Il gelato di Ben&Jerry non è niente male. Detto da un’italiana. Forse perché ha segnato il mio decennio di vita a Gerusalemme, città segnata non solo dalle fedi, ma anche da un’americanizzazione in corso da decenni.
È un gelato circondato da un’aura speciale. Quella creata da Ben Cohen e Jerry Greenfeld, che quasi mezzo secolo fa avevano deciso di fondare un’azienda figlia di una generazione, di un modo di fare, di un’attenzione al mondo. A Burlington, nel Vermont, la Ben&Jerry c’è ancora, e forse anche le mucche felici che ascoltano musica e producono latte. Nel frattempo, nel corso di quasi cinquant’anni, l’aura è sempre rimasta: progressisti, attenti ai produttori, all’ambiente, eccetera eccetera.
Quella frase immortalata in una più che dignitosa e divertente toilette di Firenze, però, non parla solo di gelato. E magari chi l’ha scritta sulla porta preferirebbe un gelato locale ai barattoli iconici della Ben&Jerry. C’è, però, quell’altra parte della frase, a prima vista così straniante. Soprattutto oggi, in tempo di genocidio. “Voglio un gelato e la Palestina libera”.
E se a dirlo (a scriverlo, idealmente) fosse stato proprio Ben Cohen, il Ben della Ben&Jerry? Tutto meno che folle, come ipotesi. Perché Ben Cohen, ieri, era nel pubblico in un’audizione al Senato degli Stati Uniti. Argomento, scottante, la sanità. Protagonista, quel RFK junior, il figlio di Bob Kennedy, la cui personalità e le cui idee sulla vita, la sanità, la scienza sono a dir poco problematiche (un eufemismo…). A un certo punto Ben si è alzato, e ha urlato rivolto alla politica statunitense, a difesa dei palestinesi di Gaza. Una protesta perfettamente in linea con una generazione, una vita, un’idea di intendere il mondo.
Ben Cohen ha messo insieme il lì e il qui, ha legato lo sterminio in corso a Gaza con la nostra vita quotidiana, salute e sanità comprese. Lo ha spiegato in un tweet tanto perfetto quanto disarmante e disarmato (cit.). “Ho detto al Congresso che stanno uccidendo i bambini poveri di Gaza acquistando le bombe” che li ammazzano, “e che le stanno pagando con l’espulsione dei bambini poveri dal programma Medicaid negli Stati Uniti. Questa è stata la risposta delle autorità”. Portato via in maniera rude e arrestato. E mentre veniva portato fuori dall’edificio dai poliziotti, non ha smesso di urlare: “dobbiamo far entrare cibo dentro Gaza. Stanno morendo di fame!”
Ben Cohen ha messo a sistema noi e le cose, noi e la politica, noi e Gaza. Le mucche felici del Vermont e l’annientamento di una città dalla storia plurimillenaria, com’è Gaza.
E le scritte sulla toilette di Firenze sono diventate la lavagna del nostro tempo. Non solo per quella “voglia di gelato e della Palestina libera”, ma anche per quella “sindone del Bati” che compare più in alto. Povero Batistuta, certo, messo alla berlina su quella porta di legno. E però, quel termine usato – “sindone” – è allo stesso tempo così evocativo dei sudari che a decine di migliaia hanno reso simbolico lo sterminio dei palestinesi di Gaza. Così evocativo da essere a sua volta il segno che questa storia è già la nostra storia. Lo era già da migliaia di anni, ma ce n’eravamo dimenticati. Colpevoli e complici.
#ultimogiornodigaza #gazalastday
Da Firenze a Washington e Gaza è un attimo, quando c’è di mezzo un genocidio.
Dedicato ad Ali Rashid, che se n’è andato troppo presto.
