Quattro aerei e una sfida a Israele

Aveva proprio ragione Pasquale Ferrara, diplomatico di grande – e non solo lunga – esperienza. Venerdì sera, al Tg3, ricordava che la “diplomazia è ancora analogica”, commentando la firma digitale del Memorandum of Understanding (MoU) firmato, appunto, da Iran e Stati Uniti. La dice lunga sulle difficoltà di vedersi, parlarsi e stringersi la mano. E la dice anche lunga sul fatto che, cito ancora Pasquale Ferrara, tocca ai negoziatori vedersi ora, e non ai leader.

Così, i negoziati de visu iniziati in Svizzera, oggi, sono la conferma che è ancora la “diplomazia analogica” a esercitare il suo ineludibile peso, nel caso di una mediazione tanto difficile e di parti tanto avverse che devono trovare un’intesa. E’ talmente importante, il negoziato, che Israele lo vuole far saltare non solo da giorni, ma da mesi. Da anni. Qualsiasi negoziato su qualsiasi quadrante e argomento. Come se la “guerra su” Gaza, Libano del Sud, Iran, Yemen, Siria potesse risolvere qualcosa. Può desertificare un territorio che, a dire le cose così come stanno, già Israele ha provato a cancellare, e non da oggi. Ne sanno qualcosa i palestinesi, tra 1947 e 1948, con gli oltre 400 paesi e centri urbani distrutti.

Soli contro tutti. Soli in una terra trasformata in deserto. L’esatto opposto della narrazione (falsa) di una terra che Israele avrebbe fatto fiorire.

Il negoziato, invece, prevede che non si sia soli. Ed è qui il nodo di fondo. Il negoziato riconosce all’altro, all’altra, la sua presenza. Questa, sì, ineludibile. Umani con umani. Il contrario esatto della pratica genocidiaria in corso a Gaza (dove i droni uccidono senza pietà, proprio mentre Israele bombarda un po’ di meno nel Libano del sud). Perché il genocidio è il tentativo di “cancellare un popolo”, e io credo che il negazionismo di cui è malato Israele e, assieme, i suoi pochi sostenitori poggi proprio sull’idea che il popolo palestinese non esiste. Il crimine non c’è, e non si commette, perché i palestinesi non sono un popolo. Solo così si spiega l’assurda tesi, che circola ancora oggi, che il genocidio non c’è, ma ci siano solo “massacri” compiuti da Israele a Gaza.

Torniamo, però, in Svizzera, dove la prima tranche del negoziato è finita, anche se gli incontri tecnici sono andati bene. La follia di questo tempo assurdo parla la lingua della debolezza politica. Tanto che la vera prova di forza, tra sabato e domenica, è stata la partenza degli aerei che dal  Pakistan, dal Qatar, dall’Iran e dagli Stati Uniti hanno portato le delegazioni ad altissimo livello in Svizzera. La vera notizia è stato vedere atterrare gli aerei, cercare di capire chi era arrivato, se c’era JD Vance, se c’erano i due negoziatori iraniani con il più alto potere di trattativa, il ministro degli esteri Aragchi e lo speaker del parlamento Ghalibaf. E i due mediatori di punta pakistani e qatarini. Tutti presenti all’appello, ma l’appello non è mera forma: indica la difficoltà del momento, la delicatezza del negoziato, e la decisione, per nulla scontata, di sfidare Israele che ha bombardato a tutto spiano per far saltare il MoU e l’intera trattativa.

Singolare, questa ribellione. Quattro tra i paesi più di peso al mondo, ognuno per differenti motivi, sfida un piccolissimo paese che tiene in scacco il mondo non per questioni di posizionamento politico, ma perché nessuno riesce a fermarlo nella sua deriva genocidiaria e criminale. Quattro aerei che volano e atterrano in Svizzera danno il senso di tutto: di un tentativo, tardivo, di ridare fiato al primato della politica, al netto di molti politici che non hanno più il peso degli statisti. Non è detto che la trattativa iniziata domenica nell’hotel Burgenstock vicino al lago di Lucerna riesca: siamo sul filo di lana, e le questioni sul tappeto sono troppo intrecciate per poter essere messe almeno su un binario negoziale. Ma la prova di forza dice che la guerra, come sempre, non risolve una cippa: distrugge e basta. E che, alla fine, tocca alla diplomazia analogica provare a riparare.

Aboliamola, la guerra. È tempo, e sin troppo in ritardo.