I tre delegati di Hamas a Gaza sono tornati nella Striscia. Provenienza, il Cairo, dov’erano rimasti negli scorsi giorni per negoziare un accordo sulla riconciliazione, mediato dagli egiziani. Mahmoud A-Zahar, Said Siyyam, Khalil Hayya sono di nuovo a Gaza per discutere la bozza dell’intesa, uscita già a dire il vero sulla stampa. Le indiscrezioni, peraltro, hanno già causato la reazione piccata di Moussa Abu Marzouq, numero due dell’ufficio politico di Hamas a Damasco, che avrebbe preferito una discussione fuori dalle pressioni esterne. E invece il piano egiziano è già noto, e la stampa è stata a questo punto usata, ieri, da Hamas, per fare sapere cosa non sta bene della bozza al movimento islamista. Le insoddisfazioni di Hamas sono comparse sul giornale panarabo as-Sharq al Awsat, e si condensano in due nodi fondamentali. La vaghezza dell’accordo, e la questione della sicurezza. Sulla vaghezza, i timori di Hamas sono che si ricrei una situazione come quella di due anni fa, in cui gli accordi firmati non andavano nello specifico, consentendo a chiunque di interpretare a proprio favore l’intesa.
Questione sicurezza: Hamas non accetta che la riforma dei corpi di sicurezza si concentri solo su Gaza, senza prendere in considerazione la Cisgiordania. In più, a Hamas non bastano le dimissioni eccellenti decise invece da Mahmoud Abbas. Confermata, dunque, la ragione per la quale Abu Mazen non ha riconfermato al suo posto il generale Tirawi, capo dell’intelligence. Dopo le retate subite in Cisgiordania nello scorso anno e mezzo, però, a Hamas non basta che sia fuori Tirawi (peraltro salito al rango di consigliere di Abbas) ma vuole una più pesante ristrutturazione.
La via dell’accordo si preannuncia sempre più difficile da percorrere.