Ci sono anniversari che contano più di altri, perché non si può essere sempre equanimi, come usava dire un mio caro amico che ora non c’è più. Ci sono giorni che non si dimenticano, e che non bisogna dimenticare, che ci si occupi di politica, di botanica o di relazioni internazionali. Ieri sera mi sono vista il film per la televisione dedicata a Giovanni Falcone e alla procura di Palermo di quei tempi. E’ stato un viaggio in un’Italia e in una Sicilia e in una Palermo che sembrano lontane mille miglia. Quella teoria infinita di morti ammazzati, di servitori dello Stato ammazzati mi ha fatto tornare in gola la nausea per quello scandaloso manifesto apparso a Milano, quello che metteva magistrati e BR sullo stesso piano. Vergogna! E’ l’unica parola che mi è venuta, quando è cominciata la teoria dei nomi degli uomini che sono stati ammazzati dalla mafia, appena hanno provato a rompere quel gioco terribile e perverso della collusione tra poteri. Il giudice Costa, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, e poi il giudice-ragazzino, Rosario Livatino, e poi Paolo Borsellino, Giuseppe Fava, Peppino Impastato, Pio La Torre e l’agente Mangano che lo accompagnava. Solo alcuni nomi, per tutti i nomi.
C’è un ricordo a cui tengo molto, legato a queste lapidi attraverso le quali si visita Palermo, come dice con il suo solito tenero sarcasmo il mio amico Roberto Alajmo. Ero a Palermo, con la famiglia, e ci rubarono il passaporto in pieno centro. Il tempo di rimanere delusi, un po’ tristi, ed ecco lo squillo sul telefonino. “Mi scusi, sono un agente del commissariato Libertà. Abbiamo trovato il portafogli. Anzitutto mi scuso per aver frugato, ma era l’unico modo per rintracciare il suo numero. Un cittadino lo ha portato qui da noi. Potreste venire a ritirarlo?” Commissariato Libertà, noto a chi s’occupa di mafia, lungo la strada un altro ricordo, quello dell’uccisione del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e di sua moglie. L’agente aveva nella guardiola alcune foto appese. Poche, ma bastanti. Tra le foto, quella di Emanuela Loi. Mio figlio, piccolo e curioso, chiede all’agente chi è quella signora. “Un’amica. Un’amica che non c’è più.” Il poliziotto non voleva traumatizzare il bambino con quelle storie, con quel sangue, ma mio figlio non ha smesso di chiedere. E lui ha dovuto dire la verità, che era morta, con una delicatezza che non dimenticherò mai, e di cui gli sono grata. Toccò poi a noi genitori spiegare come quella poliziotta, l’amica di quel poliziotto, era stata uccisa. Faceva parte della scorta di Paolo Borsellino.
Ci sono giorni, ci sono date che non si possono dimenticare. Oggi è il 23 maggio 2011, 19 anni dopo la strage di Capaci. Ci sono date che fanno un paese. Lo rendono grande, se quei giorni rimangono stampati nella memoria di ciascuno e nella responsabilità individuale. Ne decretano il declino, se quella memoria si scioglie.