Le bambine sulla spiaggia di Gaza

Sila, Celien, Ayla. Perché hanno nome, e non ne dimentichiamo neanche uno. Sono su una spiaggia della Striscia di Gaza. Che non è Miami, e neanche Ostia, e neanche Scilla o il lido di Reggio. Ridono, giocano, sono umane. Sono sedute su tre sedioline di plastica monoblocco, dai colori tenui: il simbolo della modernità a poco prezzo in tutti i lidi del mondo. Lo sguardo di chi le irride non le tocca. Loro, bambine e bambini di Gaza, non sono oggetti da ammazzare con quadricotteri o proiettili di cecchini. Come gli oltre 20mila bambini e bambine uccisi in due anni (7 ottobre 2023-7 ottobre 2025). Lo dice l’ultimo rapporto Onu, quello dedicato al genocidio che Israele commette in special modo sui minori. L’obiettivo ributtante e imperdonabile, dice il rapporto della commissione indipendente istituita dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, è interrompere la “continuità biologica e sociale” del gruppo. Genocidio, appunto.

Non c’è solo, per i pappagallini che ripetono gli slogan della propaganda, la “colpa” di essere palestinesi, in un cortocircuito di razzismo che ricorda – eccome! – la nostra fitusa storia di colonizzatori. No, c’è un’altra colpa, sperimentata in decenni, per quanto mi riguarda. La colpa di amare la vita. La colpa di cercare di mantenersi umani, come chiedeva Vittorio Vik Arrigoni. Curare le proprie figlie, cercare di proteggerle dal genocidio. Che colpa terribile! Proteggerle con un corpo di madre, di padre, di adulto. Come aveva fatto domenica notte Diana Abu Daraz, nel tentativo di salvare sua figlia Siwar, che tra pochi giorni avrebbe compiuto un anno. Diana, giovane madre di appena 23 anni, era scappata dalla cosiddetta zona umanitaria di al Mawasi, nell’estremo sud della Striscia. Una scheggia delle bombe israeliane sganciate sulle povere tende (surriscaldate) del campo profughi l’ha colpita  e ha spaccato il suo corpo a metà, dicono i testimoni. Siwar, colpita alla testa, è morta anche lei.

La foto di Siwar, il suo corpo disarticolato sul letto di un ospedale fantasma, rimarrà nella memoria e nella storia di questo genocidio. Come quello di altri bambini e di altre bambine che i nostri colleghi (i giornalisti, quelli veri, quelli fatti di sangue e cervello e dignità e coraggio) hanno fotografato, raccontato, messo in video. Perché non fossero nascosti dal nostro vigliacco oblio. Come Ailan. Ve lo ricordate? Il bambino siriano curdo di tre anni morto, lo sguardo riverso sulla sabbia, coperto dalla sua maglietta rossa e i pantaloncini blu, nel naufragio di un gommone che nel 2015 doveva portare la sua famiglia in Grecia.

Ailan lo ritrovarono sulla spiaggia turca di Bodrum, un’altra spiaggia che non è Miami, e neanche Ostia, e neanche Scilla o il lido di Reggio. Era morto assieme a suo fratello più grande e alla madre che tentava di proteggerli. E chissà, se anche fosse arrivato sulle nostre coste, i nostri mini-araldi della remigrazione avrebbero tentato di rispedirlo indietro. Su quella spiaggia, che non può essere come le nostre, quelle del nostro riposo benedetto dall’essere nati a occidente. Un occidente che, però, la storia non solo non la conosce, ma non la monopolizza.

Spiagge che, per alcuni…, non possono accogliere un popolo che appartiene a quella terra e a quel mare. Alla “terramare” di Gaza. Meglio morire sotto le tende, le tende bersaglio dei quadricotteri israeliani. Meglio rimanere topi nelle tende, morsi dai topi. Il vero problema, per quegli alcuni…,è che tutti sanno. Tutto il mondo sa. E la propaganda ha il fiato molto corto, e dunque è ancora più incattivita. Sila, Celien e Aylan, però, continuano a giocare sulla spiaggia, e a ridere. E quella risata, un giorno, quella risata di tutto il mondo che sa…

[mio padre emigrò a 17 da Reggio, durante la seconda guerra mondiale. Per fame e povertà. Fece il carabiniere e poi il sarto. Una vita faticosa, e poi, d’estate, amava andare sulla spiaggia. Come fa il popolo. Qualunque popolo. Si chiamava Antonino]

La foto di Ailan Kurdi è da wikipedia. E’ stata scattata da Nilüfer Demir from DHA Agency (Turkey) – Original publication: Published in many sourcesImmediate source: http://www.rewanbej.com/cima-min-weneye-alan-wesand-peter-bouckaert.html (Dead Link), Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=47737832

Il fermo immagine di Sila, Ceilen e Ayla è tratto dal video al link: https://www.instagram.com/p/DaLKUqetbAW/

La foto di Siwar è di Rabie Noqaira https://www.instagram.com/rabie_noqaira/