Il punto di non ritorno

“Prima o poi, ci scappa il morto”. Una frase a mezza bocca, per non svegliare i cattivi spiriti. E non evocare parole della nostra storia, lontana, diversa e archiviata: squadracce, spedizioni punitive, prenderne uno per educarne cento.

Prima o poi…. Dà il senso del tempo che scorre, dei grani di sabbia che riempiono la clessidra. Prima o poi…

È successo prima o poi? L’omicidio per razzismo di Emmanuel Chidi Namdi è successo “prima” o “poi”? È successo. È successo “dopo”: dopo anni di gocce di razzismo e di odio gettate nell’agone mediatico e in quello politico. È successo dopo una strategia scellerata, di chi ha detto (e dice ancora) che “la gente vuole questo. Vuole il volume alto. Vuole i gladiatori che si scontrano nell’arena televisiva. Vuole le copertine dei libri che gridano odio. Vuole i titoli dei giornali che grondano vendetta”.

La gggente vuole. Il pubbbblico vuole. E allora noi, noi giornalisti, noi intellettuali, noi ceti dirigenti, andiamo appresso. Come fecero in molti – giornalisti, intellettuali, ceti dirigenti – all’incirca un secolo fa. Salvo eccezioni (Gramsci, Gobetti, Matteotti, i Rosselli, gli esuli, i giornalisti che furono cacciati dai giornali di regime, la sparuta pattuglia dei docenti universitari che non firmarono l’adesione al regime).

È finito il nostro dovere etico e pedagogico? Direi che è iniziato, ancora una volta. Nessun paragone storico. Nessun parallelo. Ora è diverso da allora. Ed è inutile soffermarsi a riflettere se Amedeo Mancini, l’omicida, è fascista o non è fascista. Questo non è il nodo della questione: è un omicida che verrà processato di fronte a un tribunale, all’interno di uno Stato di diritto. Soffermarsi sulle definizio di questo tipo significa alzare una cortina fumogena ed evitare accuratamente di andare al cuore del problema. E dimenticare, allo stesso tempo, che dopo il fascismo vi sono state libertà e diritto.

Il nodo della questione riguarda il nostro tempo. Lo scorrere del tempo. Il tempo di oggi. Non più il Novecento, secolo breve, ma il tempo concentrato, rapidissimo. Siamo arrivati qui, dice la nostra clessidra.

L’Italia è razzista, oggi. In Italia si è ucciso per razzismo, oggi. Si è ucciso un uomo, un essere umano, che portava nella sua carne lo stigma di essere rifugiato, di essere africano, e di essere nero. L’Italia scopre, oggi, di avere una questione “di colore”. Lo scopre attraverso l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi, ma lo doveva aver compreso già prima, attraverso le denunce che da anni fanno i nostri intellettuali afroitaliani e afroeuropei.

Siamo razzisti? Quando lo siamo diventati? Come facciamo a introdurre nel nostro corpo sociale e culturale gli antidoti? È iniziato il tempo della costruzione di un’Italia diversa. La nuova Costituente. Sarà un tempo duro.

nota bene: so bene che nel corso degli anni, in Italia, ci sono stati morti per razzismo. Sono morti che hanno pagato il prezzo altissimo  di un’Italia che stava cambiando pelle senza volerlo sapere. Ora, oggi, l’Italia lo sa. Questa è la differenza.

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