Gerusalemme cammina sul filo del rasoio da anni. Lo abbiamo detto in tanti, lo hanno scritto i consoli per anni, le Nazioni Unite, gli analisti… Voces clamantes. Alla fine dello scorso giugno, nei primi giorni dello scorso luglio, quel filo del rasoio è divenuta una soglia superata dalla caccia all’arabo che si è svolta sotto gli occhi dei giornalisti internazionali, dopo il ritrovamento dei corpi senza vita dei tre ragazzi israeliani uccisi nell’area delle colonie tra Betlemme e Hebron. Tanto esplosiva, la situazione a Gerusalemme, che in pochi – fra noi che abbiamo vissuto a Gerusalemme – ci siamo stupiti dello scoppio della guerra a Gaza, e dell’operazione militare in grande stile portata avanti dalle forze armate israeliane. E alla luce di quello che è successo nelle ultime settimane a Gerusalemme, si può dire che Gaza, a luglio, è scoppiata per evitare che scoppiasse Gerusalemme.
Gerusalemme rischia di esplodere. In parte è già esplosa. E non è un fulmine a ciel sereno. Gerusalemme si è profondamente modificata, negli anni. La presenza sempre più evidente dei coloni più radicali nei quartieri palestinesi di Gerusalemme est ha provocato quello a cui oggi assistiamo, senza che le cancellerie abbiano strumenti incisivi per fermare la violenza. La hebronizzazione di Gerusalemme va avanti costantemente da un decennio almeno. L’acquisto delle case da parte delle associazioni più radicali a Silwan, a Ras al Amud, in tutti i quartieri palestinesi più vicini alla Città, e anche nei quartieri musulmano e cristiano della città entro le mura di Solimano il Grande, mette non solo a rischio lo ‘status quo’ di Gerusalemme. Mettere a serissimo rischio la vita degli abitanti di Gerusalemme.
Il ferimento di Yehuda Glick, tra gli esponenti più estremisti del movimento che vorrebbe ricostruire il Terzo Tempio sulla Spianata delle Moschee, è solo l’ultimo, violento episodio di un conflitto neanche tanto strisciante che è in atto da mesi a Gerusalemme. La polizia israeliana ha ucciso il presunto responsabile, in uno scontro a fuoco. Nessun processo per Mutaz Hijazi. Nessuna difesa, nessun tribunale. Gerusalemme è un posto diverso da Roma o da Parigi, e la giustificazione sarà sempre la stessa: con l’uccisione di un uomo si previene un attentato, si prevengono lutti, morti, vittime. Nessuna voce si alza, nel frattempo, per chiedere conto delle centinaia e centinaia di arresti di palestinesi (compresi molti minori, ragazzini…) che sono stati compiuti nel corso di questi quattro mesi e mezzo: si parla addirittura di 700 arresti, moltissimi in detenzione amministrativa. Arresti compiuti durante gli scontri dentro e attorno alla Città Vecchia, e nei quartieri palestinesi dove la presenza dei coloni radicali israeliani è ormai diffusa.
La Spianata delle Moschee è spesso vietata a una gran parte di fedeli, in genere sotto i 50 anni. E oggi, per la prima volta dal 1967, l’accesso alle moschee di Al Aqsa e della Cupola della Roccia è stata vietata a tutti. Un atto, compiuto dalle autorità israeliane, che rischia di essere una vera e propria dichiarazione di guerra. Tutto ciò si sarebbe potuto evitare. Dello stato in cui versa Gerusalemme le cancellerie occidentali sanno tutto da anni. Non possono dire di non sapere, di non aver visto. Possono dire, certo, di non aver fatto nulla.
Dal terzo capitolo di Gerusalemme senza Dio (Feltrinelli, 2013).
Gli urbanisti giocano a Risiko
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Il panorama politico e umano di Gerusalemme ha subito il suo più evidente cambiamento quando a irrompere sulla scena, in misura importante, sono arrivati i nuovi protagonisti della strategia israeliana per il futuro della città. I coloni appartenenti alle frange più radicali, propugnatori di un proprio, specifico master plan, vale a dire di una politica abitativa diversa nel profondo da quella disegnata da Teddy Kollek.
Il sindaco laburista del post-1967 aveva infatti un’idea precisa: bisognava costruire quartieri ebraici separati da quelli palestinesi, conservando – nel mosaico gerosolimitano – un evidente e chiaro distacco tra le comunità. Quartieri ebraici accanto a quartieri palestinesi, insediamenti ‘mono-etnici’, omogenei, senza mai cedere a una sorta di melting pot cittadino per evitare frizioni e tensioni tra le comunità. In un certo modo, Kollek voleva modificare la bilancia demografica della città senza allontanarsi dalla politica di separazione seguita dai britannici durante i trent’anni del loro Mandato sulla Palestina. Il modello era quello della Città Vecchia: quartieri distinti, definiti secondo le appartenenze religiose, accostati ma mai mescolati. Per le associazioni dei coloni che nel corso degli ultimi anni hanno aumentato la loro presenza in città, la strategia è molto diversa, e si condensa in una sola frase. “Occorre redimere la terra”, e cioè riconsegnare la terra promessa, Eretz Israel, agli ebrei.
Nei fatti, e nei profondi cambiamenti in atto nella trama urbana di Gerusalemme, “redimere la terra” si traduce nell’ingresso dei coloni dentro i quartieri palestinesi. Se, dunque, la municipalità israeliana di Gerusalemme e il governo nazionale continuano ad acquisire terre e a pianificare quartieri dentro la parte est della città, si assiste in parallelo a una crescente battaglia per le case. Una battaglia che ora passa attraverso i tribunali, i fogli di carta, i vecchi documenti di proprietà. A Sheykh Jarrah, a \, a Ras al Amud, tutti quartieri strategici attorno alla Mura di Solimano nella parte orientale di Gerusalemme, i coloni hanno deciso di rompere l’omogeneità delle comunità palestinesi. L’identità etnopolitica, in questo modo, scaccia il compromesso perché è assoluta.
E’ come se sui tavoli degli urbanisti e dei coloni si fossero stese in questi anni delle cartine simili a quelle militari usate dai generali in battaglia. L’elenco delle proprietà immobiliari sono state le truppe usate per combattere una tanto lunga quanto imponente guerra di posizione, in cui la semplice conquista di una trincea, e cioè di un palazzetto, di un appartamento, di un appezzamento di terreno, diviene centrale per la conquista futura di interi quartieri, interi settori della città. In questa reale partita a risiko, basta guardare, visivamente osservare le bandierine dei nuovi, piccoli insediamenti ‘conquistati’ per capire la strategia che prevede l’ingresso di coloni israeliani nei quartieri palestinesi più popolosi. Da sud a nord, Jabal al Mukaber, Silwan, Ras al Amud, il Monte degli Ulivi, Sheikh Jarrah, Bet Hanina. Sono tutti quartieri che chiudono come una mezzaluna la Città Vecchia a oriente, e che legano Gerusalemme alla Cisgiordania. Entrare – per i coloni – in questi quartieri centrali o della prima periferia della città significa, strategicamente, disconnettere Gerusalemme dalla Cisgiordania, e spingere la popolazione palestinese ad andare via, a spostarsi verso Betlemme e Ramallah per rafforzare ancora di più il proprio piatto della bilancia demografica. Con tutte le conseguenze del caso, compreso l’aumento esponenziale delle tensioni all’interno dei quartieri palestinesi in cui, man mano, i coloni conquistano una casa e mettono in moto tutto il sistema di sicurezza attorno all’edificio su cui hanno piantato una bandiera israeliana, e circondato di barriere, filo spinato, telecamere. Da quel momento, gli scontri anche fisici sono all’ordine del giorno, le piccole intifada dei quartieri segnano le notti e i giorni, in esplosioni di violenza a suon di pietre che vengono represse duramente dalla polizia e dall’esercito, sempre più inclini – per esempio – ad arrestare i minori che lanciano le pietre, ragazzini neanche adolescenti, spesso appena di undici, dodici anni.
L’aumento della violenza non ha fermato né ferma i coloni, molto più ideologizzati e radicali di coloro che vivono negli grandi insediamenti del nord della Cisgiordania. Chi va a vivere in una piccola casa a Sheykh Jarrah, a due passi dall’albergo più di charme della città e di buona parte del Medio Oriente, l’American Colony, è disposto a tutto. Ha già cacciato da quella casa intere famiglie, grazie all’ordine di esproprio di un tribunale israeliano che ha trovato convincenti i documenti presentati dalle associazioni radicali, spesso risalenti al diciannovesimo secolo o ai primi del Novecento, quando su Gerusalemme non erano passate le matite delle diplomazie e la città non era stata divisa a metà. Sono documenti che attestano che gli antichi proprietari della casa erano ebrei. Veri o falsificati che siano, quegli attestati hanno insito un rischio, di sollevare il vaso di Pandora delle proprietà immobiliari di Gerusalemme. Se, infatti, si innescasse il meccanismo della rivendicazione delle case, i palestinesi potrebbero cercare – per esempio di fronte a corti internazionali – di rientrare in possesso delle proprietà a ovest della Linea Verde. Interi quartieri sono stati costruiti dalla borghesia palestinese, i ricchi che avevano deciso di uscire dalla Città Vecchia e aprirsi alla modernità, soprattutto a cavallo tra Ottocento e Novecento. Si tratta dei quartieri più interessanti dal punto di vista immobiliare, composti di ville arabe di tutto rispetto, le più quotate sul mercato delle case. Quelle ville, per ora, non possono essere richieste indietro dai proprietari palestinesi, anche se sono tuttora in possesso dei documenti notarili o catastali. Per la Absentee Law property, Israele le ha espropriate e le ha – per così dire – nazionalizzate, salvo poi farle entrare nel mercato privato. Un doppio standard, protestano le associazioni di difesa dei diritti civili, israeliane e palestinesi ancora una volta unite, che temono si scoperchi un vaso di Pandora dagli esiti imprevedibili. Richiedere indietro le proprietà immobiliari a est, da parte delle associazioni di coloni, significa porre anche la questione delle proprietà immobiliari palestinesi a ovest. Proprietà che portano nomi pesanti, come quelle dei Nusseibeh, dei Dajani, degli Husseini, dei Nashashibi: i nomi più importanti del notabilato palestinese.
Le associazioni dei coloni, però, non sembrano per nulla preoccupate del pericolo di aver aperto, con le loro azioni legali, un vaso di Pandora. Si considerano forti dal punto di vista politico, del sostegno istituzionale da parte dei diversi governi che si sono succeduti, della Knesset e della macchina burocratica dei ministeri, e hanno poi quella che definiscono la propria specifica road map, evocando il termine usato dalle cancellerie internazionali per definire il percorso del processo di pace israelo-palestinese. Salvo il fatto che la road map nella versione delle associazioni dei coloni è semplice: è scritta da Dio nella Bibbia, ed è più forte di quella della politica internazionale.