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Può essere rassicurante, una barriera. Tanto rassicurante da non apparire – a prima vista – nulla di più di un muro che delimita un parcheggio. Tanto neutrale – all’apparenza – da risultare persino invisibile. La Barriera. Era il 1989, d’estate. Non era ancora arrivato novembre. Al Martin-Gropius-Bau, uno dei centri della vivacissima e reclusa cultura di Berlino ovest, c’era una mostra imponente sull’orientalismo in Europa, di quelle che durano mesi. Di fuori, al caffè del museo, si stava bene, sotto un sole caldo e un’aria stranamente tersa. Come se tutto – la mostra, il caffè, le chiacchiere – fosse normale.
Normale come quel muro anonimo alla fine dello spiazzo, fuori dal Martin-Gropius-Bau. Dovrei scrivere Muro, e non muro. Ma a dire il vero quell’iniziale maiuscola sarebbe stata un’aggiunta successiva della coscienza, perché lì, dalle sedioline aggraziate del caffè del museo, non sembrava neanche die Mauer, Il Muro. Anonimo, dunque inoffensivo? Immobile, dunque pacifico? I morti ammazzati dal Muro, da quel Muro che dal 1961 ha diviso per ventotto anni una città (Berlino), un paese dilaniato dalla separazione tra fratelli (la Germania), un intero continente (l’Europa), non hanno segnato col loro sangue il cemento freddo e grigio, eppure sono allineati nella lista indelebile della memoria storica. In primo luogo dei tedeschi.
Sono stati uccisi da una barriera, che in sé, però, non avrebbe niente di così violento.
Così è il destino della Barriera: un elemento spaziale, architettonico e dunque, nel pensiero comune, neutrale e inoffensivo. Niente di più falso. La Barriera è solo un grande anestetico, e cioè uno strumento efficace in via temporanea, usato solo per addormentare, rimuovere lo stato cosciente, per poter intervenire in altro modo. Uno strumento nelle mani di chi il Muro lo costruisce, e un utile anestetico per chi si fa convincere dalla bontà delle barriere, dei confini, degli oggetti che separano Noi dal Prossimo Nostro.
Perché, ammettiamolo, la tentazione di farsi proteggere – proteggere dalla Barriera – è forte. I muretti a secco non solo segnano la campagna mediterranea, ma soprattutto difendono dall’erosione della terra, distinguono con leggiadria le proprietà private. Le pareti visibili di casa, e le invisibili barriere degli antifurto, sono come un abbraccio che avvolge famiglie, affetti, esistenze quotidiane, ricordi tutti senza prezzo. I tornelli e gli ingressi con le tessere di identificazione selezionano le comunità. Gli scanner degli aeroporti rassicurano il popolo dei viaggiatori che nessuno, in quel non-luogo, attenterà alla loro sicurezza. E i mattoni della conoscenza della tradizione, della trasmissione del sapere sono a loro volta duri, forti, formano imponenti muraglioni, tanto più forti quanto più sono antichi.
Tutto così confortevole, comprensibile, sicuro. Tutto così protetto, e soprattutto murato. Fortificato. Chiuso. Tutto così igienizzato.
La Barriera non massacra. Non insanguina. È come la pena di morte comminata ancora nelle carceri statunitensi: così igienizzata, una iniezione di veleno con tanto di disinfettante. Stanza asettica, pareti chiare, magari appena tinteggiate, lettino, persino i camici. Una morte meno crudele, all’apparenza, di una impiccagione a Teheran o di una decapitazione a Ryadh. Salvo che, a guardar bene, la crudeltà ha ben altri metri di misura. Nascondere a se stessi chi sta dall’altra parte della Barriera può essere più crudele e umiliante che bagnarsi le mani del sangue altrui. Perché di là del Muro, che sia il Muro di Berlino, quello costruito dagli israeliani per separare Betlemme e Ramallah da Gerusalemme, oppure i muri dei Centri di Identificazione ed Espulsione costruiti sul territorio italiano, si muovono persone a cui è stata tolta la carta di identità con la quale si qualifica un Uomo. Uomo, donna, adulto, bambino, ragazza, bella, brutta, vecchio col bastone, quella signora grassa che mangia voracemente, e quell’altro lì, sempre con la stessa puzza di sudore che lo pervade. Coloro che camminano, che si muovono, che vivono sono invisibili a noi, dietro la Barriera. Non sentiamo i loro respiri, i loro gemiti. Ed è in questo modo, nascondendoli ai nostri occhi e alla nostra dimensione etica, che cancelliamo il loro dolore, la loro quotidiana umiliazione. Le nostre responsabilità.
La Barriera è il nostro modo di fare zapping. Giriamo canale, quando ciò che vediamo ci disturba perché implica un nostro necessario, ineludibile coinvolgimento. E invece di volgere lo sguardo dall’altra parte, alziamo una comoda, confortevole, alta, pesante Barriera. Un oggetto neutro, un elemento architettonico che evita l’inquinamento della nostra lingua, costumi, colori, odori, puzze, sicurezza personale, ritmi, suoni, fedi consolidate, stereotipi, frutta e verdura, vestiti. Sino a che non scopriremo che a essere nascosti agli occhi del mondo, del vero Mondo, siamo noi.

La voce Barriera l’ho scritta lo scorso anno per un volume di solidarietà dell’Enel e della casa editrice Feltrinelli. E oggi è dedicato a chi, da più parti d’Italia, dalla romana Tor Sapienza al sud dove vivo ha deciso di cavalcare la sofferenza, il dolore e il disagio di tante persone per interessi propri, e riprovevoli. Barriere per evitare di far crescere le comunità, e farle ritornare a essere comunità fatte di sudditi e non di cittadini. Barriere per nascondere la propria meschinità. Barriere per evitare accuratamente di misurare la propria mediocrità.

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