Chissà, forse con una delle illustrazioni dell’Inferno dantesco di Gustave Dorè, quelle che sono praticamente entrate in tutte le case d’Italia, si riesce a percepire nel profondo l’orrore in corso a Gaza. L’umanità dolente. La “morta gente” dell’ottavo canto dell’Inferno di Dante. Chissà. A patto che sia chiaro che l’inferno in terra, a Gaza, è provocato da altri esseri umani. Da Israele. E che non c’è nessun tribunale insediato a Gaza, né divino né umano, che si possa arrogare il diritto di vita e di morte sulla popolazione palestinese. Che la “morta gente” è innocente, e che il diritto di vita, morte e giudizio non ce l’ha Israele. La comunità internazionale non ha dato a Israele il compito (orrendo) di parlare per noi. Di agire per nostro conto. Di ammazzare in nome nostro.
Questo dev’essere chiaro a tutte e tutti.
Lo scempio dell’umanità andato in onda ieri, a Rafah, è la pietra tombale su qualsiasi narrazione – stantia – che usa l’umanitario per continuare a perpetrare il genocidio. Non era “caos” (che parola igienizzata…): era l’inferno deciso e messo in atto. Quelle immagini della folla che corre per un tozzo di pane rimarranno non solo nei libri di storia. Rimarranno come colpa. Sono già la nostra colpa. E lo sono, soprattutto, perché non abbiamo fatto niente – giornalisti in testa – per spiegare che l’umanitario è politico. Per difendere le Nazioni Unite, che per decenni hanno pulito la nostra coscienza distribuendo (distribuendo!) aiuti ai palestinesi, anche a Gaza, soprattutto a Gaza. La cosa non era rilevante, i pacchi e i sacchi pieni di alimenti non erano degni di notizia: noi facevamo gli ufficiali pagatori, attraverso l’Onu, e Israele apriva le porte dell’inferno e ‘consentiva’ l’ingresso degli aiuti. L’umanitario è sempre stato politico, solo che ce ne siamo accorti quando gli aiuti (il calmiere della fame) sono rimasti fermi dall’altra parte dei valichi gestiti da Israele, potenza occupante, Stato che viola ogni regola del diritto internazionale.
Quando gli aiuti sono diventati – in modo conclamato – per Israele l’arma di guerra e di sterminio, allora l’abbiamo capito. Che gli aiuti sono politica. La pressione, allora, è divenuta talmente rilevante che Israele ha dovuto correre ai ripari (dico Israele in quanto Stato). Come affamare salvando la forma? Facciamo entrare un po’ di pacchi, le briciole lanciate alla folla, attraverso una società privata. Cioè, la pietra tombale dell’umanitario, delle regole internazionali. E pure della pietas, dell’umanità.
La folla, alla fame e alla sete da tre mesi (3 mesi!), si è umiliata facendo chilometri a piedi per raggiungere Rafah, tra macerie e droni sulla testa pronti a sparare. E di nuovo, pervicacemente, cosa è arrivato a noi occidentali, così puliti ed eleganti, noi che facciamo le file alla posta o al cinema? Una folla, una massa macilenta, sporca di sabbia, che si muove come un’onda alla ricerca di cibo. Oppure quelle tante persone incanalate come gregge in un corridoio labirintico in mezzo al nulla, figlio di quei corridoi che tra Gaza e Cisgiordania i palestinesi percorrono, come greggi, senza che nessuno – o pochissimi – qui da noi abbia chiesto conto a Israele di violazioni che sono palesi ed evidenti da decenni. L’immagine scattata ieri, del labirinto con il gregge di umanità, rappresenta tutto quello che noi, noi giornalisti, abbiamo visto e testimoniato. A Betlemme, proprio a Betlemme. A Ramallah. A Nablus. A Erez, la porta dell’inferno di Gaza. Corridoi, e umanità dolente in fila per ore per andare a lavorare. Ieri, l’immagine di Rafah è diventata il simbolo di una pratica consolidata da decenni. Ed è, finalmente, divenuta scandalo.
Scandalo, vergogna, e indignazione profondissima. Perché la massa che corre verso i pacchi di cibo non è massa. È biografia, è vite, storie, fame e sete, lacrime, disperazione, figli a cui dare da mangiare, vecchi invalidi. È tutto questo. E molto, molto altro. Non sono i selvaggi che abbiamo, noi europei, annichilito per secoli nel ruolo di colonizzatori, definendoli ‘selvaggi’, sfruttandoli e abusandoli e ammazzandoli. Sono persone nei cui panni dobbiamo – dobbiamo! – infilarci da fin troppo tempo. E pensare: cosa farei io, che spreco cibo, se per tre mesi avessi davanti mio figlio che non riesce neanche più a piangere per la fame?
Da tempo, ormai, Gaza è divenuta una questione di politica interna. Le immagini dell’umanità dolente a Rafah che ondeggia e corre per un pacco di cibo sono solo le ultime, nella litanìa delle immagini della nostra individuale e collettiva responsabilità di esseri umani, di donne, di uomini, di cittadini. Di specie.
Omessa, considerata marginale. Ma lo è. Una questione politica, e di politica interna. E se scrivo politica interna, indico implicitamente il consenso.
È una questione che coinvolge il consenso verso governo, partiti, politici, corpi intermedi. Non ci dovremmo stupire. Lo era già diventata, dal novembre 2023, negli Stati Uniti, sottovalutata soprattutto dal Partito Democratico e da quell’amministrazione Biden che ha mandato decine di miliardi di dollari di bombe a Israele. Bombe anche da una tonnellata, scaricate su interi quartieri residenziali, città della Striscia di Gaza.
Quelle bombe non sono solo scelte scellerate, compiute da un presidente già passato alla storia (o Storia?) con l’appellativo di GenocideJoe. Quelle bombe incarnano la responsabilità che ricade su un intero paese, su uno Stato, a prescindere da chi sia il suo presidente. Kamala Harris ha perso la presidenza su questo specifico punto. Se mandi bombe da una tonnellata per annichilire un popolo, cosa farai con i cittadini statunitensi? Quali diritti difenderai? E i diritti chi? Di tutti o solo di una parte, magari bianca?
Così come ricadono su ognuna e ognuno di noi le scelte che riguardano i nostri accordi militari e di tecnologia militare con Israele, consolidati e in atto da anni, da prima del 7 ottobre, come se prima del 7 ottobre non fossero state conclamate violazioni dei diritti umani e civili da parte di Israele. In primis, un’occupazione di una terra e di un popolo: l’occupazione è il vulnus. L’occupazione implica una domanda fondamentale: come fa Israele a essere una democrazia se occupa, se occupa una terra e tiene sotto scacco un popolo considerandolo non degno di eguali diritti?
Bisogna usare un punto di osservazione che parte dai margini, per capire tutto questo. Ancora una volta. Bisogna guardare da quella umanità dolente che era a Rafah in cerca di un pacco di cibo per i propri figli, dopo quasi tre mesi senza cibo e senza acqua. Affamati e assetati. La vista dai margini ha già decretato – dal punto vista umano, dal punto di vista politico – che è genocidio. Così come non attendiamo un tribunale per definire un omicidio un omicidio. Un furto un furto. Attendiamo una corte per definire una verità giudiziaria. Ma già sappiamo – perché lo vediamo in diretta da un anno e mezzo – che quello in corso a Gaza è un genocidio nei fatti, nella realtà, nella strategia, nelle conseguenze. È intenzionale, mira all’annichilimento di un popolo, mira alla sua distruzione (in toto e in parte). Mette in atto le condizioni perché un popolo non procrei, non viva, e rompe le connessioni con la sua storia.
Lo dico, e chi mi ha ascoltato e letto in questo oltre anno e mezzo lo sa bene, con una nettezza che per un anno intero ho scelto di non avere. Scientemente. Fino al settembre 2024 ho scelto di non definirlo genocidio per una ragione fondamentale: l’intenzionalità. Era genocidio, dunque Israele stava mettendo in atto intenzionalmente la distruzione di un popolo, quello palestinese? Ritenevo fosse un massacro, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, e tanto già sarebbe bastato a fermare la macchina di uno sterminio. Ma quando il governo israeliano, braccio esecutivo dello Stato di Israele (dunque non solo Netanyahu) ha dato il benestare al piano dei generali che doveva spazzare via tutto, esseri umani e nonumano, storia e identità dall’intera Gaza settentrionale, un terzo della già esigua Striscia di Gaza, l’intenzionalità è stata conclamata. Un piano di genocidio firmato e sottoscritto. Non solo un piano di guerra. Un piano che ha coinvolto un intero paese, la sua società, il suo Stato.
Discutere sulla parola genocidio, da parte di ognuna e ognuno di noi, giornalisti compresi, non ha ormai più nulla di nominalistico. Fa parte integrante della discussione su Gaza. È la riflessione necessaria, doverosa sulla realtà. Chi continua pervicacemente a imporre di non farlo, usando una retorica stantìa che omette la realtà terribile e umiliante delle vittime, delle vittime palestinesi, se ne fa complice.
