Sprite a Biddo

Etgar Keret mi ha detto recentemente che questo è un posto (Israele, Palestina) in cui sembra di vivere in un reality show. Situazioni estreme, di quelle che possono diventare storie. Storie da raccontare. Come la storia di una Sprite a Biddo, in mezzo alla campagna cisgiordana, tra Ramallah e Gerusalemme. Un posto che di sera sembra essere in mezzo al nulla. In Cisgiordania? In Sicilia? Sulla Luna?

Qalandya è chiusa. C’è stata una sassaiola, com’è successo più volte negli ultimi giorni. Qalandya e il suo Muro chiusi, e allora che si fa? Chi vive da queste parti da anni, sa che l’unico modo per sopravvivere è ingegnarsi. E allora si cambia strada, si allunga il tragitto di chilometri, chilometri chilometri. Rispetto a quel breve tratto che separa Qalandya dall’ultimo quartiere di Gerusalemme prima di Ramallah. A-Ram, un posto ormai irriconoscibile, segnato dall’ennesimo Muro. Se quel breve tratto è impraticabile, rimane la campagna, a dire il vero abbastanza ignota anche ai palestinesi “di città”. Le difficoltà, da queste parti, rendono però stranamente solidali. E allora basta fermare un uomo, giovane, dallo sguardo sereno, e chiedergli se quella è la direzione giusta per andare a Gerusalemme. Sì, ci vado anch’io, seguitemi.

Il seguito è un girovagare per colline. Un affastellarsi di strade di diverso tipo: buone come sono le nostre provinciali, efficienti come il tetro tunnel segnato da due alti Muri all’altezza del paese di Ni’lin, piccole che le stradine di villaggi senza nome (o meglio, senza un nome scritto su di un segnale stradale), fotocopia di paesini di montagna siciliani. E poi, a Biddo, in mezzo al nulla, una strana fermata. Il nostro battistrada parcheggia, scende dalla sua Mercedes. Di lato, un meccanico e uno di quei bugigattoli che vende di tutto. Di fronte, un gregge di pecore che attraversa la strada. E nell’imbrunire del tardo pomeriggio cisgiordano, la campagna che sembra tutta uguale. “Piacere, mi chiamo…, sono un ingegnere. Bisogna fare un giro un po’ più lungo. In città c’è un traffico da impazzire. E’ meglio che ci prendiamo qualcosa da bere. Cosa volete?” “Solo acqua, grazie”. Il giovane ingegnere dagli occhi timidi e buoni scompare nel bugigattolo. Torna con due Sprite.

E poi via di nuovo, verso Gerusalemme. Che ora è lì, grande, piena di luci, ma ancora troppo lontana per capire da che parte il lungo periplo ci ha portato. A nord? Oppure siamo addirittura arrivati verso Betlemme? Ancora campagna, tre checkpoint, i documenti, la Sprite messa tra le gambe. E la strana euforia di vedere un pezzo di paese che il tran tran quotidiano lascia lì, abbandonato, lontano dai riflettori. C’è, di fronte, uno strano Virgilio, una guida che non ha chiesto niente in cambio. Un Buon Samaritano con una Sprite.

(Il quadro è La parabola del Buon Samaritano di G. Conti, Messina Chiesa della Medaglia Miracolosa, Casa di Ospitalità Collereale)

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