Un lettore – che usa a dire il vero semplificazioni che conosco bene – mi chiede come mai in questo blog (che definisce “superficiale”) io non parli di Hina e di Sanaa. E’ vero, non ho parlato del caso della povera Sanaa, vittima di un padre-padrone, pazzo e omicida. Ma è perché ho trovato francamente scandaloso che si parlasse di Sanaa e del suo padre-padrone omicida e non, con la stessa enfasi, delle tante vittime italiane di padri-padroni italiani, delle tante vittime (donne) italiane di mariti che non hanno accettato la separazione. Il primo, il padre-padrone di Sanaa, viene sostanzialmente indicato come il frutto di una cultura e di una tradizione religiosa retrograda. I secondi, i padri-padroni e i mariti di cui non ricordiamo il nome, sono solo considerati dei pazzi. C’è qualcosa che non torna. Che faccia parte della battaglia sullo scontro di civiltà e su Eurabia che si sta giocando non solo in Italia? NOn ci sto. Le vittime sono tutte vittime. E tutte hanno diritto a una pagina, due pagine, tre pagine sui grandi giornali. Non solo a una breve, a pochi secondi dentro un tg.
La vera questione è la considerazione della donna. Non solo nel mondo arabo, in Marocco, in Egitto, e nel più vasto mondo musulmano. Mi sembra che il problema si ponga anche in Italia. Con altri veli e veline. O forse sbaglio.
Ps.: precisazione per i miei colleghi giornalisti. A Milano, alla festa di Eid al Fitr, non credo vi fosse neanche l’ombra di un burqa (afgano). Di certo c’erano hijab, i foulard. Forse c’era qualche niqab, il velo di tradizione saudita che copre il volto. Vi prego, cercare di essere più precisi… Altrimenti, creiamo mostri e alimentiamo paure senza fondamento.