Under30 d’Arabia, unitevi…

Hadeel Alhodaif era riuscita a varcare il Mediterraneo e a far notizia solo da morta, la scorsa primavera. Aveva solo 25 anni, e non ce l’aveva fatta a uscire dal coma in cui era entrata all’improvviso. Con lei, è morto anche il suo Heaven’s step, uno dei blog più conosciuti dell’Arabia Saudita, messo su da una donna che scriveva: “vorrei educare le donne saudita all’importanza di bloggare, come un mezzo efficace che può influenzare molto l’opinione pubblica”.
Con la sua morte, la giovanissima Hadeel aveva almeno dischiuso la tenda su quella folta pattuglia di donne, e soprattutto ragazze, che affidano ai diari virtuali vita, amori, sogni e passioni. Un flusso di sentimenti complesso, difficile da interpretare se ci si ferma solo alla domanda: “ma Hadeel, il velo, lo indossava?”. Quasi certamente sì.

Forse un velo modesto. O forse un velo vezzoso, come quello che portano le muhajababes descritte dal libro omonimo di Allegra Stratton, uno dei libri più di successo tra il pubblico anglofono sulla pop culture araba del Terzo Millennio. Le muhajababes sono le ragazze che il foulard lo portano abbinato alla camicetta e ai jeans ultimo grido. Le stesse che conoscono a memoria le ultime hitlist proposte dai canali musicali satellitari. Quelle che adorano Amr Diab, il bello delle canzonette egiziane, e che allo stesso tempo hanno scelto come suoneria del telefonino Mohammed di Sami Yusuf, sul Profeta, dedicato alle vittime di Beslan.

La modernità versione under-30, nel mondo arabo-musulmano, ha poco a che fare con i nostri parametri. È declinato con miti diversi, ma usa spesso gli strumenti delle nostre periferie. Canta hip hop, insomma, e i suoi divi rapper si chiamano Mecca2Medina, Dam Palestine, Outlandish. Oppure scrive graffiti, produce street art di buon livello. Porta veli fancy e unghie laccate, e produce graphic art, poesie, nuova letteratura.

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