E’ tutto così irreale, eppure…
La notizia del Nobel per la pace a Barack Obama arriva in una Gerusalemme dove i poliziotti schierati attorno alla parte araba della Città Vecchia di Gerusalemme sono più dei civili. Arriva mentre dalla moschea di Al Aqsa risuona alta la chiamata alla preghiera. Arriva mentre coloro che non possono entrare ad Al Aqsa (gli israeliani concedono l’ingresso, da giorni, solo alle donne di tutte le età e agli uomini di più di 50 anni) stanno pregando fuori dalla porta di Damasco, su di un marciapiede sudicio, di fronte ai negozietti di falafel e telefonini chiusi, forse per lo sciopero indetto da Fatah. Arriva mentre la predica da Al Aqsa viene sparsa dagli altoparlanti perché possa giungere oltre le mura antiche di Solimano, sino a coloro che stanno pregando lontano dalla Spianata delle Moschee.
La notizia del Nobel a Obama arriva in uno dei momenti di forte tensione che Gerusalemme ha già più volte conosciuto nella sua storia. E se razionalmente tutti sappiamo che è troppo presto, per questo Nobel, di qui, da questa parte del mondo, molti di noi sanno quanto in questo Nobel ci sia non solo speranza, ma la richiesta di più energia, più fantasia, più coraggio.