Brook, Mozart e la crisi

Pensato ben prima di questa travolgente e profonda crisi. Espressione, semmai, del tradizionale minimalismo di Peter Brook. Eppure, questo Flauto Magico di una delle ultime icone del teatro contemporaneo sembra, oggi, lo specchio di un’attualità dura, durissima.

Sarà per la scenografia che dire scarna è un eufemismo. Sarà per i costumi che ricordano i cappottoni degli angeli del Wenders del Cielo sopra Berlino. Sarà per quanto sono giovani gli interpreti di Un Flauto Magico, liberamente tratto dall’opera di Mozart e riletto (bene, benissimo) da Brook. Sarà perché sul palco dell’Argentina di Roma (ieri c’è stata la prima) c’era soltanto un pianoforte.  Sarà per tutto questo e ancora altro, ma il grande regista è riuscito in uno strano intento. Mettere in scena uno dei capolavori di Mozart, in modo che risponda a questa necessità di essere sobri, scarni e persino poco costosi.

E’ la risposta migliore a un tempo difficile. In una sera romana un po’ frizzante, in quello che rimane il salotto buono del teatro della Capitale, le poche canne di bambù in palcoscenico –  a simboleggiare di volta in volta un boschetto, una gabbia, un albero, macerie, un tempio pagano – davano erano anche il segno dei tempi. Un segno involontario, certo, ma non per questo meno profondo. Brook aveva reso scarno il palcoscenico per dare spazio totale al sogno musicale di Mozart. E invece è riuscito anche a fare altro. Proprio alla vigilia della fiducia della politica italiana a Mario Monti…

Voto: ovviamente alto, per una vecchia amante del teatro.

Per la playlist, oggi, la scelta è obbligata. Riascoltatevi il Flauto Magico. Ogni tanto fa bene, per esempio per ricordare i classici della poesia.

Ich fühl’ es, wie dies Götterbild
Mein Herz mit neuer Regung füllt.
Dies’ etwas kann ich zwar nicht nennen,
Doch fühl’ ichs hier wie Feuer brennen.
Soll die Empfindung Liebe sein?
Ja, ja, die Liebe ist’s allein.

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