Il pino sul Monte Nebo, e Abuna Michele

Il 26 ottobre è una data che ricordo (e in famiglia ricordiamo) sempre, dal 2008. Da quando, cioè, Abuna Michele Piccirillo è morto, in Italia, per un tumore che l’ha portato via alla vita nel giro di breve tempo. Era stato, per molti e anche per me, la persona che ci aveva introdotto a Gerusalemme, a quelle parte antica da trattare con cura e rispetto e curiosità e attenzione. Una parte antica mai disgiunta dalle pene e dai dolori del presente, per un uomo come Michele Piccirillo.

Così, anche oggi, lascio un pensiero per la memoria di Abuna Michele, attraverso qualche riga che gli ho dedicato ne Il Gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi (Feltrinelli 2024)

È  sul Monte Nebo che ho trovato un altro albero-guida. Mi ero seduta nello spiazzo di fronte a quello che, tra i francescani che vivono nel monastero accanto al santuario viene chiamato il “conventino”. Piccole costruzioni basse che ospitano i frati, una cappella altrettanto piccola, e la vista che arriva sino alle propaggini di Gerusalemme. Di fronte a me, c’era un alberello di hibiscus. Bello, ma non rigoglioso. Le foglie

erano piccole, non grasse come quelle degli hibiscus in Egitto. L’alberello era in un giardino – per meglio dire un insieme di aiuole – che gli umani avevano disegnato. Accanto al piccolo, giovane arbusto di hibiscus, c’era un pino. L’albero aveva seguito il vento forte che spira spesso da sud-est, qui. Si era piegato, aveva ceduto al vento. Un umano era venuto in suo soccorso. Un caso fortuito […] trovare un uomo in ascolto dell’albero. L’umano aveva messo sotto il tronco piegato quella che a prima vista sembrava una grande pietra, e che invece era la base di una colonna la cui circonferenza era stata scavata dal tempo, e forse dal vento. Sessanta centimetri di diametro. Meno di un metro di altezza.

La colonna non era bastata, però, ad aiutare il pino, e così un altro umano aveva pensato di piantare un palo di metallo e forgiare alla sommità un anello per proteggere, sorreggere il tronco e consentirgli di proseguire il suo cammino. La sua crescita. Come una stampella di due metri e mezzo di altezza che serviva l’albero. E non aveva altro fine, nessun altro fine, o interesse, se non aiutare il pino a non soccombere.

Il pino aveva così proseguito il suo cammino, nello spazio aereo del piccolo convento francescano del Monte Nebo. Vivo, piegato. Né utile né inutile, perché è una reazione automatica, per noi, pensare a quel pino, agli altri alberi, sempre e solo in funzione della loro utilità per noi, anche in termini estetici. È  utile, il pino, perché è bello, perché si inserisce bene nella nostra idea di paesaggio? Il pino è “semplicemente” vivo, in questo caso (anche) grazie a chi, nella nostra specie, ha pensato che quell’albero avesse lo stesso diritto che noi abbiamo all’esistenza, a essere aiutato, curato.

[…]

La tomba di padre Michele Piccirillo è accanto all’hibiscus e al pino piegato dal vento, in un giardinetto all’ombra di un altro pino, basso e frondoso. C’.è chi si ricorda che sia stato proprio abuna Michele, il più importante archeologo che ha scavato e riportato alla luce mosaici e storia della Giordania, a mettere la base della colonna antica sotto il tronco del pino.

Le foto recentissime del pino e dei sostegni realizzati dagli umani che con il pino convivono, sono di Filippo Landi.