Un giornalista. Senza aggettivi, perché non servono, in questo caso. Un giornalista. Uno scrittore prolifico e noto, concentrato soprattutto su un luogo a lui carissimo: Gerusalemme. Un manager della tv pubblica, come presidente di RaiCinema: vecchio stampo, aziendalista, sempre più appartenente ad altri (migliori) tempi. Un uomo di teatro, presidente dell’Argentina, del Teatro di Roma. Era tutto questo, Franco Scaglia, che è morto oggi a Roma. Era tutto questo, e molto altro, perché gli intellettuali – se lo sono davvero – non sono solo degli specialisti, degli entomologi sul loro terreno di studio. Sono degli intellettuali completi, curiosi, senza steccati. Nihil ad me alienum puto, si dice. E a Franco non era estraneo, alieno, lontano nulla, della riflessione. Sulla politica, sulla politica culturale, sul cinema, il teatro, la letteratura, l’industria culturale. E su Gerusalemme, soprattutto.
Franco se ne è andato, e io mi sento più sola, nel mio piccolo. Non oso immaginare il dolore e la solitudine di Mascia Musy, sua moglie amata, compagna, artista da lui stimatissima. E dunque questo “sentirmi più sola” lo dico col pudore che tutti noi amici abbiamo. Ognuno di noi si sente più solo, senza i pensieri di Franco lo “stratega”, di Franco il consigliere editoriale (nel mio caso, un consigliere speciale), di Franco lo scrittore, di Franco che aveva tempo per tutti, di Franco con i modi gentili, e un gran sorriso.
Per me, per me e mio marito, Franco era Gerusalemme. La sua Gerusalemme, amatissima. La Gerusalemme del suo amico fra’ Michele Piccirillo, modello neanche tanto nascosto per il Matteo della sua trilogia sull’archeologo frate. Un Indiana Jones profondo, come lo era fra’ Michele. Riflessivo, come lo era Franco. Franco era Gerusalemme, mèta costante, luogo da cui non rimaneva lontano per più di un anno. Franco conosceva Gerusalemme e la Terra Santa come poche, rare persone: non ne faceva un vanto, non aveva prosopopea, non ne scriveva come fanno molti che al contrario ignorano le strade della Città Tre Volte Santa e soprattutto ignorano i suoi cambiamenti.
Forse per questo ci eravamo incontrati. Abbiamo, assieme, sentito il peso di Gerusalemme, città tradita da molti per un silenzio colpevole o per parole scritte nel vento. Franco aveva compassione, per una città divenuta di adozione, una città mai abbandonata. Ci ha guidato nella sua Gerusalemme, ci ha fatto conoscere fra’ Michele Piccirillo, ha tessuto la rete perché fra’ Michele diventasse uno dei nostri punti di riferimento. Uno dei nostri amici cari. Per Franco, che credeva, ci sarà ora il momento del nuovo incontro con Michele, l’uomo-guida, a suo modo l’uomo-rifugio.
Mi rimangono le passeggiate per Gerusalemme, le lunghe telefonate, le chiacchiere al tavolino, le cene. E una pagina del suo ultimo romanzo, in cui mi trasformava in personaggio, con nome e cognome: un regalo unico, inaspettato. Il segno di una stima reciproca. E assieme a questo, mi rimane un profondo dispiacere, perché la cultura italiana ha perso un uomo di valore.
Più soli, sì. Più soli, noi di Gerusalemme.
