Ci sono gesti e gesti, soprattutto quando si hanno incarichi molto importanti e visibili. Karen AbuZayd, alto commissario uscente dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste da ormai 60 i profughi palestinesi, ne ha compiuto ieri uno che entra mani e piedi nel conflitto israelo-palestinese.
Karen Abu Zayd era ieri a Sheyk Jarrah. Per chi conosce poco Gerusalemme, è appena al di fuori dell’American Colony Hotel. Oltre la Linea Verde, oltre la terra di nessuno, dentro Gerusalemme est, la Gerusalemme araba occupata dal 1967. Era andata a trovare la famiglia al Kurd, buttata fuori da casa loro, abitata ora da coloni israeliani. E non ha solo fatto una visita. Ha anche parlato, dando a quella visita la caratura che voleva: quella di rimettere i diritti umani dentro il negoziato. Senza una pace giusta, insomma, non c’è pace durevole.
“On this day, and in this place, I wish to remind the international community of the unfinished business in Sheikh Jarrah and elsewhere in the West Bank,” she said.“The dispossessed, the displaced must see their losses acknowledged, their injustices addressed,” she added. “Peace is possible, but only if we insist on our universal humanity.”
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A proposito di coloni e palestinesi, la Cisgiordania rimane quasi sempre fuori del cono di luce. Eppure qualcosa succede, ogni giorno. Ieri, vicino a Salfit, i coloni hanno bruciato una moschea, copie del Corano, vandalizzato un luogo sacro, scritto graffiti offensivi. Sempre su Maannews, e anche su Ynet.
Amara considerazione: forse che una moschea vale meno di una chiesa? Meno sacra di altri luoghi sacri? Sono curiosa di vedere se questa notiziola arriverà sui giornali, con la stessa importanza data ad altri atti vandalici.