Non sono sorpresa. Non sono stupita. Provo un piacere sereno e profondo a vedere Da un Altro Mondo, il romanzo di Evelina Santangelo per Einaudi, candidato al Il Premio Strega edizione 2019. Il piacere non è solo e – credetemi sulla parola – non è soprattutto perché Evelina Santangelo è una delle mie amiche più care, una delle intellettuali più libere e profonde che si muovono in Italia negli ultimi anni. Per queste ragioni, dovrei essere solo felice, e parziale. Il piacere, invece, consiste nel vedere uno dei libri più belli e importanti usciti nel 2018 arrivare in quello che dovrebbe essere il luogo deputato per dare corpo, con un premio, al valore che un romanzo ha già di per sé. Il valore di Da un altro Mondo lo ha spiegato – con nettezza, senza una parola di più né una di meno – chi questa candidatura l’ha presentata, Helena Janeczek. Riprendo le sue parole: “Questo è un romanzo che restituisce significato alle parole «compassione» e persino «carità», ma «buonista» non lo è per nulla. Per merito, innanzitutto, di una lingua tanto duttile quanto precisa, screziata di toni colloquiali, a tratti violenta, come è il mondo che esplora, mai tentata di schiacciare il pedale confortante del sentimentalismo. È un libro coraggioso, perché oggi occorre coraggio a voler conferire dignità agli «umili e offesi», vuoi che siano giunti da un altro mondo vuoi che appartengano al nostro. Consapevole del rischio, Evelina Santangelo cerca il sostegno dei maestri del racconto del reale e del fantastico – da Sciascia a Stephen King a Morante e altri ancora. Solo la letteratura, d’altronde, è in grado di rendere paure, desideri e tutto ciò che – pur invisibile – guida le nostre vite altrettanto reali del teatro in cui le vite stesse si svolgono. L’ultimo motivo per essere grati a questo libro è ritenerlo un’opera letteraria capace di reinventare le proprie possibilità e il proprio compito.”
Aggiungo un commento che non è mio, e che mi sembra dia il giusto riconoscimento alla lingua di questo romanzo: “Questo è un libro che si può leggere ad alta voce, perché dentro c’è un ritmo dantesco”. E’ vero. E aggiungo, infine, un commento (mio) che non ha a che fare con il romanzo, ma con la cifra intellettuale di chi l’ha scritto e di chi lo ha candidato. Di Evelina e Helena ho sempre amato la libertà coraggiosa con la quale guardano il mondo.
