Il mio maestro è stato un partigiano. Si chiamava Paolo Spriano, era un giornalista e uno storico, oppure – se volete – uno storico e un giornalista. E’ stato il mio professore di Storia dei Partiti Politici alla facoltà di Lettera alla Sapienza di Roma. Con lui mi sono laureata, lui avrebbe dovuto scrivere la prefazione al mio unico volume accademico. Una ponderosa storia della scissione di Palazzo Barberini, infarcita di anni di ricerche d’archivio in giro per l’Italia, l’Europa, gli Stati Uniti. Morì quasi vent’anni fa, era settembre. L’ultima volta che gli parlai, per telefono dal mio “esilio” di dottorato a Firenze, aveva una voca roca. Diceva di avere una brutta bronchite. E come fare a non credergli, noi suoi vecchi studenti che lo avevamo visto attaccato al suo pacchetto rosso di Super? Non era bronchite, era il suo cuore che non ce la stava facendo. Piangemmo tanto, tutti, al suo funerale laico di fronte alla scalinata di Lettere.
Oggi, 25 aprile, vorrei ricordare che il professor Spriano aveva fatto il partigiano, in Piemonte. Veniva da una formazione laica e libertaria, era amico del figlio di Piero Gobetti. In quella casa aveva giocato. Era un ragazzo quando aveva scelto Giustizia e Libertà, e solo dopo era entrato nel Partito Comunista. Queste due anime non lo abbandonarono mai, quella libertaria e quella operaista. E non nascose mai, soprattutto a noi studenti che seguivamo la sua appassionata descrizione del secondo dopoguerra o del percorso dell’intellighentsjia italiana tra anni Quaranta e Cinquanta, le contraddizioni delle sue scelte e la difficoltà di far convivere due anime politiche. Soprattutto nei momenti di svolta come il 1956.
Solo ora, dopo tanti anni, capisco quanto avere avuto un partigiano come professore sia stato determinante nella mia formazione. Non perché, prima, non credessi nella bontà e nella bellezza della Costituzione italiana. Me l’aveva fatta studiare, in quinta elementare, il maestro Gioacchino, in una scuola della periferia romana senza grandi tradizioni, piccola borghesia, popolino, operai. Lui era un cattolico serio, che è morto a 35 anni, il giorno di Natale. Amava la costituzione, ce l’ha fatta amare, comprendere, digerire. Spriano, però, mi ha dato le chiavi per capire le “passioni” civili di cui anche scrisse. Per questo, oggi, “non mi ci ritrovo”, come dice un mio vecchio amico cattolico, in questa Italia, così lontana da quelle passioni civili, da quel senso di comunità nazionale, da quella civiltà del rispetto verso l’altro che poche centinaia di persone misero nero su bianco, superando gli steccati della diversità.
Oggi, 25 aprile, vorrei ricordare che il professor Spriano aveva fatto il partigiano, in Piemonte. Veniva da una formazione laica e libertaria, era amico del figlio di Piero Gobetti. In quella casa aveva giocato. Era un ragazzo quando aveva scelto Giustizia e Libertà, e solo dopo era entrato nel Partito Comunista. Queste due anime non lo abbandonarono mai, quella libertaria e quella operaista. E non nascose mai, soprattutto a noi studenti che seguivamo la sua appassionata descrizione del secondo dopoguerra o del percorso dell’intellighentsjia italiana tra anni Quaranta e Cinquanta, le contraddizioni delle sue scelte e la difficoltà di far convivere due anime politiche. Soprattutto nei momenti di svolta come il 1956.
Solo ora, dopo tanti anni, capisco quanto avere avuto un partigiano come professore sia stato determinante nella mia formazione. Non perché, prima, non credessi nella bontà e nella bellezza della Costituzione italiana. Me l’aveva fatta studiare, in quinta elementare, il maestro Gioacchino, in una scuola della periferia romana senza grandi tradizioni, piccola borghesia, popolino, operai. Lui era un cattolico serio, che è morto a 35 anni, il giorno di Natale. Amava la costituzione, ce l’ha fatta amare, comprendere, digerire. Spriano, però, mi ha dato le chiavi per capire le “passioni” civili di cui anche scrisse. Per questo, oggi, “non mi ci ritrovo”, come dice un mio vecchio amico cattolico, in questa Italia, così lontana da quelle passioni civili, da quel senso di comunità nazionale, da quella civiltà del rispetto verso l’altro che poche centinaia di persone misero nero su bianco, superando gli steccati della diversità.
Buon 25 aprile a tutti
ps. ho trovato la foto (dove compare anche Paolo Gobetti e sua madre Ada) sul sito che ricorda Giovanni Jarre, anche lui nell’immagine.
