Beh, se n’è discusso parecchio, durante il caso del sanguinoso assalto della marina militare israeliana alla Mavi Marmara, nave battente bandiera turca, in acque internazionali. Informazione? Disinformazione? Chi ha prodotto l’una, o l’altra? Macchie di sangue omesse (dalla Reuters) si affiancano alle scuse, di qualche giorno prima, delle forze armate israeliane per aver – al contrario – montato voci su di un video che a quelle voci non apparteneva. Gli attivisti hanno fatto circolare, poi, le foto mostrate sempre dalle autorità israeliane, sostenendo che molte di quelle foto erano state scattate anni prima, e non su quella nave assaltata il 31 maggio. L’elenco, insomma, sarebbe lungo. E dice una sola cosa, che l’informazione la deve fare chi è stato formato per far questo. I tanto bistrattati giornalisti, indipendenti, internazionali, dovevano essere messi nelle condizioni di seguire questa storia (tragica), così come altre, qui come in differenti latitudini, per evitare che l’informazione si trasformi in disinformatjia e/o in propaganda. E’ evidente: se le informazioni vengono fornite da una delle parti in causa, allora le informazioni sono parziali e di parte. Per forza di cose. Perché ognuno, semplicemente, fa il suo ‘mestiere’. Che si tratti degli attivisti. O delle autorità israeliane, che sia nel caso della Freedom Flotilla sia nel caso dell’Operazione Piombo Fuso non hanno consentito alla stampa presente in loco di andare direttamente alle fonti, e creare informazione.
Niente di nuovo sotto al sole, insomma. Quello che di nuovo c’è è che il dibattito informazione/disinformazione è diventato ora parte del dibattito diaspora/Israele. Un esempio? Gideon Levy oggi su Haaretz contro Bernard Henri Levy. L’intellettuale francese – non senza qualche sorpresa tra i firmatari di JCall – ha parlato di “disinformazione”. L’editorialista di Haaretz ha rispedito al mittente l’accusa, con la sua solita nettezza. Lo scontro – duro – ha solamente confermato il paradosso che un mio amico caro, carissimo, mi faceva notare non più di poche settimane fa. Israele è diventata una provincia della diaspora, perdendo – insomma – il suo ruolo principe ed entrando in pieno nella discussione.
Un paradosso ovviamente, una provocazione dell’intelligenza ovviamente. Ma questo paradosso già dice molto. Dice, per esempio, che l’affaire della Freedom Flotilla non si è concluso con il passaggio ad altri argomenti. Le sanzioni all’Iran, per esempio, o la notizia che qualche cosa in più (non molta) entra a Gaza. Continuerà, magari sotto traccia. Ma la discussione interna alla diaspora sulla politica seguita in questi ultimi anni dai governi israeliani, sull’ormai evidente impossibilità sul terreno della soluzione dei due Stati, sull’occupazione dei Territori Palestinesi, sulla strategia militare e sull’uso della forza è partita, è lì.
E per concludere in bellezza, il link con il commento di Jean Daniel sul NouvelObs. E’ vero che l’Europa deve darsi da fare su Gaza, senza poi recriminare se qualcuno riempie i suoi vuoti politici e diplomatici. Ma senza dimenticare, però, la precisazione di Gideon Levy sulla prima responsabilità di Israele, in quanto potenza occupante. Nessuno, né l’Egitto né tanto meno l’Europa, potrà accollarsi le responsabilità che Israele ha su Gaza. Elencate, peraltro, ieri in un commento molto bello di Amira Hass sempre su Haaretz.
La foto, marocchina, è di Francesca Nardi.
