L’ironia della sorte e della storia, certe volte, è dura quanto gli avvenimenti tragici che la Storia la segnano. A un chilometro di distanza dall’hangar 12, trasformato nell’icona di un fungo atomico che ha squassato Beirut, c’è un quartiere che si chiama Karantina. Il luogo della quarantena a ridosso del porto, creato dai colonizzatori e occupanti francesi. Era diventato, poi, un campo di profughi palestinesi e, durante la lunga guerra civile tra anni Settanta e Ottanta, la scena di una delle peggiori stragi a opera della Falange cristiana. Vittime, appunto,i profughi palestinesi. I ricordi di sangue e lutto non erano stati cancellati del tutto, a Karantina: erano stati, per esempio, trasformati in un simbolo da Bernard Khoury, architetto e artista libanese, autore della discoteca più d’avanguardia della Beirut fine anni Novanta. La B018, costruita come un sarcofago, nera come una tomba, segno dei lutti del popolo libanese.
Chissà cos’è rimasto del B018. Chissà cos’è rimasto di Karantina, dell’ospedale, delle case, dei graffiti dei ragazzi dipinti lungo il viale, se è vero che l’onda d’urto ha anche distrutto la sede, lì vicino, di una delle compagnie teatrali più interessanti di Beirut, la Zoukak company.
Le rovine, a Beirut, hanno il loro spazio assieme alla vita quotidiana, ai grattacieli vetro e metallo che hanno ceduto all’esplosione tremenda del pomeriggio del 4 agosto 2020. L’ennesima data sulla lapide di una delle città più segnate dalle guerre e dalle crisi reiterate del Medio Oriente. Una delle “città crudeli” del Mediterraneo. Le rovine hanno spazio assieme alla ricostruzione, a Beirut.
Stavolta, però, mi sembra tutto diverso. Non solo per il bilancio terribile e provvisorio di quella che è una vera e propria strage: almeno cento morti, quattromila feriti, e chissà quanti dispersi. La città ha già vissuto le onde d’urto delle esplosioni che dovevano essere potenti e disgraziati segni di avvertimento e di scontro tra i poteri libanesi. L’attentatuni di San Valentino, l’attentato che il 14 febbraio 2005 aveva colpito l’ex premier Rafiq Hariri, la sua scorta, i passanti, i residenti, ha segnato la storia recente di Beirut. Il momento di cui tutti hanno memoria, nella cronologia della propria vita individuale. La conta definitiva dei morti è stata possibile solo alcune settimane dopo l’attentato che segna la storia libanese del dopo-guerra civile. Alcuni feriti, gravissimi, non sarebbero sopravvissuti che pochi giorni. 22 morti, tra cui colui che era il bersaglio dell’attentato. Rafiq Hariri. Anche 5 impiegati dell’hotel Saint George, assieme a otto persone del convoglio. Il numero dei feriti dà il senso della potenza dell’attacco. Oltre duecento persone, per la precisione 226. La scena che si presenta ai soccorritori e ai cittadini di Beirut, dicono le cronache del 2005, è simile a quella prodotta da un terremoto. La strada divelta, i palazzi sventrati, i vetri saltati.
Stavolta, però, è diverso. Da lontano, guardando i video dei telefonini che come un profluvio fanno la cronaca di una giornata tragicamente indimenticabile, l’apocalisse del 4 agosto segna Beirut come l’11 settembre per New York, qualcuno dice come una piccola Hiroshima. Neanche la guerra civile, neanche i bombardamenti israeliani dell’estate del 2006 hanno provocato quello che l’esplosione dell’hangar 12 al porto di Beirut ha fatto contro la città.
È vero che le costanti ci sono tutte. Ancora una volta, a pagare per guerra, incuria, negligenza, scontri di potere, attentati e contro-attentati, bombardamenti sono gli abitanti di Beirut, che in queste ore, almeno in trecentomila, dovranno abbandonare la città. Non solo libanesi. Gli abitanti di Beirut sono libanesi, palestinesi, siriani, iracheni, sono tutti coloro che nella città hanno trovato spazio e rifugio. È vero anche, però, che questa apocalisse beiruttina arriva in un tempo molto diverso. È come un sassolino sul castello precarissimo di carte che già da mesi fa gridare abitanti, testimoni, analisti che è troppo tardi, che il Libano è in default, che la crisi economica è salita di livello e ha scatenato anche la fame. La fame! La fame sulle coste del Mediterraneo.
Colpa delle èlite libanesi. Certo. Responsabilità di un sistema di potere familistico e corrotto che perdura se stesso da decenni. Sicuro. Questa lettura, però, assolverebbe e assolve del tutto le nostre colpe e responsabilità, le responsabilità di una serie di Paesi che in Libano c’è da troppi anni ed esercita quel potere che consente ai ras del Libano di rimanere incollati al potere. Anzitutto le potenze regionali che, con un compromesso a caro prezzo, avevano chiuso la partita della lunga guerra civile e assieme a loro gli altri attori regionali: Arabia Saudita, Siria, neanche troppo lontano l’Iran, da molto e troppo vicino Israele. Sarebbe però troppo semplice assolvere Francia, Regno Unito, Italia, Stati Uniti dalla crisi e dal coma in cui il Libano è precipitato. Siamo lì da troppo tempo con i nostri soldati, la nostra diplomazia, i prestiti del Fondo Monetario Internazionale, i progetti dell’Unione Europea e della cooperazione internazionale, per tirarci fuori.
Abbiamo perdurato l’instabilità libanese sostenendo una classe politica che dovrebbe dimettersi in massa, anche se l’esplosione fosse dovuta “semplicemente” a incuria, negligenza, corruzione, mancata vigilanza. Siamo stati a guardare la crisi sociale e politica approfondirsi, nonostante anche in Libano, come nelle altre piazze arabe, vi fosse nell’autunno 2019 il più recente tentativo di riappropriazione dello spazio politico da parte di una popolazione ben più matura, saggia, inclusiva, vivace, moderna, lungimirante di coloro che la stanno vessando e tradendo da decenni.
Non ho strumenti, conoscenze bastevoli a dire che non sia stato un incidente. Anche se, e lo dico vivendo in Sicilia, non credo all’autocombustione e agli incendi scoppiati per il caldo. Non sono una complottista, odio le dietrologie come metodo, e nello stesso tempo la lettura degli atti del Tribunale internazionale speciale per il Libano sull’attentato a Hariri mi hanno aperto una piccola porta su quel mondo oscuro che ha ferito Beirut con fin troppi attentati, un mondo oscuro fatto da uomini dell’intelligence siriana, da uomini di alcune fazioni armate, protagonisti dell’oggi o simulacro di quello che erano nei decenni passati.
Se anche fosse un incidente, con tutto il tragico coté di responsabilità per incuria, negligenza e corruzione, è comunque necessario guardare a cosa le conseguenze incredibili dell’esplosione al porto di Beirut provocheranno in Libano e oltre. Francesco Manca, uno dei funzionari dell’Onu per anni al vertice politico dell’Unifil, la missione Onu nel sud del Libano, ha usato oggi, in una nostra conversazione, l’immagine di una “pandemia politica” in Medio Oriente che potrebbe colpire non solo il Libano, già sull’orlo di un precipizio noto a tutti quelli che negli scorsi anni potevano fare qualcosa per evitarlo. La pandemia da covid ci ha infatti insegnato che non possiamo più dare nulla per certo, seguendo i paradigmi precedenti al sar-cov-2. E i pesanti contraccolpi economici in tutto il mondo ce lo ricordano ogni giorno.
Non diamo, dunque, per scontato che il Libano potrà assorbire questo incidente-terremoto, com’è successo negli scorsi anni per gli attentati che hanno squassato Beirut e che ora appaiono più modesti, per le guerre con i vicini, per il sostegno militare Hezbollah ad Assad, con il relativo costo in vite umane su tutti i fronti. Stavolta è diverso. È tutto diverso.
L’immagine è una sezione della mappa dell’esplosione e dei danni causati nei quartieri di Beirut pubblicata sul sito del NY Times.
Brava Paola
L'Europa non c'è, men che meno l'ONU nonostante UNIFIL
Un grande abbraccio a tutti voi
Condivido totalmente il Suo pensiero.
Si, proprio un apocalisse che per contesto politico-geografico lascia troppi spazi a ipotesi ben più gravi e complesse. Naturalmente per ora non ci saranno altre verità. Ma una cosa è certa, li pace non c’è mai stata e, parrebbe, mai vi sarà.