Prima di lunedì – I messaggi di Doha

Da una settimana esatta non entra uno spillo a Gaza. Israele ha bloccato tutto, e può farlo senza alcun ostacolo perché ha il controllo dei valichi, dei ‘rubinetti’ via terra. Blocca tutto, tutti gli aiuti umanitari, cibo e acqua potabile e medicinali e carburante per i generatori, peraltro durante il mese sacro di Ramadan. Non è solo una pratica vietata dal diritto internazionale, un vero e proprio crimine di guerra. È una pressione esercitata tutta, e unicamente, sui civili di Gaza, gli oltre due milioni di palestinesi che stanno già vivendo un incubo, un inferno, l’indicibile che dura da 17 mesi esatti.

C’è la fase due del cessate il fuoco, sul piatto. Indigesta, soprattutto per Israele: significa il ritiro delle truppe, una decisione complessa sulla gestione della Philadelphi Route che implica il benestare dell’Egitto, e infine un cessate il fuoco permanente che apra alla ricostruzione. L’ennesima e la più impensabile ricostruzione di Gaza tra quelle già decise e organizzate dai donatori internazionali in almeno un quindicennio.

Sulla pelle dei civili palestinesi di Gaza, insomma, dovrebbero riprendere domani a Doha i negoziati sulla fase due, finalmente con la presenza di una delegazione israeliana. Cos’è successo? Perché il governo israeliano invia i suoi emissari in Qatar, proprio ora, in un momento così delicato nei rapporti tra Tel Aviv e Doha?

Mettiamo insieme qualche (nuova) tessera per aggiornare il mosaico.

Mentre continua un’operazione in grande pessimo stile in Cisgiordania che sta spazzando via i campi profughi del nord e ha già provocato oltre quarantamila sfollati, l’offensiva politica e diplomatica di Netanyahu e del suo governo ha provato a sfruttare le “mosse del cavallo” di Donald J. Trump. Ha provato, cioè, a tirare del tutto verso Tel Aviv la politica della nuova amministrazione statunitense, fondando sul suo appoggio incondizionato alla destra israeliana e al suo programma antipalestinese.

Netanyahu non ha, però, messo in conto che le ‘mosse del cavallo’ di Trump sono all’interno di uno scenario globale, e non si fermano a Israele. Dal canale di Panama alla Groenlandia, da Ucraina-Russia alla fondamentale questione dei dazi, sino alla Cina che si fa sempre più vicina, l’ambito su cui agisce Trump rompendo tutti i paradigmi è l’intero globo terracqueo. Gaza è una delle tessere, di certo importante perché è di quelle tessere del mosaico che creano ‘problemi’ molto più grandi rispetto all’estensione della Striscia. Un genocidio non si nasconde sotto un tappeto.

La coalizione di governo al potere a Tel Aviv non aveva messo nel conto che Trump rompesse l’ultimo tabù. Parlare direttamente con Hamas, a Doha. La notizia è filtrata negli ultimi giorni, e dal poco che si comincia a sapere mostra l’irritazione israeliana. È una lunga storia. Molto lunga. Nessuno Stato occidentale può parlare con Hamas, e non solo perché Stati Uniti e Unione Europea, in primis, hanno inserito il Movimento di Resistenza Islamico nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. Israele ha sempre posto un veto di fatto che dice: se incontrate Hamas, non incontrerete noi. La contraddizione sta, però, nel fatto che Israele ha sempre trattato con Hamas, seppure in maniera indiretta. Lo ha fatto sin dalla creazione di Hamas, quando ha pensato – all’inizio della prima intifada – di negoziare con gli islamisti e marginalizzare le altre componenti della “rivolta delle pietre”. Lo ha fatto, dall’inizio del 2009 a oggi, per raggiungere tutti i cessate il fuoco per finire le guerre su Gaza, grazie – ovviamente – a quei paesi che rapporti con Hamas li avevano e li hanno. Egitto, anzitutto.

Gli occidentali no. Gli occidentali non potevano aprire comunicazioni con Hamas. Ci sono stati, ovviamente, abboccamenti, come la famosa visita di esponenti di Hamas in Svizzera, nel giugno del 2009. Niente di così trascendentale, se si allarga l’orizzonte e si pensa a tutti i negoziati in giro per il mondo che hanno coinvolto milizie, forze separatiste, organizzazioni non statuali, eversive, dissenzienti, armate. Con Hamas, però, no, perché la questione è il quadrante regionale, delicatissimo.

Poi arriva l’ennesima ‘mossa del cavallo’ di Trump, che della rottura dei paradigmi ha fatto – per il momento – la sua cifra diplomatica. Neanche questo, a dire il vero, dovrebbe sorprenderci più di tanto, visto che la prima amministrazione Trump aveva già aperto una strada simile con i talebani, con l’accordo di Doha e la strada aperta al loro reinsediamento a Kabul.

L’apertura del canale diretto a Doha sin dallo scorso gennaio tra  Stati Uniti e Hamas – Hamas ci aveva provato anche con l’amministrazione Obama, senza riuscirci – dice molto anche del ruolo del Qatar. Del vero ruolo del Qatar, non di quello descritto da una pubblicistica tanto superficiale quanto in malafede. Una pubblicistica e una propaganda che parla del sostegno del Qatar a Hamas, e si dimentica di far sapere all’opinione pubblica, anche italiana, che il Qatar ospita – dopo il rifiuto dell’Arabia Saudita – la più importante base aerea militare degli Stati Uniti fuori dal territorio americano, aperta dopo l’11 settembre 2001 e consolidata, peraltro, da un accordo recente.

Ci ha comunque pensato il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, a rimettere le cose nella sequenza temporale e politica, in un’intervista a Tucker Carlson. Una di quelle interviste che per gli storici sono preziose fonti documentali per (ri)scrivere pezzi di storia contemporanea. L’ufficio di Hamas è stato aperto a Doha dietro precisa, esplicita richiesta degli Stati Uniti, e con l’ufficio di Hamas si sono raggiunte intese che partono almeno dal 2014 (l’ennesima guerra su Gaza), e proseguono nel 2018, nel 2021, e dal 2023 a oggi.

Se Doha è il luogo dei contatti, dei colloqui, delle intese, c’è a mio parere anche una politica parallela in atto, che fa comprendere quanto il Qatar non sia solo un ospite che sa mettere nemici attorno a un tavolo. I messaggi lanciati in questi ultimi giorni, infatti, parlano anche dell’irritazione del Qatar nei confronti di Israele per gli attacchi lanciati dallo Shin Bet. L’agenzia per la sicurezza interna di Tel Aviv aveva accusato Doha di aver sostanzialmente aiutato il 7 ottobre attraverso il suo sostegno finanziario a Hamas. Il Qatar ha seccamente smentito le accuse, ricordando che tutti gli aiuti che sono stati inviati negli anni a Gaza sono stati supervisionati dai “governi israeliani in carica e precedenti e dalle agenzie di sicurezza, compreso lo Shin Bet”.

La domanda è: perché la risposta irritata del Qatar sia arrivata solo ora, dopo oltre un anno di attacchi? Forse proprio dopo l’uscita delle indiscrezioni sui contatti diretti USA-Hamas, di cui Israele non aveva saputo nulla nelle scorse settimane. E poi perché la mancata apertura della seconda fase dei negoziati sul cessate il fuoco mette ancora una volta Doha in difficoltà.

Il vero ballon d’essai indirizzato da Doha a Tel Aviv è, però, una lettera  alle Nazioni Unite che va al cuore dell’eccezionalismo israeliano. La questione nucleare. Se gli occhi del mondo sono sul nucleare iraniano, come se la Repubblica islamica fosse l’unico stato della regione con mire nucleari militari, gli stessi occhi si dimenticano di un altro paese che ha il nucleare, e dovrebbe essere sottoposto ad altrettanta attenzione. Israele, appunto. La pressione del Qatar è evidente: basta con l’eccezionalismo. Ecco il testo della lettera: “Lo Stato del Qatar ha chiesto di intensificare gli sforzi internazionali per portare tutti gli impianti nucleari israeliani sotto la tutela dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e per far sì che Israele aderisca al Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP) come Stato non nucleare”.

Il messaggio è chiaro: i negoziati non si conducono usando due linguaggi diversi, e cioè da un lato come partecipanti, e dall’altro come avversari.

(di ritorno da un mio viaggio proprio a Doha)