalla metropolitana all’aeroporto, dal negozio all’università. Un paese per nulla rilassato. Bello, bellissimo, almeno nelle tappe che ho sinora toccato, in una primavera inusuale che ha fatto sbocciare tutte le gemme possibili, trasformando gli alberi in macchie incredibili di colore. Mentre i prati e la terra, con i loro toni bruni, fanno  capire che primavera ancora non è, e che bisogna attendere.

New York a parte, questo tour è uno strano periplo tra le università americane. Un periplo che non può non far pensare allo stato decadente in cui versano gli atenei italiani. Mi piange il cuore pensare a noi, mentre passeggio per Georgetown, per Princeton, per Harvard… ma di questo, semmai, parlerò in un altro pezzo del mio diario americano. Per ora, il mio consiglio per la playlist parla di Medio Oriente. È Anouar Brahem, meraviglioso (grazie, Francesco!).

Le foto: la prima scattata a Clinton, in New Jersey, sulla via per Princeton. La seconda: il campus principale di Georgetown.

In memoria di MOnsignore

Lo chiamavamo così. Monsignore. Nella mia famiglia, tra i suoi amici. Monsignore. Monsignor Pietro Sambi, nunzio apostolico a Washington. E’ morto ieri sera, in un ospedale di Baltimora, negli Stati Uniti, per le complicazioni di una delicata operazione al polmone.

Era uno dei migliori diplomatici italiani. Non solo vaticani. Un grande diplomatico, un uomo chiamato – nel corso degli anni – a lavorare in situazioni delicate, perché in quelle situazioni c’era bisogno di chi aveva, tra le pieghe del suo sorriso sempre pieno, l’abilità di un ambasciatore di polso. Aveva cominciato, non a caso, a Gerusalemme, con Pio Laghi. Era passato attraverso quella che riteneva un’esperienza fondativa, come la nunziatura apostolica a Cuba. Era stato inviato in Nicaragua a riaprirla, la delegazione apostolica, quando la pista dell’aeroporto di Managua era ancora parzialmente in disuso. Era stato inviato in Burundi, pochi anni prima del cambio di sistema politico, dell’arrivo al potere degli hutu e dello scoppio della guerra civile. Ricordava spesso che colui che fu presidente per pochi mesi, in Burundi, Cyprien Ntaryamira, prima di essere ucciso nell’attentato che nel 1994 diede la stura alla guerra civile ruandese e burundese, lo aveva chiamato, quando era stato designato, dicendo a monsignor Sambi “Si ricorda di me? Ero uno studente, quando l’ho conosciuta…”.

Era stato in Indonesia, sino al momento della fine del regime di Suharto e della rivoluzione indonesiana. Ricordava di averlo incontrato, e di avergli consigliato un passo indietro, proprio per facilitare la transizione. Era poi ritornato a Gerusalemme, nel 1998. Aveva preparato la difficile e delicata visita di Giovanni Paolo II a Gerusalemme. Visita molto più difficile di quella compiuta, poi, da Benedetto XVI. E di quella visita, amava ricordare quando il Papa, fuori da tutti i protocolli, volle ritornare al Calvario. Era un uomo malato, Giovanni Paolo II, e chi conosce Gerusalemme conosce anche quei gradini che portano al Golgota. Alti e difficili per un giovane. Dopo aver superato tutte le diffidenze della sicurezza israeliana per una visita fuori protocollo, monsignor Sambi accompagnò il pontefice, e disse di averlo visto come circondato da un’aura, mentre saliva quei gradini, con una forza che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Era stata una visita difficile, quella. Il pontefice e Yasser Arafat, entrambi affetti dal morbo di Parkinson, assieme, per mano, in un campo profughi di Betlemme. Quei profughi, praticamente tutti musulmani, si recarono, dopo la morte di Giovanni Paolo II, alla Basilica di Natività. Per rendere omaggio al Pontefice. “Lui era venuto da noi. E noi ora andiamo da lui, per rendergli omaggio”, dissero a monsignor Sambi. Vide la costruzione del Muro di Separazione, fece quello che poteva per salvare conventi e proprietà da quella ferita di cemento che si stava incuneando sulla terra palestinese. Non aveva paura di essere critico nei confronti di Israele, mantenendo tutta la sua capacità diplomatica. Un uomo che, nella riunione dei consoli europei a Gerusalemme, è mancato moltissimo, quando è stato promosso e inviato a Washington.

Poco prima della sua partenza, ci incontrammo in un luogo che descrive bene la sua conoscenza degli uomini e dei posti in cui viveva. Il barbiere. Un barbiere musulmano, nel cuore di Gerusalemme est. Il ‘nostro’ barbiere. Gli feci i complimenti, per la sua nomina negli Stati Uniti. Lui mi rispose che “dopo Gerusalemme non c’è promozione, come disse il generale Allenby”. Chissà se la citazione è giusta. Ma a me, francamente, non interessa tanto. Quella sua frase descriveva il suo attaccamento a Gerusalemme e alla Terra Santa, così come raccontava del suo lavoro, nascosto, dietro le quinte, che in pochi conoscono e che invece è continuato – a distanza – anche dopo il suo trasferimento a Washington. Il barbiere ha continuato per anni a chiedermi di Abuna Boutros, di Padre Pietro, come lui chiamava Monsignor Sambi. E mi chiedeva sempre di salutarlo, di mandargli il suo saluto affettuoso, a un uomo buono, a un uomo intelligente, a un uomo che stimava.

E’ così, dal barbiere, che si fa il dialogo interreligioso e soprattutto si conoscono gli uomini. Monsignor Sambi lo sapeva bene, così come sapeva parlare con chi, invece, il potere ce l’ha. Era un uomo che leggeva, si informava, conosceva la realtà, interpretava la politica, non perdeva mai il contatto anche con la cronaca. Perché, e anche questo amava ricordarlo, era stato un insegnante di storia. E la Storia continuava ad amarla e rispettarla.

Era, soprattutto, un sacerdote e un pastore. Un uomo che capiva gli altri da un gesto, da una semplice parola, da uno sguardo. Un fine psicologo e un prete, che comprendeva e consolava. E’ il tratto che più ho amato, in questi anni di conoscenza e di amicizia. Uno dei ricordi più intensi è stata la lavanda dei piedi del giovedì santo, officiata da lui a Gerusalemme, nella cappella del Notre Dame. Non eravamo in tanti, la solita piccola comunità internazionale di Gerusalemme. Lui lavò i piedi degli uomini che erano seduti davanti all’altare con coscienziosità. Li lavò, non fece finta di lavarli. Con serenità e umiltà. La stessa serenità che gli ho visto sul viso un anno fa, nel suo paesino natale, a Sogliano sul Rubicone, luogo che ha amato con tutto il cuore. Officiò la messa nella chiesetta accanto alla sua bella casa, affacciata sulle colline che videro anche la Resistenza al nazifascismo. Era il suo compleanno, il 27 giugno. C’erano i suoi fedeli, i suoi vecchi compagni di scuola, i suoi paesani, e una famigliola che arrivava da Gerusalemme. Perché i legami bisogna conservarli, e Gerusalemme è un posto che segna. Era sereno, era allegro.

La Chiesa perde un uomo raro. E a me dispiace molto avere perso un amico.

La foto lo ritrae a Gerusalemme, nel giardino della Nunziatura Apostolica, sul Monte degli Ulivi.