Literaria

 

Beirut39 e la London Bookfair sono state tra le vittime della nube del vulcano islandese che ha costretto a terra autori ed editori. Ala Hlehel, per esempio, non è potuto andare a Beirut non solo per le lungaggini delle burocrazie (israeliana e libanese…) ma anche perché da Londra – dove si trova in questi giorni – non si parte. A meno che non si voglia raggiungere il Paese dei Cedri a nuoto. Sia Hlelel sia Adania Shibli, un’altra delle scrittrici scelte per il Beirut39, hanno parlato al pubblico a Londra, per esempio sull’uso dell’arabo classico e dell’arabo nazionale nelle loro opere. Chissà, poi, se oggi ci saranno tutti i relatori all’incontro su Internet e la nuova letteratura araba alla London Bookfair. Ci dovrebbero essere Ghazi Gheblawi, Khaled Hroub, Direttore del Cambridge Arab Media Project (CAMP), e Samuel Shimon, il patron di Beirut39.

Ascoltare Sargon Boulus a Marrakesh. Youssef Rakha (tra gli invitati al prossimo festival di Hay) parla del poeta iracheno Sargon Boulus, scomparso recentemente a Berlino. Boulus l’iracheno che ha trascorso molta della sua vita fuori dall’Iraq, a Beatnik with roots in Kirkuk, an Assyrian who reinvented classical Arabic. He translated both Mahmoud Darwish and Howl”.

 “…It is magnificent poetry. In its quality (but in very little else) it extends a glorious Mesopotamian tradition that stretches back, through Badr Shakir Al-Sayyab and Mohammad Mahdi Al-Jawahri in the 20th century, to the Abbasid caliphate. The poet Sinan Antoon, another Iraqi Christian, tells me it is full of rarefied dialect: further evidence of their belonging. But it is more than anything else the voice, the sheer Iraqiness of Sargon’s undulating voice, that stamps them with a sense of place”.

La capitale degli arrabbiati. Ancora un articolo (l’ennesimo) che racconta la nuova letteratura araba, incarnata dai giovani autori egiziani. La nouvelle vague in riva al Nilo è, secondo Hamza Hendawi sul Daily Star libanese, ‘arrabbiata’. Io direi disincantata.

La foto è di Andrea Merli. Ritrae Shada, una ragazza di Betlemme, cieca, fotografata all’interno del progetto Inside/Out, di fronte a un Muro di plexiglas, un muro fisico e/o mentale.