Una ‘lunga marcia’, oppure una battaglia di rimessa? E’ una domanda forte, eppure necessaria, quella che bisogna porsi sulla questione del riconoscimento dello Stato di Palestina. Prima di porsela, però, occorre scendere nei dettagli, perché è proprio lì, nei dettagli, che affonda da anni l’analisi carente su una questione che non è, e non è mai stata, solo formale.
Il riconoscimento dello Stato di Palestina viaggia da anni su binari paralleli, da un lato nelle organizzazioni internazionali, e accanto, dall’altro lato, nei parlamenti nazionali. Sono percorsi paralleli, talvolta – come succede prima di una stazione ferroviaria – si lambiscono o addirittura si intersecano. Spesso, però, protagonisti e strategie non sono gli stessi.
Cominciamo dal riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Onu e delle sue agenzie. Il traguardo – importante, e non solo dal punto di vista simbolico – raggiunto il 29 novembre 2012 con l’ammissione della Palestina come Stato osservatore nelle Nazioni Unite ha avuto una singolare gestazione. Cominciato quando, nel 2010, la presidenza dell’ANP e i negoziatori dell’OLP hanno compreso di poter usare la carta del riconoscimento come elemento di pressione nei confronti di Israele e della comunità internazionale che cercava, senza neanche crederci tanto, di rinverdire e far ripartire un processo di pace ormai comatoso.
Tutto sommato, il riconoscimento dello Stato di Palestina ha funzionato come una wild card nel confronto a distanza tra palestinesi e israeliani. Cerchiamo di non far precipitare la situazione – questa la sintesi del messaggio lanciato dalla parte trattativista delle varie leadership palestinesi ai diversi governi presieduti da Benjamin Netanyahu negli ultimi cinque anni, perché altrimenti potremmo usare la carta del riconoscimento. Dall’altra parte della barriera, i governi di Netanyahu hanno usato la carta del riconoscimento come una giustificazione al proprio irrigidimento, e alle costanti decisioni di intensificare le costruzioni dentro le colonie israeliane in Cisgiordania e nel cuore di Gerusalemme est.
Israele sa bene che il riconoscimento (effettivo, non solo formale) di uno Stato di Palestina comporterebbe un cambiamento importante nell’asimmetria del rapporto tra Israele e Palestina: uno Stato a tutti gli effetti, uno Stato occupante con il monopolio dell’uso della forza, da una parte, e dall’altra parte una entità cui viene riconosciuta l’identità di popolo ma alla quale non vengono dati gli strumenti istituzionali tipici di uno Stato nazionale.
Se riconoscimento effettivo vi fosse, vi sarebbero due Stati che devono regolare contese territoriali partendo da un confine riconosciuto dalla comunità internazionale, e cioè quello dell’armistizio del 1949. Israele diventerebbe potenza occupante su di un suolo sovrano, e le colonie israeliane sarebbero né più né meno città costruite sulla terra dello Stato palestinese.
Comprensibile, dunque, che Israele abbia messo in campo negli anni i suoi diplomatici migliori per ostacolare il percorso del riconoscimento dello Stato di Palestina, anche attraverso pressioni di carattere economico, com’è successo dopo l’ingresso della Palestina nell’Unesco.
Quale, dunque, la differenza tra il riconoscimento dello Stato di Palestina nel sistema Onu e il riconoscimento da parte di singoli Stati? A cambiare sono i protagonisti. Non è tanto l’ANP a spingere per le risoluzioni che si stanno affollando nei parlamenti europei. In campo ci sono pressioni interne palesi e sempre più diffuse, quelle nelle opinioni pubbliche nazionali in Europa. E c’è anche il disagio – non evidente in pubblico, ma chiarissimo nei corridoi diplomatici e politici – delle cancellerie che sanno quanto sia delicata questa fase del conflitto israelo-palestinese. L’ultima guerra su Gaza, ivi compreso il suo altissimo costo in vite umane palestinesi e il suo ennesimo alto conto economico che la comunità internazionale dovrà ripartirsi, costringe le cancellerie a riesaminare le proprie singole politiche. Inoltre, la singolare ‘guerra civile’ in corso a Gerusalemme (difficile, stavolta, definirla una intifada…) preoccupa più di quanto si dica chi conosce la realtà del conflitto israelo-palestinese: tutti sanno, infatti, che se scoppiasse Gerusalemme si romperebbe lo status quo che, in una maniera o in un’altra, ha guidato la storia recente del conflitto dall’accordo di Oslo a oggi.
La wild card del riconoscimento, insomma, è in questo caso nelle mani delle cancellerie e/o dei parlamenti europei. Non in quelle palestinesi. Non c’è niente di binding, niente che costringa gli Stati, attraverso gli organismi deputati, a riconoscere la Palestina, ma la pressione è evidente. Chiara la pressione che il voto del parlamento britannico ha significato, e ancor più chiara la pressione sarebbe se in un altro paese dotato di potere di veto nel consiglio di sicurezza dell’Onu, cioè la Francia, il parlamento si esprimesse (come nel voto del 2 dicembre) a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina secondo la linea dell’armistizio del febbraio 1949.
La posizione italiana non ha la rilevanza di Londra o di Parigi, visto il ruolo di Gran Bretagna e Francia nel direttorio dell’Onu. Soprattutto, quello che appare dalle due risoluzioni presentate alla Camera dei Deputati e dalla risoluzione presentata al Senato (non ancora calendarizzate) è che non abbiano quel peso necessario per essere considerate parte di una strategia-Paese. Il contenuto delle risoluzioni, pur rafforzato talvolta dal richiamo alle classiche risoluzioni dell’Onu sulla questione israelo-palestinese, non mostrano una chiara strategia italiana sul Medio Oriente e sulla stessa, specifica questione. Si rischia, insomma la genericità, quando non si rischia di cambiare gli stessi punti della trattativa di pace. Un esempio, contenuto nella mozione, prima firmataria Pia Locatelli, presentata alla Camera. Contiene un passaggio ambiguo – “ la necessità di rafforzare la leadership legittima del presidente palestinese Abbas e delle istituzioni palestinesi con capitale Ramallah, scongiurando il rischio di un rafforzamento di altre entità politiche che pretendano di rappresentare i palestinesi” – che rischia di far considerare Ramallah la futura capitale dello Stato di Palestina, di bloccare i tentativi di composizione della frattura tra Fatah e Hamas e di considerare ormai definitiva la distinzione tra Cisgiordania e Gaza.
E’ questo che l’Italia vuole? E’ questo che vuole, nel caso specifico, una parte della sinistra italiana in parlamento? Non è il caso, ancor di più adesso, di aprire invece una discussione sui singoli punti della questione israelo-palestinese? E soprattutto: non si ritiene, all’interno delle classi dirigenti di questo Paese, di riflettere seriamente sul paradigma di Oslo, che tutti sanno – nei circoli accademici tanto quanto nelle cancellerie – essere ormai superato? Il riconoscimento dello Stato di Palestina è, per i suoi tempi, una lunga, lunghissima marcia. Dal punto di vista della cronaca e della storia recente, si sta invece trasformando in una battaglia di rimessa, proprio per il superamento – nei fatti e sul terreno – del paradigma di Oslo. Le stesse èlite politiche palestinesi – Fatah, Hamas, gli uomini dell’OLP e dell’ANP – sono protagoniste di questa battaglia di rimessa, che mette al centro la territorialità, lo Stato, lo Stato Nazionale, proprio in una fase in cui, dal basso, la richiesta poggia su altri pilastri: identità e diritti. Identità e diritti non sono per forza di cose difendibili all’interno di uno Stato nazionale, definito secondo le linee dell’armistizio del 1949, per quanto concerne i palestinesi. L’ANP non rappresenta i palestinesi, neanche all’interno delle aree che dovrebbero essere sotto il suo controllo. L’OLP, che il popolo palestinese dovrebbe rappresentare, ha perso peso, legittimità e persino credibilità, nella società palestinese.
Se questa è la situazione, sul terreno e all’interno della società palestinese, la battaglia per il riconoscimento dello Stato di Palestina è di rimessa perché la Storia è andata avanti, si è incanalata nei percorsi segnati dalla realtà. La politica, delle organizzazioni internazionali, degli Stati che contano, delle stesse leadership palestinese e israeliana, non è ancora riuscita a introiettare, digerire il cambiamento, e a dare risposte di medio e lungo periodo.

Buongiorno. Non riesco a capire cosa significhi questa dicotomia, se tale è, tra la richiesta di uno Stato sovrano da una parte e la richiesta di diritti dal basso, richiesta che, lei dice, non necessariamente dovrebbe realizzarsi e difendersi con la creazione di uno stato. Penso che il diritto all’identità, in una situazione di diritti negati, si realizzi solo con la creazione di uno stato autonomo con cui gli Israeliani dovrebbero confrontarsi da pari. Concordo sul fatto che le élites palestinesi abbiano perso credibilità e non siano in grado di esprimere una proposta condivisa e positiva, se non (comprensibile ma improduttiva) rabbia. Sono stata in Israele per qualche settimana durante la guerra la scorsa estate e quello che ho visto e ascoltato mi fa pensare che un unico stato con uguali diritti per tutti i cittadini non sia assolutamente pensabile, tenendo conto poi della presenza di tutte le altre minoranze. Ho potuto constatare quanto la situazione sia tragicamente incancrenita, e immagino che senza l’intervento della distratta ma non disinteressata comunità internazionale non sia possibile alcuna soluzione se non questa aggressività continua da entrambe le parti che non fa intravedere alcuna soluzione.