
Dovrebbe essere tutta una questione di tecnica. Eppure la tecnica, in questa storia, non spiega tutto. Forse spiega una professione, ma non tutto ciò che questa professione provoca, tra etica e psiche, tra psicosomatica ed empatia.
Cominciamo dall’inizio. Dalla cronaca. Niente è oggettivo, tantomeno lo è la cronaca. Quello che ci si aspetta, da noi giornalisti, è almeno l’onesta intellettuale. Va bene, diamola per buona. Assodata. C’è un fatto, lo vediamo, lo descriviamo, cerchiamo di usare freddezza, razionalità. Cerchiamo di stare a guardare e non prendere parte. Ci riusciamo. Il pezzo, l’articolo è pronto. Abbiamo fatto il nostro dovere.
Col passare del tempo, a quella descrizione aggiungiamo qualche timido commento. Niente più di un aggettivo. Basta l’aggettivo, però, per dire al lettore che a quella scena non siamo estranei. Non lo siamo, in fondo, mai stati. Abbiamo omesso l’aggettivo per timori seri, professionalmente ineccepibili: avevamo paura di scadere nell’autobiografia. Gli aggettivi da mettere sono quelli giusti, quelli che portano il lettore nella storia. Mica gli altri, quelli che fanno capire al lettore che negli anni siamo stati delle spugne. Abbiamo assorbito troppo. Puzzo, lacrime, aria inquinata, sguardi. Soprattutto sguardi incancellabili.
E poi, clic. Arriva il momento. Il momento in cui è la storia a diventare protagonista. Non il fatto. È quando gli sguardi incancellabili diventano fantasmi. Ti inseguono, silenziosi, gentili, eppure ossessivi. Ti viene allora in soccorso l’empatia: indossando quegli sguardi provo a comprenderli, a renderli intellegibili. Non serve più descriverli. Devi costringere te stessa e il lettore a leggerli, interpretarli. Devi sapere di più. Un nome, una carta d’identità, una vita, i sogni, i compagni di classe, la corsa per arrivare a scuola, le urla di una partita a pallone per strada. Le urla degli scontri.
Non basta il pezzo, l’articolo. No, non è vero, al lettore basta. O basterebbe. È a te che non basta più. Ci sono i fantasmi, come farfalle nello stomaco. Gli sguardi che ti inseguono. Le vite spezzate. Che non ritornano più. Gli occhi umiliati. La paura negli occhi.
Come fai a raccontare?
Vai oltre. Non ti bastano la cronaca e le venti righe. Non ti basta neanche l’analisi, altrettanto fredda, razionale, distaccata. Ti serve, te ne servi, ma non basta. Devi andare oltre. Raccontare i ragazzi che si appoggiano alla fredda pietra delle Mura di Solimano, mentre i soldati controllano i loro documenti. Ne hai visti a centinaia, forse migliaia, in dieci anni. I loro occhi parlano di umiliazione, paura, tenacia, tachicardia. Prendi allora uno di loro, e ci metti dentro tutti gli altri. Racconti i suoi minuti appoggiato alla pietra, il cuore che batte e scoppia, il tempo che batte e passa.
Non è più giornalismo. Ma è più reale. Può esserlo.
Non so se la sua definizione è giornalismo narrativo. Forse.
Ne parliamo stamattina alle 10 al Complesso Monumentale dello Steri a Palermo, nel Festival delle Letterature migranti. Con Davide Camarrone, Lucia Goracci, Francesco D’Ayala.
L’illustrazione è di Maria Teresa De Palma, per Cafè Jerusalem dei Radiodervish
“I loro occhi parlano di umiliazione, paura, tenacia, tachicardia. Prendi allora uno di loro, e ci metti dentro tutti gli altri. Racconti i suoi minuti appoggiato alla pietra, il cuore che batte e scoppia, il tempo che batte e passa”. Shokran Paola