Ho ricevuto questo documento, sulla questione delle schedature, che sottopongo alla lettura dei miei naviganti. E’ in forma anonima, così come mi è stato chiesto dai diretti interessati.
Non ho finora pubblicato testi che non fossero i miei, ma la questione è troppo importante per l’Italia. E in tutta questa storia, solo un elemento mi sembra interessante: l’indignazione, e per alcuni versi lo spavento che l’idea della raccolta delle impronte dei bambini rom ha scatenato in molti di noi. Sempre minoranza della minoranza, a quanto sembra, ma non importa.
“QUELLE SCOLASTICHE, LE UNICHE SCHEDE DI CUI I BAMBINI ROM HANNO BISOGNO”
La questione rom sta assumendo in Italia risvolti preoccupanti ed inquietanti, che vanno ben al di là delle pur legittime ragioni di sicurezza.
Riteniamo anzitutto che si avalli una concezione della sicurezza che finisce per scaricare su un gruppo sociale paure e timori ben piu’ ampi e diffusi nella societa’. In ogni caso, si tratta di un concetto di sicurezza che si limita all’adozione di misure di polizia ed evita di dare risposte sociali, economiche, politiche e di sistema alle ansie ed alle inquietudini crescenti nel nostro Paese.
In questo quadro piu’ complesso e difficile, i recenti provvedimenti del Governo configurano la presenza dei Rom in Italia, a prescindere dalle concrete situazioni di illegalità, in termini di emergenza nazionale. Si tratta di una caratterizzazione di un’intera etnia in chiave di pericolo reale o potenziale che e’ impropria, arbitraria e del tutto sproporzionata rispetto alla realta’. Una cosa e’ fornire risposte concrete, realistiche e puntuali a fenomeni che creano allarme sociale, altra cosa e’ accreditare l’idea di una situazione di stato d’assedio che e’ gratuita e pericolosa.
Diversi sono i segnali di tale drammatica involuzione.
In primo luogo, la nomina di “Commissari per l’emergenza insediamenti comunità nomadi” in diverse regioni sembra porre il problema non in giusti termini di rispetto dell’ordine pubblico in uno stato di diritto, ma in quelli dello stato di eccezione, con aspetti esecutivi da stato di polizia.
Questa è infatti la premessa alla base del cosiddetto “censimento” delle persone nomadi attuato attraverso un’azione capillare di schedatura che riguarda una sola etnia (e non, come pure dovrebbe essere, eventualmente di tutti gli stranieri residenti in Italia).
E’ stato riscontrato che le schede utilizzate riportano diciture del tutto contrarie alla nostra cultura giuridica e costituzionale, quali ad esempio l’indicazione della “religione” e quella specifica dell’”etnia”. Non sembra infatti di alcun rilievo per la salvaguardia della sicurezza la dichiarazione della confessione religiosa o dell’appartenenza etnica. Si tratta di questioni essenziali per la democrazia, la libertà ed i diritti civili, che sembravano definitivamente risolte dopo le tragedie delle persecuzioni e dei trasferimenti di popolazioni che hanno infestato il XX secolo.
La religione e l’etnia sono infatti due aspetti dell’identità che non hanno nulla a che fare con la tutela dell’ordine pubblico o con la repressione del crimine. La legge infatti punisce comportamenti illeciti, non oggettive condizioni personali o di intere comunità.
Ancora più grave è la preoccupazione se si considera che oggetto di tali provvedimenti sono in buona parte i minori. La convezione sui diritti dell’infanzia, ratificata dall’Italia, dispone, all’articolo 16, che “nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione.” La schedatura forzata e la presa di impronte digitali anche per i bambini rom un grave turbamento della coscienza dei minori coinvolti. Giuste e fondate sono quindi le perplessita’ dell’UNICEF e delle organizzazioni che si occupano della difesa e protezione dei fanciulli.
Appare pretestuoso giustificare la schedatura e la rilevazione delle impronte anche per i bambini Rom con l’argomentazione che tale misure contribuirebbero a sottrarre i fanciulli in questione dallo sfruttamento di organizzazioni criminali. A questo fine le uniche schede che servirebbero sarebbero non quelle dei prefetti, ma quelle dei presidi e direttori didattici, cioe’ quelle della valutazione scolastica dei bambini, e le uniche impronte di cui si sente il bisogno non sono quelle lasciate nei dossier di polizia ma quelle che i bambini lasciano nella sabbia giocando negli asili e nelle scuole.
Quando accanto al cosiddetto censimento troviamo non iniziative di inserimento ma politiche di chiara discriminazione scolastica come classi differenziate o addirittura la limitazione alla frequenza per i figli di immigrati, ci si chiede quale disegno politico ragionevole si possa mai celare dietro tali provvedimenti e soprattutto quale sia la relazione di tali misure con la nostra sicurezza.
Inoltre le operazioni di schedatura e di rilevazione delle impronte coinvolgono, sul piano giuridico-formale, cittadini italiani e comunitari (quali i rom presenti in Italia sono in maggioranza), perpetrando nei fatti una netta disparita’ di trattamento per i quali si ravvisano aspetti di dubbia conformita’ ai principi costituzionali.
Infine, il comportamento delle Autorita’ contribuisce ad acuire opinioni a carattere discriminante, come si evince dai recenti dati diffusi dall’Eurobarometro: il 47% degli intervistati si dice a disagio con l’idea di avere un rom come vicino, contro una media dell’Unione Europea del 24%
Dinanzi ai rischi di una recrudescenza di pregiudizi etnici, i cui confini sembrano difficilmente definibili ed i cui meccanismi appaiono ancor piu’ difficilmente controllabili, il ruolo di pubblici poteri responsabili dovrebbe essere, quello di respingere con decisione le generalizzazioni, perseguire l’illegalita’ caso per caso sulla base del principio che la responsabilita’ penale e’ personale, promuovere politiche concrete di inclusione, di scolarizzazione, di assistenza sanitaria, psicologica e sociologica, di formazione professionale; al contempo, farsi promotori di una corretta informazione dell’opinione pubblica evitando di utilizzare cinicamente stereotipi e scorciatoie definitorie ai soli fini di conservare od accrescere il consenso politico-elettorale.
Siamo convinti che nella questione dei rom siano in gioco principi fondamentali, che attengono alla difesa della vita umana in tutti i suoi aspetti ed in tutte le sue manifestazioni, ai caratteri di una democrazia fondata sul rispetto dei diritti umani fondamentali coniugato con il rispetto da parte di tutti della legalita’ e dello stato di diritto, alle politiche di inclusione sociale e piu’ in generale di promozione umana, alla stessa natura della comunita’ politica considerata come un’entita’ strutturalmente pluralista anche sotto il profilo delle sue componenti etniche, culturali, religiose.