“Vi chiedo di non filmarmi quando sarò uccisa. Filmarmi per quale motivo, per esporre ancora una volta il tradimento del mondo? Riuscirete a fermare la guerra per la mia morte? Perché siete ancora silenziosi? Siamo testimoni di scene di morte e di persone che vengono bruciate vive. Gente bruciata viva. Riuscite a immaginarvelo? Sono scene che si ripetono ogni giorno, e il mondo rimane in silenzio. Quanto silenzioso e complice è il mondo…”.
Non voglio video, immagini, registrazioni del mio corpo, quando sarò uccisa.
La ragazza parla di fronte a una videocamera. Forse il suo telefonino. Avrà forse quattordici, forse quindici anni. Bellissima. Con una kefya sopra il velo che le incornicia il volto. Intercala la sua dolente accusa al mondo che è oltre Gaza, il catino chiuso di Gaza, con una invocazione a Dio. È seduta davanti a un fondale terribile. Macerie di cemento. Palazzi sventrati. A Gaza, appunto, ma non sappiamo esattamente dove, in quei meno di 400 chilometri quadrati che il segretario generale dell’Onu ha definito “killing fields”, campi di morte. Campi di sterminio.
Non voglio che filmiate il mio corpo ucciso. Un gesto estremo di dignità, da sommare alla dignità quotidiana, invisibile, di due milioni di persone che da diciotto mesi sono diventati bersagli da impallinare. Da distruggere, sventrare, annichilire, annullare. Affamare. Assetare. Gesto estremo di dignità rispetto a un mondo che la dignità l’ha persa a Gaza.
Il corpo esposto. E’ una questione cruciale, non solo per i giornalisti italiani, per loro e nostra deontologia. E’ una questione che riguarda tutte le vittime. E’ giusto ‘immortalare’ il corpo della vittima? Vittima viva, in condizioni di subalternità evidente? O corpo senza vita, senza più il diritto di opporsi a un’esposizione pubblica? E’ giusto fotografare, filmare il corpo profanato? Per quale obiettivo? Perché la sua profanazione, desacralizzazione sia scandalo?
È da 18 mesi che i corpi dei palestinesi, dei palestinesi di tutta la Palestina (di Gaza, e della Cisgiordania e di Gerusalemme est) vengono esposti. Le immagini sono dappertutto, sui social. Il mondo – o per meglio dire quello che indichiamo in modo imperfetto, forse ancora una volta intriso di colonialismo, come il Sud Globale, cioè tutto ciò che non è “occidente” – li ha visti in numero altissimo. Perfino esorbitante, come esorbitante è il numero delle vittime palestinesi. Come esorbitante è un genocidio in diretta.
Se il Sud Globale ha visto i corpi esposti, il Sud Globale fuori dai confini europei e quello che è dentro, dentro i nostri confini, cosa è successo – in questo anno e mezzo – a noi? Li abbiamo visti, questi corpi? E soprattutto, è stato dato corpo e dignità a queste vittime?
51mila accertate, uccise. Alcuni studi statistici usciti su riviste molto stimate parlano di moltiplicarle per quattro. Se anche fossero cinquantamila, o centomila, o il doppio, cosa cambierebbe, per il “mondo silenzioso” di cui parla la ragazza di Gaza? Riusciremmo a smuovere le nostre coscienze?
Per ora no, anche se il linguaggio sta cambiando, e velocemente, negli ultimi giorni. Forse perché finalmente ci si rende conto che la misura dello scempio è colma, e che è difficile pensare a una fine della guerra su Gaza che salvi comunità, decisori, governi, politiche. Come si fa a sopravvivere a un genocidio, dall’una e dall’altra parte? Dalla parte delle vittime e dalla parte dei carnefici?
La domanda ormai serpeggia anche laddove si provava a nasconderla. A ometterla. E non ha alcuna risposta. Contiene, però, una ineludibile chiamata alla responsabilità individuale. Come sopravviveremo, noi? E ancora più importante: cosa faremo per fermare il nostro massacro quotidiano?