Nella Big Apple, dopo 25 anni

L’America è lontana, non c’è che dire. Dal Medio Oriente, dall’Italia… E non è solo impressionismo. Aspettavo di vedere New York dopo l’ultima volta in cui c’ero stata, ben 25 anni fa. All’inizio, non ho notato differenze eclatanti. Come se, di nuovo, New York mi accogliesse nello stesso modo, con lo stesso fascino e quella sorta di intimità che fonda sulle centinaia di telefilm, film, serial, immagini che hanno  formato la mia generazione. Il giallo dei taxi, il bianco delle macchine della polizia, la prospettiva delle avenue, lo skyline di Manhattan.

Con una sorta di pudore, si cerca di non soffermarsi sull’assenza, l’assenza delle Torri Gemelle, che colpisce come un lutto. Ma è altra la differenza che salta agli occhi, già poche ore dopo l’arrivo nella Grande Mela. È come se fosse più europea. E come se fosse una cuccia per ricchi e ricchissimi. E come se fosse su Marte. Un luogo completamente altro dal mondo, e il mondo è appena oltre la porta.

In uno dei paradossi americani, assieme alla sensazione di essere dentro una fiction su moda e design, è subito cresciuta un’altra sensazione: quella che – nonostante la sicurezza sia uno dei vanti della città – proprio per questo New York sia divenuta una città ostica, dura. Non solo veloce, non solo senza sconti, non solo di fretta. Piuttosto, inclemente. Nonostante il sole, il caldo, e l’incredibile fascino di un tempo che rimane tale e quale.

La foto non è New York. E’ uno scatto preso dall’Amtrak. Direzione Washington. Da oggi, cominciano gli incontri sul mio libro su Hamas in versione americana, pubblicato da Seven Stories.  Si comincia dal Palestine Center. D0mani Georgetown. E venerdì la fondazione FMEP, che sponsorizza l’incontro al Carnegie Endownment for International Peace.

Per la playlist, la scena è obbligata. Ci vuole il mood di Tom Waits, nonostante anche oggi ci sia tanto sole e un clima incredibilmente primaverile. I hope I don’t fall in love with you.