Questa giornata di digiuno sta pian pianino finendo.
Domani ci sarà un folto gruppo di persone che prenderà il testimone da Liliana Maniscalco, Angela Sechi, e da me. Eccoli i nomi di domani, e saranno poi loro stessi a comunicarlo via social, a mandare foto e impressioni.
Danilo De Biaso – Marina Petrillo – Elma – Donatella Nicolini – Chiara M. Ferrari – Claudia Raho – Paolo Pobbiati – Monica Ruocco – Erasmo Palazzotto
Le prime impressioni, mentre faccio uno sciopero della fame solidale, e solo per 24 ore.
Si fa fatica, anche solo per 24 ore. Forse perché ho trent’anni di più rispetto all’ultimo digiuno solidale (quello del 1993 per le vittime delle guerre nella ex Jugoslavia, proposto da Adriano Sofri). E questa distanza nel mio tempo, tra un digiuno e l’altro, dice anche altre cose. Dice che di una pratica politica come quella del digiuno, così importante per la storia recente italiana, si è persa un po’ memoria. Eppure il suo peso specifico ha segnato la nostra storia di pratiche politiche, diversamente da altri paesi. Un esempio su tutti: nel Regno Unito il digiuno ha avuto a che fare, nel nostro immaginario e non solo, con la questione irlandese, le prigioni, Bobby Sands. Da noi, Gandhi è stato il modello principale.
La seconda suggestione riguarda il nostro rapporto (collettivo) con il cibo. I detenuti che fanno lo sciopero della fame sono in uno stato di privazione che sostiene, con forza, l’idea di non mangiare per ottenere diritti. Noi siamo in società dell’abbondanza: il cibo è uno status e un segno del nostro benessere. Oggi che – e solo per 24 ore – ho scelto di privarmene per solidarietà nei confronti di Alaa, me ne rendo conto nel profondo. E penso che dovremmo riflettere.
Il terzo pensiero. Mi chiedo da ore come faccia Alaa Abd-el Fattah a resistere con tanta forza alla privazione del cibo che contrappone alla privazione della libertà. Quasi due mesi sono un tempo lunghissimo, per me insopportabile.
La quarta suggestione riguarda l’impatto. Il digiuno solidale a staffetta è, paradossalmente, un gesto gentile, Non lo è per il proprio corpo, ma lo è nei confronti degli altri. Significa cura, significa avere a cuore. È un gesto solitario, che non fa rumore, e allo stesso tempo si impone perché pone domande, a se stessi e agli altri che su questo gesto riflettono.
E infine, vorrei saperne di più dai miei amici musulmani, abituati a un digiuno della fame e della sete che dura per l’intero ciclo della giornata e per un intero mese lunare, nel mese – appunto – del ramadan.