Le memorie rimbalzano da una parte all’altra nella testa. I canti che si levano dai tetti di Teheran. Le pentole sbattute nelle dimostrazioni di mezzo mondo. Le urla dalle celle delle prigioni, le sbarre battute come tamburi. I lenzuoli di Palermo del 1992. Persino i lenzuoli contro Salvini. L’Italia che canta dai balconi e dalle finestre è la manifestazione dignitosa di una sofferenza inedita e sottile. Di un disagio silenzioso, diffuso, estremamente dignitoso. Tutti chiusi, tutti isolati. Tutti (o quasi) obbedienti. Tutti all’interno di un incubo che costringe a inondare di pensieri la propria mente e chi ci sta intorno, almeno quando – per fortuna – ci riesce a parlare e non si diventa afasici.
Pian pianino, con la prudenza dei topi che escono dai tombini e si guardano attorno, gli italiani provano di nuovo a cantare. La voce quasi non vuole uscire, nel Paese del belcanto e del karaoke, delle bande di paese e dei cori tradizionali, delle processioni e dei concertoni, dei cori da stadio. A guardare i video che, per fortuna, inondano Facebook e Twitter, si avverte quella ritrosia, quella timidezza di chi – già dopo soli sei giorni – ha perso l’abitudine a vivere assieme. O forse quell’abitudine l’avevamo già persa nel corso di questi ultimi decenni, e ce ne siamo accorti solo ora, che siamo atomizzati e dobbiamo ringraziare il wifi.
È interessante che l’Italia al balcone si concentri nelle città. Non nei piccoli paesi. La città è stata negli anni la trama più slabbrata del Paese, frammentata, divisa tra centro e periferie, la ricchezza più esibita e la povertà che si diffonde come un’epidemia sociale. La timidezza e la ritrosia nel cantare è ancor più comprensibile, nei grandi centri urbani, in cui l’autoisolamento è stato, spesso, considerato il modo di vivere più interessante e contemporaneo. L’Italia al balcone è quasi il segno di una pedagogia dell’essere comunità che oggi inizia, o inizia di nuovo. Fuori dai sovranismi, dalle identità. Il cortile e la strada su cui i balconi si affacciano sono lo specchio realistico. Le facce tradiscono le differenti origini, dall’America latina al Maghreb. E’ l’Italia al balcone, così lontana da quell’’italiano al balcone” che ci ha fatto cambiare persino il significato profondo di una parola che significa, al contrario, apertura, legame, sguardo sulla strada e dunque sul mondo.
L’Italia al balcone è un colpo di reni. Non certo l’imitazione di un popolo che si ribella alla guerra. Non comprendo però il fastidio solipsistico di chi – soprattutto chi ha alle spalle e negli occhi altri luoghi, guerre, macerie, campi profughi – liquida “l’Italia al balcone” come l’ennesimo episodio di un Paese che ha un marchio di fabbrica indelebile. Un Paese da barzelletta. Ridicoli, pigri, senza nerbo, piagnucoloni. Ho sempre contestato l’utilizzo degli stereotipi per gli altri, per l’Altro. Lo contesto anche per gli italiani. Coprire gli italiani con l’ombrello dei cliché significa evitare di fare quello che, invece, dobbiamo fare. Capire.
E allora cerchiamo di comprendere e di usare le giuste parole. Non è guerra, certo, ma è una emergenza, non solo sanitaria. È una pandemia. È una battaglia. È una battaglia comune, sì, combattuta in vari modi, a seconda delle proprie competenze e dei propri ruoli. Vallo a spiegare a un medico e a un infermiere che non si tratta di una battaglia, adducendo il fatto che non siamo in Siria, né in Afghanistan, né a Lesbo e neanche sulla rotta dei Balcani lunga la quale l’Europa dei diritti s’è già persa da anni. Non è mettendo in competizione le guerre e le crisi, la pandemia e le stragi silenziose che riusciremo a comprendere e, dunque, a informare. Né riusciremo a immaginare il domani, il giorno dopo la conclusione – lenta e graduale – di questa epidemia.
Se non è una guerra, l’epidemia da covid-19 è a tutti gli effetti l’evento più rilevante della storia repubblicana, per dimensioni e rapidità, dal punto di vista socio-politico. Neanche gli anni di piombo e la strategia della tensione hanno avuto, sull’Italia, un impatto così pervasivo. Le alluvioni. I terremoti. La dimensione nazionale è la differenza. “La” differenza. Un sistema che si chiude in autoprotezione. Basti solo pensare che tutta l’Italia è chiusa, e tutto sommato isolata dal resto del mondo. Sessanta milioni di persone isolate, per la massima parte, in casa. Solo i servizi essenziali assicurati. Ospedali, soprattutto quelli lombardi, che operano come se fossero in una zona di guerra (è incontestabile). Fabbriche, industrie, comparto produttivo ai minimi. Come la vogliamo chiamare? E’ la peggiore emergenza della storia d’Italia. Qualcuno non vuole chiamarla guerra? Non è una guerra, va bene. Chiamiamola Ugo (ah, già, non posso, chiamai Ugo il golpe di Abdel Fattah al Sisi in Egitto che nessuno voleva chiamare golpe). Scegliamo un altro nome? Chiamiamola Achille, Gertrude, Maria. Chiamiamola come ci pare, ma questa è una emergenza inedita. Per ora sanitaria.
Per ora sanitaria. Emergenza sanitaria da combattere con ogni sacrificio possibile. Il sacrificio dello stare a casa sul divano, senza perdere il senso dell’umanità e delle cose. Il sacrificio di chi sta lavorando, curando, combattendo per noi. E domani l’emergenza sociale ed economica, di cui già sappiamo molto, che sta già colpendo e uccidendo le fasce (diffusissime!) più fragili e indifese e precarie del lavoro. Quello di cui ci stiamo occupando poco, ed è comprensibile, è l’emergenza democratica.
Ce ne dovremo occupare, perché la conferenza stampa di Donald J. Trump ha già fatto intravedere molto di quello che è, ed era, già un problema: il capitalismo della sorveglianza. I dati sanitari per il coronavirus (e non solo) saranno nelle mani di Google, che, non dimentichiamolo, ha uno dei suoi centri più grandi, innovativi e recentissimi proprio in quella Seattle che negli USA è il focolaio, almeno il primo a essere reso pubblico. Da noi, in Europa e in Italia, l’emergenza democratica avrà facce conosciute – il sovranismo e l’odio diffuso – e facce nuove, come l’eugenetica liberale sbandierata in questi giorni da Boris Johnson in una Londra che non sa che fare e come muoversi. Avrà la faccia dei ducetti che in questi giorni pensano di abusare del proprio potere, senza conoscere i fondamenti su cui poggia uno Stato democratico. Avrà la faccia di chi già pensa ora di gestire gli Stati attraverso la cosiddetta securitarizzazione.
Tutti chiusi in casa, gli italiani. Perché ci siamo scoperti obbedienti, comunità, solidali. Ma quel gesto che alcuni considerano così ridicolo, o stupido, quel gesto di cantare dal balcone, o anche solo di affacciarsi e ascoltare, con timidezza, dice qualcosa di più. Dice che non siamo ancora del tutto atomizzati, legati solo a questo meraviglioso e benedetto computer. Dice che ci vorrà molto, moltissimo, per uscire di nuovo dalle nostre case. Dice anche che possiamo cantare, consolarci con l’ascolto, essere assieme a distanza.
Dice che è anche, l’Italia al balcone, un’Italia fatta di persone impaurite. Giustamente impaurite.
Non sottovalutiamolo, ve ne prego. Non si può amare il grande, inarrivabile cinema neorealista italiano e non comprendere ciò che molti di quei balconi ci stanno dicendo.

Grazie per questa inestimabile riflessione.
In questi momenti di incertezza e paura leggere la tua opinione su quello che sta accadendo, assieme allo sforzo di tanti che, ciascuno nel proprio settore, lottano in prima linea, ci da coraggio di lottare fino in fondo per sconfiggere con qualsiasi mezzo, e con qualsiasi nome vogliamo chiamarlo, questo inatteso nemico.