Berlino. L’Isola, il Muro, le stazioni.

No, non ero a Berlino il 9 novembre 1989. Mi aggiravo con un voluminoso fascio di quotidiani sotto il braccio nella facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’università di Firenze dove stavo facendo il mio dottorato in Storia delle relazioni internazional.i Era il 9 novembre, era lampante che fosse già allora una data della Storia, e io mi ero presa una copia di tutte le testate all’edicola vicino (qualcuno, sempre per quei corridoi, mi chiese come mai mi ero comprata tutti quei giornali. No comment).

Da Berlino ero tornata qualche settimana prima, verso agosto. Era stata un’esperienza forte, com’è stata per tutti. Il Muro, e non solo il Muro. L’Isola, come Berlino era chiamata, era veramente una realtà claustrofobica, a cominciare da come ci si arrivava, a Berlino. Io ci ero arrivata da Amburgo, dopo mesi passati a Bonn negli archivi del ministero degli esteri e della Spd per capire cosa fare della mia tesi di dottorato. Me ne ero poi andata ad Amburgo, avevo incontrato mio padre che partecipava a un incontro internazionale tra sarti (anche i sarti viaggiavano), e poi avevo preso un treno per Berlino (ovest).

Pensavo sarebbe stato un viaggio normale, ma già al confine tra Repubblica Federale Tedesca (la Germania occidentale) e Repubblica Democratica Tedesca (la Germania orientale) ho capito che normale non lo sarebbe per niente stato. Ero entrata dentro un vero e proprio vagone chiuso, e la realtà della DDR l’avrei vista solo dal finestrino. Al confine ero saliti due Vopos, due poliziotti della Germania orientale, per controllare con attenzione i documenti dei viaggiatori. Poi, viaggio senza fermate fino a Berlino. Caprioli e stazioni semideserte: questo è il ricordo di un percorso al limite dell’allucinante, la rappresentazione fisica della divisione della Guerra Fredda. Un treno lanciato in corsa in una campagna bellissima, verde, senza quasi essere umano all’orizzonte. Nella realtà, nella campagna un “di là”, la Germania degli altri, e dentro il treno il “di qua”, la Germania degli occidentali. La tecnica della divisione raggiungeva, in quel modo, il parossismo tipico degli anni della frattura dell’Europa, amplificato poi dall’arrivo a Berlino. Die Insel, L’Isola, era, per chi arrivava in treno da Amburgo di sera, le luci accecanti dell’ingresso lungo i binari dentro il perimetro della città. Non c’era, infatti, solo il Muro – quello costruito quando io ero nata, 28 anni prima, nel 1961. Berlino ovest era circondata da una chiusura che la separava totalmente dalla Germania orientale. Era, appunto, un’isola collegata alla Germania occidentale da un ponte aereo e da due linee ferroviarie che perforavano come fossero un ago il corpo della città.

Buio, binari, e poi luci accecanti. Questo era l’ingresso nella Berlino “di noi”, città dimezzata, capitale ferita, isola folle. A parte la stazione, quella dei ragazzi dello “zoo di Berlino”, la città si presentava elegante e allo stesso tempo vivace, ricettacolo delle nostre macerazioni intellettuali. Ed era soprattutto una vetrina di quello che noi sapevamo fare ed esprimere. I grandi centri culturali erano in gran parte stati tirati su proprio vicino al Muro. Che era un muro basso, di quelli che servono per dividere ma non per annullare, per affermare un potere ma non cancellare. E così Berlino ovest mostrava a Berlino est che l’Occidente era innovativo, splendido, accattivante. Con la loro potenza architettonica,  la Staatsbibliothek, la Philarmonie, persino il Martin-Gropius-Bau dovevano mostrare, come in una vetrina politico-culturale, che noi eravamo migliori, più bravi, più interessanti.

Era vero? Forse sì. Ma quando dolore, quanta macerazione. Esattamente come il dolore e la macerazione sono espresse nel Cielo sopra Berlino, il capolavoro di Wim Wenders (che chiese aiuto a Peter Handke per la sceneggiatura). Eravamo quella cosa lì, allora. Eravamo arrivati a essere quella cosa lì, allora. A essere un’isola nell’Isola, a soffrire come monadi, a cercare di liberarci da una corazza (la divisione) che ci aveva segnato la vita.

Dico “noi” perché la questione di Berlino e del Muro e della frattura era “noi”. E Peter Handke era quella narrazione. Mentre dall’altra parte chi scriveva grande letteratura – conosciuta in Italia grazie a una casa editrice, la e/o, che aveva investito nella traduzione dei vari Bohumil Hrabal, Kasimierz Brandys, Bela Balasz, ma anche Christa Wolf, Petert Hesterhazy – parlava di un “noi” che non era per niente rinchiuso in una corazza individualista, ma era unito in un dissenso che andava oltre i confini dei Paesi della cintura controllata dall’Unione Sovietica. Loro ragionavano su come liberarsi, scrivevano letteratura clandestina attraverso i samizdat, sfidavano la censura e creavano una società intellettuale parallela. Noi eravamo, paradossalmente, ingrigiti.

Così era Berlino nel 1989, prima che il Muro fosse preso a picconate. Prima che i tedesco-orientali decidessero la modalità per liberarsi dal regime e dalla Stasi. Abbandonare il Paese, lasciare la Germania orientale a chi ne aveva fatto una gabbia per topi, un laboratorio di vivisezione, una grande stazione di intercettazione delle “vite degli altri”. Se non posso buttare giù il regime, io – popolo – abbandono il Paese. La fuga in Trabant verso l’ovest non era tanto una scelta di campo: era la fuga per avere partita vinta del regime.

Mentre stavo nella Berlino ovest-Isola, era il luglio del 1989, la tv trasmetteva l’arrivo a Monaco di treni carichi di tedesco-orientali, a cui la legge fondamentale (non c’era una costituzione) della Germania occidentale assicurava la cittadinanza perché tutti erano tedeschi, e perché un giorno quella divisione artificiale si sarebbe sanata in una riunificazione della Germania. Quelle immagini mi dissero che la mia tesi la dovevo cambiare, e che di riunificazione dovevo occuparmi. E così feci, sorprendendo ma poi mica tanto chi mi stava intorno. Venne accettato il nuovo titolo: “La Spd e la questione della riunificazione tedesca tra 1949 e 1955”. La Spd degli anni Quaranta e Cinquanta, la Spd di Kurt Schumacher e anche di Willy Brandt non era diversa dagli altri partiti della ricostruzione tedesca: l’obiettivo di un Paese distrutto dal nazismo, ripiegato sulle ferite, sui crimini, sulla tragedia, sull’ubriacatura, sulla guerra, era ancora quello di superare la divisione della Guerra Fredda e di ricostituire la dimensione nazionale, senza essere più il cuore spaccato dell’Europa. Nell’elaborazione (interessantissima!) della legge fondamentale della Germania ovest, la discussione sulla riunificazione, su Berlino capitale, sulla necessità di ragionare non sulla cronaca, ma sulla Storia futura, era onnipresente. Il Muro di Berlino non sarebbe stato buttato giù se nell’animo tedesco, da tutt’e due le parti, non avesse albergato la coscienza di essere ancora la Germania, una sola Germania, nonostante le decisioni posticce delle due superpotenze.

Quel Muro, nella Berlino del luglio-agosto 1989, l’ho attraversato, in un altro piccolo viaggio allucinante nel ventre della città. Per arrivare ad Alexanderplatz, a est, bisognava prendere la metropolitana. Come per il treno da Amburgo a Berlino, però, anche il percorso in metropolitana da ovest a est era, ancora di più, alla massima potenza, un viaggio allucinante nella Storia. I vagoni percorrevano, infatti, il passato recente di Berlino, passavano attraverso stazioni in cui non c’era fermata, porte che si aprono, gente che va e viene. Le stazioni erano rimaste agli anni Quaranta, forse alla guerra. Il ricordo della stazione di Potsdamer Platz è ancora nitido nella mia testa, dopo trent’anni. Le piastrelle bianche sulle pareti, la scritta Potsdamer Platz in quel font gotico che è diventato lo stereotipo dei crimini di quel tempo infame. Il fantasma di Berlino in chiave filmica. Poi Potsdamer Platz è diventata il centro in cui le archistar hanno espresso a loro modo l’idea di ricostruire il cuore di Berlino in chiave postmoderna. Nulla, però, può riportare all’oggi la Potsdamer Platz dei tempi della repubblica di Weimar né quella piastrella bianca con il nome più evocativo di Berlino vista da un vagone in corsa nelle viscere di una città che non c’era più.

Die Insel, L’Isola non c’è più, e per gran fortuna. Il Muro non c’è più, e la sua distruzione a opera dei cittadini di Berlino è ancora oggi monito per chi i muri continua pervicacemente a costruirli. Una cosa è (quasi) certa: i muri si abbattono, e persino la Grande Muraglia è a rischio, non per i nemici armati, ma addirittura a causa dei turisti. Berlino continua a essere bella, vivace, inclusiva, pur con tutti i suoi disagi e le sue contraddizioni. Forse non mi aspettavo, io che 30 anni fa avevo il mio asse tra Bonn, Berlino e Budapest, di dover assistere ad altri muri, separazioni, razzismi, neofascismi. Bazzicare la Storia, seppur quella contemporanea, mi ha comunque insegnato che non è tutto perduto. E che i “senzapotere” hanno forza nella loro testa.

 

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