Mauro Martini, in memoriam

Sono passati 12 anni dalla morte di Mauro Martini. 

“Perché ti illudi e resti ancora lì? Non lo sai che la cultura si fa fuori dalle università?”

Roma, piazza Cavour. Per essere precisi, proprio sotto il Palazzaccio. O almeno, io quella passeggiata me la ricordo lì, proprio a piazza Cavour. Il tempo, il troppo tempo trascorso mescola città e parole, passeggiate e memorie. In fondo, ormai, che importanza può avere… Roma, Firenze, la luna. Mauro me la disse, quella frase, con il suo tono che non metteva in conto repliche, o discussioni. Era così, ontologicamente. “La cultura si fa fuori dalle università”: una conclusione dura, detta a me che avevo appena finito un dottorato a Firenze, appena pubblicato un libro di valore accademico, appena perso mia madre e il mio maestro, Paolo Spriano.

Come dargli torto, allora come oggi? La sapienza (quando c’è) racchiusa in un vero e proprio compiendo, come sono diventati gli atenei, è fine a se stessa. E la colpa è equamente suddivisa tra la cultura dentro l’università e la cultura fuori dall’università. Mauro, d’altro canto, non parlava giusto tanto per polemizzare, o lanciare una staffilata qualunquista. Lui non si era laureato. Così, era successo così. Quel timbro burocratico non gli diceva nulla, non cambiava la sua incredibile, unica competenza culturale sulla lingua polacca, su quella russa, sulla letteratura passata e contemporanea di un’area, sulla storia politica di una intera, enorme regione europea. Era innamorato e competente, sull’Europa orientale, sulla Polonia, sulla Russia. E lo era su tutto ciò che quella regione riguardava. Ben oltre le sue capacità di traduttore, critico letterario, politologo, storico. Nihil ad me alienum puto. Era l’anima che gli interessava.

Solo troppo tardi, ma con nostra somma gioia, l’università gli riconobbe il suo valore. Ed entrò nell’ateneo di Trento. Quando vinse il concorso da associato, istintivamente pensai a quella frase lanciata così, nella mia vita, a piazza Cavour. “La cultura si fa fuori dalle università”. Avrei voluto dirgli: “hai visto? Non è sempre vero. Sei stato incoerente”. E invece non lo feci, perché incoerente Mauro non lo è mai stato. Ciò che mi aveva detto, tirandomi con tutte le sue forze fuori dal gorgo dell’ateneo di Firenze, era vero, reale, e mi costringeva a mirare più in alto. A tentare di incidere sulla cultura, e a riflettere sulla gramsciana egemonia culturale. Me ne accorgo ora, a quasi venticinque anni di distanza.

Mirava alto, Mauro. E costruiva mattone su mattone, perché quell’edificio, personale e sociale, fosse solido. Traduzione su traduzione, articolo su articolo, saggio su saggio. Condivideva queste mire con noi – poi convogliati nell’associazione Lettera22 – non solo per quel senso profondo dell’amicizia e del soccorso che era la sua cifra. Sapeva che un piccolo edificio come Lettera22 era solo un seme, ma quanto potente…. Un antidoto non solo alla depressione causata dallo svilimento continuo e inarrestabile della professione del giornalista. Un antidoto a farsi sequestrare dalla mediocrità, dalla incompetenza, dall’uso politico dell’informazione da parte del potente di turno. Non era, la sua, una stupida posizione utopistica. Mauro era un realista, un pragmatico, un politico: si sapeva anche piegare alle contingenze e alle avversità, con la capacità rara di non perdere un grammo della sua coerenza e della sua etica.

“La cultura si fa fuori dalle università”. Eccome! Mauro sapeva quello che faceva. Nella mia vita, e soprattutto in quegli anni, si era assunto un singolare ruolo da pigmalione. Tanto per rompere le mie catene. “Tirati fuori da questa camicia di forza stilistica, libera la scrittura”, mi disse un’altra volta, e non ricordo quando e dove. Me lo disse proprio lui, che non aveva mai avuto una scrittura né facile né facilmente fruibile. “Passi troppo tempo a esser precisa sulla documentazione e sulle fonti, e troppo poco tempo sulla scrittura”: aveva ragione. Questo vizio, questa paura di scrivere non l’ho mai persa.

Quando ripenso a Mauro, rifletto su questa sua capacità di introdursi nelle fragilità delle persone che frequentava, a cui voleva bene, che gli erano amiche. Osservava le nostre debolezze, e interveniva talvolta. Solo quando riteneva fosse il momento giusto. Io gli davo retta, e con me le sue ‘perle di saggezza’ hanno sempre funzionato.

Beninteso, si trattava di un gioco psicologico silenzioso tra tutti noi, soprattutto con me e con Attilio Scarpellini. Nonostante la sua riservatezza, il suo proverbiale silenzio sulle cose di sé, nonostante la trincea che alzava tra la sua solitudine e il mondo, noi amici sapevano con certezza le sue debolezze, le nostalgie, Venezia. Soprattutto l’esser rimasto troppo presto orfano (“benvenuta nel nostro club”, mi disse dopo la perdita di mia madre, e in quella durezza c’era tutto il vero dolore e la vera fatica della sua vita).

Noi – Attilio e io – ci chinavamo alle sue paternali con un sorriso compiacente, con un affetto che ancora gli portiamo. Le sue frasi che svelavano errori o fragilità, i nostri penosi tentativi di difendere una posizione… Un rito spesso uguale a se stesso, a cui ci sottoponevamo perché Mauro non faceva sconti soprattutto a se stesso. Colto, coltissimo, l’uomo più colto mai incontrato nella mia vita. Giusto, ma non equanime. Nemico giurato del moralismo. Buono, generoso, pronto ad aiutarti prima che tu avessi necessità di chiederglielo.

Basta con questo tono agiografico. Lo avrebbe odiato, anche se gli avrebbe fatto tanto piacere sentire quanto gli abbiamo voluto bene. Se ne sarebbe schernito, girandosi a fare un solitario sul computer, oppure stendendosi all’indietro sullo schienale della sedia in redazione, accendendosi il suo mezzo antico toscano. È difficile, tanto difficile parlare di Mauro Martini. Le ragioni non sono solo quelle, laceranti, della perdita di uno dei miei più cari amici, forse quello che ha inciso di più sulle mie scelte. Le ragioni fondano sull’acredine, sull’astio, sull’ingiustizia.

Post mortem, Mauro Martini è stato riconosciuto dagli slavisti come il più innovativo, il più bravo della sua generazione. Dai giornalisti come il più profondo conoscitore della Russia che stava subendo la sua più importante trasformazione dopo la rivoluzione bolscevica. Dai socialisti una delle menti più singolari nella riflessione sulla politica italiana a cavallo tra prima e seconda repubblica. Dagli esperti di Europa orientale, Mauro è stato considerato uno dei rari che riuscì a coniugare l’attivismo per sostenere Solidarnošč e i dissidenti polacchi, ungheresi, cecoslovacchi, assieme alla riflessione strategica dopo il crollo del Muro di Berlino.

L’astio, l’acredine, il sentimento di una ingiustizia per nulla sanata dai riconoscimenti postmortem sta proprio in questo. Mauro Martini è stato uno dei rari esempi di intellettuale tout court, e in quel tout court c’è anche la sua militanza, lo sporcarsi le mani e aiutare Adam Michnik e Solidarnošč, con i soldi e il ciclostile contrabbandato in Polonia, oppure la raffinatezza di comprendere che il mito jugoslavo si scontrava (all’inizio degli anni Novanta) con una costruzione fragile della federazione titina. Il sostegno che Mauro diede alla dissidenza euro-orientale e alla frantumazione della Jugoslavia non era altro che la consapevolezza che solo su diritti e libertà si fondano serie e durevoli strutture istituzionali e politiche. Niente di utopico, ma molto di sinceramente ideale. I princípi saldati con un pragmatismo altrettanto fuori dal comune: in un mondo normale, questa saldatura si chiamerebbe semplicemente “politica”.

Si poteva riconoscerla prima, questa statura intellettuale? Si poteva, eccome. Fuori dalle università, come diceva lui, certo. Fuori dai salotti rabberciati di quella fine di secolo e di millennio. Fuori dalle pastette. Questa Italia guidata malamente da mediocri continua a tenere a debita distanza Mauro Martini. Penso ancora – ne sono certa – che questa Italia proprio dalla mediocrità sarà travolta, ma a pagarne il prezzo saremo tutti.

5 commenti su “Mauro Martini, in memoriam”

  1. Sono commossa. Ho conosciuto Mauro a Mosca, tanti e tanti anni fa, è stato un incontro che ha segnato tutta la mia vita, anche dopo la fine della sua.
    Ancora oggi lo cerco in ogni scritto e leggere questo articolo mi conforta. Mi riconosco nei sentimenti espressi così come la convinzione espressa dall’autrice di aver incontrato la persona che più di chiunque era permeata di cultura, lui era questo. Ricordo sua madre, il suo riso con la zucca, la sua casa in Calle Montella, Venezia.

    Grazie.

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  2. Un grande articolo di Francesco Cataluccio su Venezia mi ha rivelato che Mauro Martini – portavano insieme rose rosse sulla tomba di Brodskij- e sepolto vicino a lui. Conoscevo Mauro da quando era caporedattore di Mondoperaio, Attilio Scarpellini e così via. La ringrazio per il ricordo è spero di portare una rosa a tutti e due

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  3. Ho avuto l'onore di essere una sua studentessa, ho iniziato il percorso di laurea con lui ma la sua scomparsa non ci ha permesso di concluderlo insieme. Ricordo il suo studio in facoltà, una stanzetta piccola mansardata, libri, articoli e giornali ovunque, e…il suo toscano. Mancano oggi la sua professionalità ed il suo punto di vista limpido in questo mondo alla deriva, manca lui. Mi ha fatto conoscere ed amare Cechov, peccato che il tempo non gli abbia permesso di insegnarmi/ci altro.

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  4. Penso spesso al professor Mauro Martini, anche io sono stata una sua studentessa per tre annualità di lingua e letteratura russa. Come Morena, ricordo il suo studio, ricordo i caffè e le chiacchiere al bar di fronte all\'università. Me lo vedo ancora con camicia di jeans, pantaloni neri e la Montblanc.
    Un\'ammirazione infinita e il desiderio di risistemare i quaderni di appunti delle sue lezioni.
    Fra qualche giorno andrò a portargli un fiore al cimitero di Venezia.

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  5. In questi giorni stò leggendo il suo libro "Hamas dalla resistenza al regime", mi interrompo per ascoltare una notizia sulla elezioni farsa in Russia e le dichiarazioni abominevoli di Putin e penso a Mauro Martini. Penso spesso, soprattutto in questi anni, a cosa avrebbe scritto sulla guerra in Ucraina, sulla situazione in tutto l'Est europeo, sulle repubbliche ex sovietiche dell'Asia, sugli errori e le mancanze della UE… Vado a cercare sue "notizie" negli scritti di chi ha avuto il privilegio di lavorare con lui e trovo anche questo suo bello scritto su di lui, coincidenze! E' passato del tempo da quando ci ha lasciati, ma si sente la sua mancanza come in quei giorni. L'acutezza del suo pensiero, la sua cultura, al sua ironia, a me, che ho abitato per alcuni anni nella stessa casa con la sua famiglia a Firenze, manca anche la sua cucina. Era un ottimo cuoco, mi ha insegnato anche questo, fra la sua Venezia e l'Est… ricordo il pranzo, dopo il funerale di sua madre in un locale a Venezia che non esiste più, così come tante cose di Venezia!

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