Si può disertare il silenzio?

Si può disertare? E, ancor di più, si può disertare il silenzio? Si può rompere questa apparente calma, questa zona di conforto? Possiamo toglierci le cuffiette che ovattano la nostra vita quotidiana? Ma certo, sappiamo che possiamo farlo.

E certo, non solo su Gaza. Ma Gaza è, davvero, la pietra di scarto che diviene la pietra angolare: quella che mostra l’oscena architettura dello scandalo in cui siamo immersi. C’è un genocidio, e chi potrebbe fermarlo non fa nulla. Chi può fermarlo nel giro di ore, neanche di giorni, non lo fa. Si ritrae, è in silenzio. Silenzio tombale, come una vera e propria lapide sui diritti, sulle libertà. Persino sui valori europei, quelli su cui pensiamo di aver fondato le nostre belle “democrazie rappresentative e liberali”. Democrazie ormai svuotate, indifendibili, perché non fermano un genocidio.

Disertiamo, allora. Da senzapotere. Con la voce, le campane laiche e quelle religiose, i fischietti, le pentole, i tamburi,  le sirene. Il pianto. Le urla. Tutto ciò che serve a mostrare lo scandalo. Tutto ciò che si fa a Gaza, quando si piange per il lutto: dei morti ammazzati di Gaza, di cui non conosciamo neanche il numero esatto. Men che mai i nomi.

Possiamo incidere sulla politica, sui decisori che potrebbero fare e non fanno? Sì, questa è una delle poche certezze che ho. L’idea del sentirmi inadeguata, che pure mi tocca ogni giorno, si dissolve subito, quando penso alla voce che percorre i social, i bar, le strade, le piazze, gli incontri, le chiacchiere con gli sconosciuti. È quella voce che corre come un soffio di vento. Non come il venticello della calunnia del Barbiere di Siviglia. Tutto diverso, il soffio di vento che porta la voce del dissenso: è una voce dignitosa, che fonda proprio su quei sentimenti seri, forti, profondi che parlano di vita e morte, di libertà e oppressione, e di una incredibile forza contro tutto ciò che è guerra.

Non è finto pacifismo. È la perfetta consapevolezza che la guerra non è una soluzione. E il genocidio – quello perpetrato da Israele sul popolo palestinese (tutto il popolo palestinese) – è il peggiore dei crimini, tanto indicibile da averci già tutti cambiati. Tutte cambiate. E se non siamo più le stesse, più gli stessi significa che il dissenso è necessario. La diserzione da questo silenzio, da questa inazione, da questa complicità, da questa corresponsabilità non è solo una possibilità. È un dovere. Umano, morale, politico.

È un dovere ricordare a Giorgia Meloni che riconoscere lo Stato di Palestina è un atto tardivo eppure necessario. Di principio. È il minimo risarcimento verso il popolo palestinese che è stato trattato da paria dopo essere stato cacciato – nel 1948 – da terre, case, negozi, industrie, agrumeti, porti, oliveti, boschi, ville, villaggi, città, paesi. È la minima ammenda per aver accettato non solo il genocidio, ma tutte le violazioni della legalità internazionale che Israele compie da decenni, neanche vergognandosi di voler imporre il suo diktat sulla semplice ipotesi di uno stato palestinese.

Parliamo, però, di noi. Di noi senzapotere. Siamo sicuri di essere inadeguati? O non sono piuttosto i decisori a esserlo, quando fanno finta di non vedere lo scandalo, l’indicibile, il genocidio che anche noi stiamo facendo sui palestinesi? Credo, invece, che assumersi il compito di essere coscienza critica sia, già di per sé, un compito che ci stiamo assumendo, e che già incide. Anzitutto sulle parole, sul linguaggio, sulla libertà di usare la parola negata: genocidio. E poi incide sulla nostra stessa capacità di partecipare, agire, uscire di casa, esprimerci. Essere lì, qui, dentro una discussione che è diventata pubblica.

Ce lo hanno insegnato le ragazze e i ragazzi arabi. Sì, non posso non citare la rivoluzione egiziana. Tahrir. La piazza. Una piazza che pubblica lo è diventata in anni, non in mesi o giorni, dentro un luogo allora protetto com’era il web. Sconosciuto, diverso da com’è diventato oggi, considerato poco importante. È lì che il dissenso – parola determinante – si è riconosciuta. Il dissenso. Dire no. Non nel mio nome. Oggi, nelle scorse settimane, in questi pochi mesi, partecipare è divenuto gesto che si vede, che si fa, diffuso nei margini del paese, soprattutto, dentro casa, fuori di casa, con i sudari o le campane, le luci nella notte, le infinite forme di intervento che si moltiplicano con una velocità sempre più evidente. La piazza non è più solo virtuale. È divenuta reale, fisica, piena. Ed è già qui la rivoluzione.

ci vediamo – ovunque – stasera alle 22. Domenica 27 luglio alle 22. Con sirene, campane, fischietti, pentole. Qualsiasi cosa serva esprimere dissenso, rompere pacificamente il silenzio.