Bella Ciao, il nostro inno globale

L’ultima volta, in ordine di tempo è stato a Tel Aviv sabato scorso, il sedicesimo sabato delle proteste contro il governo di destra di Benjamin Netanyahu. “Bella Ciao” cantata dai dimostranti israeliani ebrei, per la precisione nella parte del Blocco antioccupazione. E qualche mese prima, come in un tam tam silenzioso e non organizzato all’interno del paese scosso dalla rivoluzione del movimento “Donna.Vita.Libertà” contro il regime teocratico, “Bella ciao” è stata cantata nella versione in persiano e postata online.

E ancora, negli anni recenti, le note del canto popolare italiano sono state riprodotte dai palestinesi, dai siriani (anche sugli spalti dello stadio di Latakia), dagli egiziani nelle piazze della rivoluzione, dagli algerini nelle strade di Algeri durante la sollevazione, lo hirak del 2019.

Sono solo alcuni tra gli esempi possibili. Gli infiniti esempi possibili che vanno  ben oltre il Medio Oriente, il Nord Africa e il Mediterraneo, e si spingono fino a Taiwan. Il web è inondato di video registrati live nelle manifestazioni, o in studio in Iran, o in una casa a Gaza. Complice, certo, la Casa de Papel, che ha rimesso in circolo e “risignificato” un canto politico – Bella Ciao – che già all’estero era arrivato, negli ultimi decenni del Novecento, dalla Jugoslavia alla regione araba. La famosa serie tv spagnola, poi divenuta fenomeno globale grazie alla distribuzione su Netflix, ha irraggiato Bella Ciao come una biglia dentro il flipper digitale. Ma non ne ha tolto neanche un granello della sua valenza e potenza politica. Anzi, al contrario, ne ha fatto di nuovo, e in modo rinnovato, un canto per tutte le resistenze. Per tutte le liberazioni. Ne ha fatto un inno globale.

Non è, d’altro canto, un fenomeno unico. I canti politici, le poesie politiche vivono una vita propria e che si rinnova nel passaparola. Sia nell’”orbe terraqueo” digitale. Sia nel chiuso di una cella, in una prigione. È, per esempio, il percorso e il destino di alcuni canti politici arabi che hanno segnato la vita di prigionieri siriani, palestinesi, libici, e via elencando. Il canto si chiama Dighi Dam (“دغي دام”), come mi ha spiegato Nabil ben Salameh, storica voce dei Radiodervish e studioso di etnomusicologia. È un canto che si espande e si modifica a seconda di chi lo ha – per così dire – ereditato da un altro prigioniero, lo canta, se ne appropria, lo cala dentro la sua condizione. Il canto come canovaccio sul quale ricamare i propri sentimenti e la resistenza.

Buon 25 aprile. Buona festa della liberazione a tutte le lettrici e i lettori.