Con una sola Voce


A stare a Gerusalemme, ci si indurisce. Si diventa finti cinici per necessità. E dunque si ha più di qualche brivido quando si sente parlare di pace: se ne parla troppo, e se fa – di pace – troppo poca. E poi ci sono parole abusate, violentate tutti i giorni: pace, dialogo, coesistenza.

La premessa è per dire che non mi emoziono spesso ai film che parlano non tanto di pace, quanto di dialogo. E invece ieri sera mi sono emozionata a vedere D’un seule Voix, il film-documentario di Xavier Lauzanne che racconta la storia di un tour di concerti già folle nella sua ideazione: un centinaio di musicisti e cantanti provenienti da Israele e Palestina. Soprattutto, da Israele e da Gaza, impegnati in un tour che si è svolto poche settimane prima della guerra tra Israele e Libano dell’estate 2006.
Non è un film buonista. Al contrario: le tre settimane assieme, tra israeliani e palestinesi normali, e non tra israeliani e palestinesi pacifisti, sono difficili. La politica dovrebbe rimanere fuori dall’uscio ma rientra dalla finestra. Le recriminazioni, e anche gli slogan, ritornano. Salvo che poi chi è di fronte a te ha un nome, un cognome, una vita, un paio d’occhi che ti scrutano. E niente è più come prima. E’ difficile uccidere chi conosci.
A vincere la sfida, un uomo, musicista e organizzatore, Jean Yves Labat De Rossi, che è stato premiato ieri a Gerusalemme con il premio Tre Volte Dio. E ho capito, ieri sera, perché quella sfida – per Jean-Yves era una missione possibile. Jean Yves è uno di quella pattuglia di uomini che nel 1993, nel 1994, nel 1995 era a Sarajevo sotto assedio. E quella Sarajevo ha cambiato la vita a tutti quelli che lì erano. Da allora in poi, difendere la dignità della persona è diventato un dovere inderogabile.

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