I traumi (necessari) della Storia

Se dovessi andare sulla famosa isola deserta, e portarmi appresso solo gli altrettanto famosi dieci libri, sarei – come tutti – presa da un piccolo panico. Fare la classifica dei libri amati è una crudeltà. Scegliere, invece, i libri che ti hanno formato, e che dunque hai amato per quello che ne hai guadagnato nel corso dei decenni, sarebbe molto più semplice. E io non avrei dubbi. Il mio primo libro, in questa lista non ipotetica ma terribilmente reale, sarebbe La Rivolta antispagnola a Napoli. Le origini: 1585-1647. L’autore – Rosario Villari, uno dei massimi storici italiani – è stato anche uno dii quei maestri di cui era piena la facoltà di Lettere, alla Sapienza di Roma. Uno di quei maestri che formano, insomma, che scrivono testi fondamentali, che tengono lezioni memorabili e impostano il metodo.
Quel libro sulle origini della rivolta di Masaniello è diventato, l’anno scorso, il libro di una vita da storico, per Villari. La pietra miliare – per i lettori e gli amanti di questo tipo di saggi – sulla storia della Napoli del Seicento, con un titolo che oggi – 26 febbraio 2013 – non può non spingere a una riflessione meno estemporanea. Un sogno di libertà. Napoli nel declino di un impero 1585-1648 di Rosario Villari non parla solo e non parla tanto di una rivolta, di una fiammata, di una insurrezione. Di Masaniello, del popolo che si rivoltò contro gli spagnoli, del coraggio e dell’eroismo, di Guido Genoino e del ruolo degli intellettuali e dei mediatori. È un viaggio dentro una trasformazione complessa: di strutture socioeconomiche, di èlite, di equilibri geopolitici, di ceto politico, di teorie.
Con l’oggi italiano non c’entra nulla. Masaniello, intendo. La rivoluzione napoletana, intendo. Mi è stato impedito, dai miei maestri, decontestualizzare, pensare di poter comparare rivolte e umori, eventi e personaggi. Una cosa, però, mi è stato allo stesso modo imposta, per così dire. E cioè rintracciare, riprendere il filo, legare la narrazione storica di un Paese (di un pezzo di continente?) attraverso le strutture, le dinamiche, le relazioni, lo stesso spirito del tempo.
In soldoni, perché evitare di bere il calice amaro, e non inserire ciò che è successo ieri nella lunga durata italiana? Perché non metterci di buzzo buono e individuare, là dove è possibile, quanto ci lega al prefascismo, alla crisi economica del Seicento, alle trasformazioni della struttura sociale del Paese, all’emergere di richieste pressanti dai diversi ceti sociali? Perché non pensare a quello che è successo ieri come la tragica, necessaria spallata a una èlite politica distante e autoreferenziale? E magari al primo segnale importante di un profondissimo e non più rinviabile cambiamento socioeconomico (di sviluppo o desviluppo o sviluppo finalmente sostenibile)?
Se tutto ciò fosse successo al Cairo, e l’avessimo dovuto raccontare con la necessaria e ineludibile prospettiva dello straniero, avremmo perlomeno parlato di un evento traumatico, se non implicitamente rivoluzionario. Parlo di Grillo e del Movimento 5 Stelle, che anch’io non ho voluto vedere in tutta la sua ampiezza: fenomeno politico dirompente, per una èlite politica, tanto quanto fu dirompente la vittoria di Hamas nelle elezioni politiche palestinesi del 2006. Neanche allora, noi giornalisti, o almeno moltissimi tra noi, ci facemmo convincere dai segnali continui che arrivavano dai paesi, dalle cittadine, dalle mobilitazioni di massa. Allo stesso modo, non abbiamo dato il giusto peso (giusto, non sovrastimato) non solo alle richieste legittime, alla stanchezza verso una politica bloccata e autoreferenziale e stantia, ma anche a uno strumento di mobilitazione potente com’è l’agora virtuale che si trasforma, poi, in piazza reale. È successo a Tunisi, al Cairo, a Manama: è successo in Italia. Al shab yurid isqat al nizam, il popolo pretende che cada il regime. Il regime, la casta, l’apparato, i poteri più o meno forti o consolidati.
Non voglio parlare della rimonta vittoriosa di Berlusconi. Lì le dinamiche sono altre. Non coinvolgono i nuovi passaggi della Storia, ma sono i residui delle dinamiche precedenti. Preferisco segnare, con l’evidenziatore, quello che non abbiamo voluto vedere. Sappiamo tutti, ora più di prima, che la spallata del Movimento 5 Stelle (più e oltre Grillo) è l’unico evento che ha messo in bilico un intero ceto politico, e lo ha fatto entrare finalmente in fibrillazione. Il 25 febbraio è l’ennesima data storica nella contemporaneità italiana.

La playlist prevede una scelta banale, ma necessaria. We will rock you. Onore a Freddy Mercury!

Lo schizzo di Aniello Falcone, del 1647, ritrae Masaniello, ed è possibile trovarlo su wikipedia

 

1 commento su “I traumi (necessari) della Storia”

  1. un minuto prima di ricevere questa mail ho scritto su Fb che stavo traducendo dall’inglese all’italiano un mio testo sulle rivoluzioni arabe e mi saltava al’occhio pensando a noi in Italia ricordare lo dello stupore da parte di molti quando era dal 2005 alo che molti segnali arrivavano et etc e concludevo sull’importanza della storia come magistra..ora aggiungo il tuo pezzo di oggi

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