Non ci posso far niente. Non posso non lasciarmi suggestionare dalle analogie storiche. Perché in questi giorni suoni, odori, colori, gusti che giungono da Roma, dai Palazzi, dalle istituzioni, dalle stanze del potere e della politica non possono non ricordare cose simili. Lo scontro istituzionale, il braccio di ferro tra governo e presidenza della Repubblica, l’uso sui generis di strumenti della democrazia rappresentativa piegati alle “necessità” del momento. E poi il rapporto con il consenso popolare, questo rivolgersi al “popolo” in modo tribunizio, scavalcando le mediazioni insite nelle strutture della democrazia repubblicana e rappresentativa… Non parlo, volontariamente, della questione specifica di Eluana Englaro, di suo padre e della sua famiglia, perché il silenzio mi sembra sia l’unico atteggiamento eticamente importante, in questo clamore che nasconde le verità.
Parlo, invece, di come la questione di Eluana Englaro abbia portato alla luce quella debolezza politico-istituzionale i cui segnali si intravvedevano da tempo, ma la cui profondità ci è stata sbattuta in faccia soltanto ieri. E mi ritornano alla mente i corsi universitari di storia dei partiti politici, le letture sui primi anni Venti del Novecento, l’uso spregiudicato delle regole piegate dei gradi necessari a raggiungere il proprio obiettivo politico. In parallelo, la terribile debolezza delle opposizioni, divise e con voce flebile, tanto disarmate da rifugiarsi – allora – su di un Aventino che spianò la strada al periodo più duro della nostra storia contemporanea.
Ci penso, e tutto ciò mi fa paura.