Le dimissioni di Salam Fayyad sono arrivate a sorpresa, senza nessun segnale premonitore. Stamattina, il premier del governo palestinese di Ramallah ha consegnato la lettera di dimissioni al presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas. Dimissioni motivate come un passo per facilitare l’atmosfera di dialogo iniziata con l’accordo stipulato al Cairo alla fine di febbraio tra le 13 fazioni palestinesi, e soprattutto tra Fatah e Hamas. Le dimissioni annunciate da Fayyad, comunque, non sono immediate. Dovrebbero partire dal giorno in cui si insedierà il nuovo esecutivo. E comunque non più tardi della fine del mese.
Il gesto, però, ha già scatenato le indiscrezioni sul suo significato politico. Sia tra i ranghi di Hamas, sia tra quelli di Fatah, si pensa che Salam Fayyad – un uomo che non appartiene a nessuno dei due movimenti – abbia voluto gettare un ballon d’essai, e scompaginare le carte del negoziato, che riprende martedì prossimo al Cairo. Come non attendersi, dopo un gesto di questo tipo, le reazioni dei paesi occidentali? E quale significato formale dovrebbero avere dimissioni comunque dovute, nel caso si formasse un nuovo governo? Un alto esponente di Fatah, citato da Ynet, parla di un gesto mediatico. Certo, la tempistica fa pensare: Hillary Clinton è partita da poco, dopo la sua visita a Ramallah; le trattative interpalestinesi vanno avanti secondo il ritmo stabilito, con la formazione delle sei commissioni che debbono prendere di petto i problemi più ostici della crisi politica palestinese; il prossimo incontro è già confermato per il prossimo martedì.
Le dimissioni di Salam Fayyad, che nel suo comunicato ha ricordato i successi del suo governo, sul piano economico e soprattutto della sicurezza, non sembrano certo un aiuto al dialogo interpalestinese. Semmai, l’inizio dell’ennesimo braccio di ferro.