Schizofrenia in azione

E’ un mio ormai ‘vecchio’ pallino, da quando Barack Obama è salito alla Casa Bianca. La politica estera mediorientale della nuova amministrazione avrebbe mostrato, via via in maniera sempre più evidente, la schizofrenia tra la Casa Bianca, e cioè gli uomini più vicini a Obama, e il Dipartimento di Stato, non solo Hillary Clinton ma la macchina del ministero degli esteri americano. Quelli che all’inizio sembravano toni e sensibilità non proprio simili, col tempo si sono cristallizzati in vere e proprie differenze di sostanza, soprattutto quando in ballo sono i due nodi cruciali: l’Iran e il conflitto israelo-palestinese.

Le differenze, ora, sono arrivate sulle pagine dei giornali americani. Sul New Republic vengono definite le gaffe di Hillary Clinton, su tutti i quadranti geopolitici., Quando però le gaffe toccano il Medio Oriente, le gaffe diventano veri e propri ostacoli all’omogeneità della politica estera.

Though none of these comments had a tangible impact on U.S. foreign policy, the same can’t be said about two episodes in which Clinton veered away from the White House’s message on the Middle East peace process. The first came in May, when Clinton revealed at a press conference that Obama’s call for an Israeli settlement freeze included any “natural growth” within existing settlements. The circumstances remain murky, but two sources with detailed knowledge of the U.S.-Israeli relationship say that the Obama team was not yet prepared to make public this departure from Bush-era policy. Rather than leave his secretary of state twisting in the wind, says one of the sources, Obama wound up repeating her formulation a few days later, touching off months of tension with the Israelis.

The second flap occurred on November 1 in Jerusalem, where Clinton abruptly reversed course on settlements–this time saying that a proposal by the Netanyahu government that falls short of the freeze Obama has sought nevertheless amounts to an “unprecedented” concession by Israel. The formulation–which infuriated Arab leaders and made it seem that Obama had surrendered to Netanyahu–had not been endorsed by the White House, which was not pleased with the statement. The Times subsequently reported that even Clinton’s aides considered the remark poorly worded. “Our leading diplomat is very undiplomatic,” says a Democratic official with a Jewish organization in Washington. “Sometimes that’s helpful, sometimes it’s not.”

Le differenze di opinione tra dipartimento di Stato e Casa Bianca indeboliscono l’azione di George Mitchell, in primis. E rendono la pressione di Obama molto meno forte. Viene da chiedere cosa succederà dopo? Dopo le gaffe, dopo la schizofrenia, che succederà alla politica estera americana in Medio Oriente?

Intanto, l’indebolimento consente a Benjamin Netanyahu di non cedere alle pressioni statunitensi in materia di colonie israeliane nel cuore della Cisgiordania e dentro la parte orientale, occupata, di Gerusalemme. Il caso dei 900 appartamenti da costruire a Gilo, colonia israeliana tra Gerusalemme est e Betlemme, è indicativo. Netanyahu preme sull’amministrazione americana, sostenendo che una discussione sul congelamento degli insediamenti si può fare sulla Cisgiordania, non su Gerusalemme, e dunque sulla Gerusalemme a oriente della Linea Verde, quella occupata nel 1967. Gilo, peraltro, è uno dei luoghi che più ricorda la seconda intifada, le battaglie che scoppiarono tra la colonia di Gilo e il quartiere palestinese-cristiano di Beit Jallah all’inizio della rivolta di Al Aqsa.

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