Gerusalemme, e il tempo di Franco Scaglia

mughrabi

Non mi era ancora capitato di essere  un personaggio all’interno di un romanzo. Un personaggio, ma con il  mio nome e cognome. Nome, cognome, e libro. Il  mio su Gerusalemme. Pochi giorni fa, ho saputo di essere – con mio grande orgoglio – nel romanzo di Franco Scaglia pubblicato or ora. L’erede del Tempo, edizioni Piemme. E’ l’ultimo volume della ‘saga’ di fra’ Matteo, il protagonista di quel Custode dell’Acqua (sempre edizioni Piemme) che fece vincere a Scaglia il SuperCampiello. Ora fra Matteo lascia Gerusalemme. E comincia la ‘cerimonia degli addii’ proprio con me. Con un ‘me’ rimasto a Gerusalemme. E’ strano come il vedersi sulle pagine di un romanzo mi possa riportare in un nanosecondo lì dove Scaglia mi ha messo, al Santo Sepolcro. E ricordare centimetri, biancori, pietre, vociare, e lo stipite della grande porta che tutti  noi, residenti, abbiamo toccato in segno di rispetto. Jerusalem on my mind, insomma. E con il dolore di saperla ancor più sofferente di quando l’ho lasciata. Grazie, Franco, per questo regalo.

Avi tornò indietro scuotendo la testa, non era riuscito a raggiungere il motorino. Lo pregò comunque di stare attento.Matteo lo ringraziò e si diresse verso il Santo Sepolcro, pochi minuti dal Patriarcato Ortodosso. Lo aspettava Paola Caridi, una scrittrice e giornalista. Era il primo addio della cerimonia. La trovò su uno di quei sedili di pietra nel cortile davanti all’entrata della Basilica.
Lei gli sorrise: «E così lasci tutto, Matteo?».
Lui rispose: «Sei la prima persona cara che saluto».
E recitò a memoria: «Ci ho pensato e ripensato a cosa avrei mai rimpianto di Gerusalemme, il giorno incui l’avessi abbandonata. Gerusalemme, città ambita, mitizzata, rimpianta, eppure per me tanto estranea che mai – mai – avrei pensato sarebbe diventata una casa, un luogo di lavoro, un intero decennio. A Gerusalemme, ai tempi del giorno corrispondono ancora suoni e ritmi che ne fanno vere e proprie cesure nel piccolo, incessante scandire dell’esistenza. Si scopre, così, che quei suoni e ritmi sono antichi quanto la città: sono, anzi, la sua vera, chiara rappresentazione. Come quando la giornata compie il suo ciclo, e la città si accinge a perdere il suo biancore diffuso in ogni angolo, monotono, quasi ospedaliero. Quando il sole sta per tramontare, il cielo è percorso da striature rosa fini e luminose.
Il canto, in arabo, si chiama adhan. La chiamata musulmana alla preghiera, ripetuta cinque volte al giorno, non solo per dire che “Dio è grande”, ma per ricordare che la nostra esistenza ha un ritmo di cui non ci si può dimenticare. Un ritmo in cui c’è un tempo giusto per ogni cosa, come ci ricordano con semplicità disarmante le pagine bibliche dell’Ecclesiaste. La chiamata alla preghiera è un gesto antico, che noi cattolici ci siamo dimenticati. Eppure era parte integrante della nostra giornata: la campana dei vespri ha identico significato,
ricorda agli uomini che la giornata di lavoro è finita, ed è ora di tornare a casa».
Matteo guardò Paola con tenerezza.
«Brava!» esclamò.
Paola aveva le lacrime gli occhi.
«Hai imparato a memoria il mio libro?»
«È uno dei più belli scritti sulla nostra città! Ho imparato a memoria solo le frasi che ho indegnamente recitato!» Aggiunse: «Apprezzo che tu non mi abbia domandato perché vado via».
«Te lo domando adesso amico mio.»
«Ti rispondo così: il mio destino è fuggito e con lui è fuggita questa città che era il mio destino. E rammenta: una persona deve sempre muoversi nella direzione segnata dai battiti del proprio cuore.»
Paola replicò: «Il tuo cuore ti vuole lontano da qui?».
«Già. Ma ci rivedremo. Non so dove però.»
«Inshallah!» esclamò lei. Aggiunse: «Ora devo andare
a pregare».
Si diresse verso l’entrata del Santo Sepolcro. Si fermò a un metro dalla grande e antica porta di legno. Voltò la testa verso Matteo e disse, ma a voce bassa, forse per rispettare la sacralità nel luogo: «Ah, se potessi trovare il libro che contiene il vangelo della felicità! Te lo regalerei, amico mio!».
«Cosa?» domandò lui che non aveva sentito bene.
Ma Paola era ormai dentro la Basilica.

 

Nella foto, il quartiere Mughrabi, di fronte al Muro del Pianto. Non esiste più dal 1967. Al suo posto, fu costruita dagli israeliani la Plaza, proprio di fronte al Muro Occidentale. Dalla collezione Eric Matson

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