Purtroppo l’ho studiata, la storia d’Italia del Novecento. Me l’ha raccontata Paolo Spriano, sui banchi dell’università. Ce l’ha ricordata Gabriele De Rosa, appena scomparso, abbastanza in silenzio. Quel Gabriele De Rosa che amava tanto don Luigi Sturzo, che per i cattolici impegnati in politica significa – senza mezzi termini – il simbolo del cattolico che non fece compromessi col fascismo.
Eh, insomma, questa caccia al professore con cui stamattina ho iniziato (a distanza debita) la lettura dei giornali italiani mi ha veramente fatto pensare a un passato che pensavo lontano. A un passato, peraltro, in cui – pur in un’atmosfera tragica – si stagliavano figure di intellettuali di tale spessore che sono ancora lì a guardarci, di lassù, e farci – a chi vuole – da modelli. Don Luigi Sturzo, appunto. Piero Gobetti, che con Prezzolini si scontrò proprio sulla vexata quaestio dell’impegno o, viceversa, del cinismo (la prezzoliniana Società degli Apoti contro il gobettiano Elogio della Ghigliottina, qualcuno se lo ricorda?).
Il passato non ritorna, certo. Prima regola. Eppure la Storia serve a riconoscere profumi, o altri odori meno piacevoli. A riconoscere i pericoli per la democrazia. Così, l’attacco sferrato dal Foglio in prima pagina contro il professor Paolo Branca, firmato da Giulio Meotti, mi ha fatto alzare le antenne da storica, e mi ha fatto pensare a quanto abbiano dato e possano ancora dar fastidio i professori. Per un motivo molto banale: non amano la semplificazione, quella che invece alimenta gli scontri (quelli presunti più di quelli veri). Paolo Branca ama la complessità, e – vivaddio – non la riserva solo ai suoi studi di fine islamologo alla Cattolica di Milano, ma la travasa nella sua vita di cittadino italiano e di milanese.
Paolo Branca ama l’integrazione. Anche quella dei musulmani nella società italiana. E come si fa a non amarla? E’ un delitto? E’ troppo naive? Oppure, al contrario, è il vero ostacolo a chi vorrebbe Milano, l’Italia, un indefinito Occidente “ripulito”, tutto uguale, incolore? La vera colpa di Paolo Branca è di non essere stato a guardare, di non essere un apota, insomma, nella torre d’avorio della sua università. Di essere, al contrario, rimasto un cattolico impegnato, di aver cercato legami, incontri, persone. Di aver aiutato i “suoi” ragazzi delle seconde generazioni a non sentirsi alieni. Li ho incontrati, alcuni dei suoi ragazzi (o meglio, ragazze): sono intelligenti, allegre, impegnate, belle persone. Tutto il contrario dell’immagine truce e fosca del musulmano che i giornali che girano per Milano descrivono, per creare l’ultimo nemico. E l’ennesimo capro espiatorio.
Paolo, resisti. Non sei solo.
Brava Paola! E forza Paolo! Forse SeSaMO dovrebbe imegnarsi con una bella lettera aperta in difesa, no? E' una vergogna -una delle tante, troppe di cui ci ha fatto 'dono' questa gentaglia– ed a me viene subito voglia di fare quadrato. Facciamogli trovare 'sto bel quadrato sotto l'albero!
grazie paola con questo bel post
ciao da paolo awski