Fa freddo. Ma non come mezzo secolo fa. Eppure il freddo tra i ruderi di Montevago è il simulacro di quel freddo lì, quel freddo che tutti i testimoni ricordano. C’era la neve, e dopo la scossa forte della mezzanotte in molti scesero in strada e passarono ore in macchina e all’addiaccio, sino a che arrivò la scossa che sconvolse l’intero Belìce.
Fa freddo sotto la tenda. O meglio, sotto il tendone che ospita i fedeli per la commemorazione dei 50 anni che separano l’oggi (complesso) da quella notte di 50 anni fa. La notte del terremoto. Il prima e il dopo nell’esistenza dei belicini.
C’è il popolo, i fedeli quelli veri. La gente di Montevago e dei comuni che videro scomparire persone (400 i morti), cancellare paesi, assommare la tragedia alla miseria di prima. Popolo silenzioso, arrivato per ricordare, stipato sotto il tendone bianco, centinaia e centinaia e centinaia di protagonisti, chi c’era e chi ha ereditato i lutti della propria famiglia.
I segni ci sono tutti, perché la memoria penetri in una comunità di fedeli che è anche, in gran parte, comunità di abitanti e di sopravvissuti. Freddo e tenda. Il freddo di gennaio, e la tenda bianca per ospitare i fedeli tirata su accanto ai resti della Chiesa Madre di Montevago. Sono resti che tendono al cielo. Ricordano ciò che rimane di un’industria bombardata oppure, mi si perdoni il paragone improprio, il palazzo delle esposizioni di Hiroshima, lo scheletro di ciò che era non solo un’edifico, ma la vita. La vita in una trama urbana.
La messa di commemorazione è, a sua volta, una costruzione ponderata. E poiché l’architettura non è mai neutrale, la messa esprime ciò che la chiesa – questa parte della chiesa di Sicilia – vuole sia il messaggio. Ricordare si deve e si può, utilizzando i segni di quella sofferenza. La tenda. Il freddo. La perdita. Ricordare che si è stati fragili e soli nella catastrofe del terremoto. Ricordarlo oggi, nella domenica dedicata dalla chiesa cattolica alla Giornata mondiale dei rifugiati, dei migranti e dei richiedenti asilo. I soli e i fragili di ieri si ricordino dei soli e fragili di oggi. I nostri fratelli, come ha ripetuto ancora una volta don Franco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e cardinale.
C’era tutta la chiesa di questa parte della Sicilia, sotto la tenda. Assieme a Montenegro, i vescovi di Trapani e di Monreale, l’esarca di Piana degli Albanesi. A presiedere la messa, il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero. Un’unione forte, quella della chiesa siciliana, un’immagine di compattezza nel commemorare un evento, una catastrofe che ha segnato le comunità. Dunque, anche le diocesi.
L’omelia di monsignor Mogavero è andata dritta al cuore della questione. Una omelia che ha parlato la lingua dei problemi quotidiani, della necessità di progettare e di non sbagliare ancora. Al centro di tutto, nell’omelia di Mogavero, è la dignità delle comunità, per il loro passato e per un futuro che rompa il circolo vizioso degli errori e delle decisioni che passano sopra la testa dei protagonisti. La dignità che sta anche nel nome. Mogavero è riuscito a risolvere persino la questione linguistica sulla pronuncia del toponimo Belice, riportandola al nodo di fondo.
“La valle del Belìce è stata devastata già nel suo nome, e dunque nella sua identità”. Chi è arrivato nel Belice, 50 anni fa, era ignaro della sua stessa esistenza, e non si preoccupò di capirne il nome. Lo ammette lo stesso Sergio Zavoli, inviato a seguire il primo terremoto mediatico della storia italiana, in un reportage per TV7 che brilla per lucidità e profondità. Il suo disagio lo si coglie già nelle prime battute del reportage, scritto con una penna magnifica e seria. “Gibellina sulle carte geografiche non c’era. Ora non c’è neanche più su quel clivio giallo d’estate e bruno d’inverno…”. Gibellina invece c’era, sulle mappe, ma l’Italia non lo sapeva. Non sapeva neanche chiamarlo, quel luogo. Bèlice al posto di Belìce. Terra devastata, anche nel nome.
