Accordo raggiunto all’alba, dopo ore in cui si pensava che – ieri – i negoziati tra i diversi protagonisti della crisi libanese stessero fallendo. Per sbloccare la situazione, è stato necessario l’intervento in prima persona dello stesso emiro del Qatar, che ha messo sul piatto la sua influenza. L’accordo raccoglie le richieste dell’opposizione, hezbollah in testa, che voleva un sostanziale potere di veto in un governo di unità nazionale. Il nuovo esecutivo sarebbe composto da 16 esponenti della coalizione 14 marzo, 11 dell’opposizione e tre scelti dal futuro presidente libanese. Sul capo dello stato, l’accordo raggiunto converge sul nome che già si sapeva: il capo delle forze armate Michel Suleyman, che dovrebbe essere eletto in una riunione del parlamento già domani o dopodomani. L’ostacolo maggiore che si era frapporto, ieri, era la legge elettorale, richiesta da hezbollah per suddividere il Libano in circoscrizioni più piccole per rispecchiare l’equilibrio tra le comunità etnoreligiose. Stamane all’alba l’accordo, anche su questo punto, con il parziale ritorno alla legge elettorale del 1960 sulla circoscrizione di Beirut. Speriamo che, tra la messa in pratica dell’intesa, l’elezione di Michel Suleyman e la modifica della legge elettorale non succeda, in Libano, qualcosa che faccia gettare alle ortiche l’accordo: un assassinio politico, una fiammata di violenza, un casus belli. E’ già successo sul fronte palestinese, a metà del 2007, a tre mesi dall’accordo della Mecca. Nel frattempo, peraltro, i venti (estivi) di guerra si rafforzano: Olmert ha proposto agli Stati Uniti, attraverso i colloqui con la speaker del Congresso americano Nancy Pelosi, di attuare un blocco navale contro l’Iran, dice Haaretz nell’apertura della sua prima pagina. La storia insegna che mosse del genere non sono state in genere premianti: dal Tonchino a Cuba.